Signorina Marianna dei quattro mori

“Signorina Mariannedda ‘e sos battor moros” (Signorina Marianna dei quattro mori), così era conosciuta dai più Marianna Bussalai, per la sua fede incrollabile nell’idea sardista che aveva, appunto, i quattro mori come vessillo.
E quel vessillo lei lo conosceva bene visto che la prima bandiera del Partito Sardo d’Azione, a 17 anni, l’aveva ricamata con le sue mani; quella stessa bandiera con cui, nel 1997, come riportano le cronache, Giuseppe Chironi, “tziu Chironeddu” di Orani, a 80 anni suonati, fece l’ingresso al congresso sardista: “impugnando la bandiera dei Quattro Mori cucita da Marianna Bussalai nel lontano 1921 e gelosamente custodita nel ventennio della dittatura fascista. I delegati sono letteralmente schizzati in piedi e ne è seguito un prolungatissimo applauso”.
Marianna era nata a Orani nel 1904; titolo di studio quarta elementare ma una enorme cultura da autodidatta, costruita con letture e rapporti personali ed epistolari con le menti più sensibili presenti nell’area nuorese e barbaricina degli anni 20.

Un mio schizzo di piazza Santa Gruche a Orani dove si intravvede il portone di casa Bussalai

Un rapporto talmente stretto che la portò ad essere punto di riferimento, per tantissimi giovani del paese, che nel cortile di casa sua si riunivano in una sorta di cenacolo culturale e politico, ma anche di politici e leader indiscussi del movimento antifascista, come Emilio Lussu.
Sul fronte politico l’idea autonomista e sardista di Marianna fu sempre in primo piano, così come l’antifascismo convinto e militante, fatto di avversione a tutto quello che il regime imponeva e di aperto contrasto quando doveva sostenere le sue idee.
Marianna non nascondeva questo suo modo di essere e di pensare che sempre traspariva, nelle sue azioni e nei suoi componimenti. Dal microcosmo del suo cortile partivano i suoi scritti, le sue lettere, le sue cartoline, le sue poesie. E ogni atto corrispondeva a un preciso messaggio, più o meno esplicito, a chi era destinatario della missiva o semplice lettore di un componimento poetico.
Questo perché Marianna Bussalai aveva la rara capacità di parlare chiaro, semplice, in maniera comprensibile. Sapeva toccare i tasti giusti dell’amore per la Sardegna, dell’amore per la libertà, della voglia di giustizia per un popolo, quello sardo, da sempre vessato e sottomesso.
Tra le molte collaborazioni, Marianna Bussalai intraprese un rapporto con la rivista LUMEN, “Rivista femminile per la gioventù d’Italia”, che iniziò le pubblicazioni nel 1920 e continuò sino agli anni ‘50. Era una rivista fortemente orientata verso tematiche femminili e dava spazio a donne affermate nel campo delle lettere, ma anche a donne esordienti o sconosciute che intendevano misurarsi con la poesia o con la narrativa. Molta importanza veniva attribuita alla posta delle lettrici che, puntualmente, trovava risposta sulle pagine della rivista direttamente per mano della direttrice Rosa Borghini. La rivista era molto diffusa tra le insegnanti e, a quanto pare, da queste utilizzata nei programmi educativi, coinvolgendo direttamente le ragazze in età scolare.
Tra le altre cose, LUMEN mi ha colpito per l’alto numero di abbonate e collaboratrici sarde, a testimonianza che la rivista, anche se stampata in Abruzzo, aveva nell’isola vasta eco e diffusione.
Marianna Bussalai, periodicamente, contribuiva con scritti e poesie sue originali in italiano (“rottami di sogni” li chiamava Lei) o con traduzioni dal sardo all’italiano, per far conoscere autori come Antioco Casula “Montanaru” e Sebastiano Satta..
La sua prima poesia pubblicata, “Rivelazione”, con testo in italiano e cognome sbagliato, apparve sul numero 5 del 1923. Sul numero 4 del 1924, invece, venne pubblicato il componimento “Nel salto”. Sullo stesso numero veniva reso noto il risultato di una iniziativa di LUMEN per un premio letterario riservato alle abbonate. Tale premio veniva assegnato per il primo posto a Maria Catte di Oliena, per il secondo posto a Anna Carracino di Chieti e per il terzo posto a Marianna Bussalai di Orani per la novella in versi “L’Anello della felicità” che, assieme agli altri testi vincitori, venne pubblicato sul numero successivo (n.° 5/6 1924) della rivista.
La novella di Marianna – come scrisse Silvia Reitano, scrittrice e poetessa che faceva parte della commissione giudicatrice – “volge graziosamente in forma fiabesca un troppo triste motivo: che la felicità si trovi nella morte”.
E’ un motivo questo ricorrente negli scritti di Marianna, per una visione sofferente dell’esistenza, a causa del regime fascista che la opprime e a causa di una malformazione fisica che le procura atroci sofferenze. Rispondendo a una sua lettera (LUMEN n°11/1929) Rosa Borghini sottolinea come “poche hanno sofferto come te e quindi hanno una vita spirituale profonda come la tua. Profonda e coraggiosa che potrebbe essere a molte di esempio. Che cosa vuole Dio da te con cotesto incalzare di lotta che non conosce tregua?” Ma Marianna è ostinata, continua assiduamente il suo lavoro di proselitismo e educazione, continuando a mantenere vivi contatti e interessi, muovendosi sempre con la dovuta “prudenza e la saggezza che possono benissimo andar d’accordo con la fierezza e l’ardire”. 
Su Lumen Marianna scrive: “Mi ritrovo ora più serena e più temprata e queste energie che l’anima può sprigionare, dopo aver vinte le prove più rudi, mi fanno comprendere il perché di questa lotta senza tregua che a tutta prima apparirebbe vana!”
Energia e serenità la accompagnarono sino alla morte, avvenuta nel 1947 a soli 43 anni, pochi mesi prima dell’approvazione di quello statuto speciale per la regione Sardegna che era stato uno degli obiettivi del suo pensiero autonomistico, oltre alla dimostrazione che la sua lotta non era stata vana.
Di Marianna Bussalai mi piace riportare la poesia “Trillo” (Lumen n. 11/1925) che riassume, in versi, quella sofferenza, quella forza e quella speranza che caratterizzarono tutta l’esistenza di questa illustre, piccola, grande oranese

Io vengo dal tutto: Dell’erba
L’essenza in me porto e del sole,
Dell’elce, dell’onda, dei pruni
Selvaggi, d’umili viole!
Nell’anima sento dei giorni
Radiosi di Maggio la festa,
Ma ho pure nel sangue il tremendo
Ruggir della nera tempesta!
Se grava d’un cielo cinereo
La tacita e mesta armonia
Son una con quella tristezza
Che porto nel cuore; ch’è mia!
Se il mondo ridesto saluta
Di gioia in un inno l’aurora
Mi sento perduta in quel gaudio
Ch’è mio – del mio sangue – esso ancora!
 

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