La Sardegna di Giovanni Marradi

La rivista “Liburni Civitas”, pubblicata dal 1928 al 1942, presentava in ogni numero una rassegna delle attività municipali di Livorno, con ampi servizi sulla cultura della città.
Occorre sottolineare che, in considerazione del periodo storico in cui venne pubblicata, !Liburni Civitas” si mantenne abbastanza indipendente nella scelta dei contenuti e dei collaboratori.
Un articolo di Luigi Pescetti, stampato anche come estratto, pubblicato sul fascicolo III del 1934, è dedicato al poeta e scrittore livornese Giovanni Marradi (1852-1922) e al soggiorno di quest’ultimo in Sardegna.
Marradi, infatti, nel 1884 venne destinato all’insegnamento di lettere italiane nel liceo di Sassari.
La permanenza a Sassari durò solo alcuni mesi per concludersi con il trasferimento a Chieti che – come scrive il poeta – “non varrà più di Sassari, ma è sul continente”.

Marradi ritratto dal pittore Corrado Michelozzi

Dall’epistolario di Marradi del suo breve soggiorno sardo emergono, comunque, alcune interessanti notizie e informazioni che fanno rivivere l’ambiente di Sassari di fine ‘800.
Innanzitutto il trasferimento dello scrittore e della moglie da Livorno a Porto Torres non fu dei più tranquilli. Il viaggio durò oltre 20 giorni in quanto il piroscafo “Liguria” che li trasportava dovette sostare a Porto Santo Stefano, in Toscana, in quarantena. Durante la quarantena, Marradi apprese la notizia della morte del suocero e, quando arrivarono finalmente a Sassari, scoprirono che i loro effetti personali non avevano passato il vaglio dell’ufficiale sanitario di Porto Torres e quindi non erano stati sbarcati e rimandati a Livorno.
Marradi si insedia in città e scrive agli amici: “La città di Sassari è bella e brutta, perché sono come due città sovrapposte: Sassari alta, che è la città nuova, è bella, proprio bella, salubre e moderna; Sassari bassa, la città vecchia, è un affogatoio umido e nero. In nessuna città credo sia così forte ed enorme la differenza fra la parte vecchia e la parte nuova”.
Lui, come il preside e gli altri insegnanti del liceo, abita nella parte nuova: “Siamo in una strada larga proprio come una piazza, e da una parte prospettiamo una gran distesa di campagna”. Si lamenta solo del fatto che la casa ha troppa luce “perché non ci sono persiane … usano poco le persiane quaggiù”.
Marradi, anche per la sua intensa attività giornalistica, fu preceduto dalla sua fama, tanto che sottolinea come “de’ miei libri di versi, dacché son qua, ne sono state vendute parecchie dozzine. Insomma, sanno chi sono, e so anche che a far lezione incontro parecchio”. Ricorda poi l’ottima accoglienza ricevuta dalle autorità.“il Prefetto mi volle personalmente conoscere … mi parlò delle velleità politiche degli studenti sardi, che son tutti cospiratori, e della necessità per noi professori di non immischiarsene e opporcisi in tutti i modi possibili”.
Dopo alcuni giorni, comunque, nonostante le indicazioni del Prefetto Marradi esprime giudizi positivi sulla scuola: “Al Liceo – scrive – mi pare di andar bene. E, giorni sono, trovammo scritto sul muro della scuola: Viva il nostro poeta Marradi!”. Descrive gli alunni, “molto disciplinati e attenti in generale; e per questo lato, credevo peggio”.
E tra gli alunni bisogna annoverare lo studente Sebastiano Satta che riconobbe proprio all’insegnamento del “carducciano” Marradi l’impronta della sua formazione poetica.
Ma dopo i primi momenti, il soggiorno di Marradi a Sassari inizia a essere pesante e dalle sue lettere traspare lo sconforto e la malinconia di chi si trova a vivere “in rude contrasto con l’austera e primitiva bellezza dell’isola generosa”. Marradi soffre, soprattutto, per la mancanza di informazioni sul dibattito culturale e letterario che lo aveva visto protagonista in Toscana e a Firenze. Si lamenta con gli amici degli scarsi giornali che riesce a trovare a Sassari e quasi li implora di inviargli materiale da leggere: “Io sono in terra di Turchi e non vedo mai nulla, all’infuori di pochi giornali che leggo di tanto in tanto al caffè … Qua siamo fuori dal mondo assai più che a Pistoia, questa è proprio “la divisa dal mondo ultima Islanda” – scrive, citando un verso della Gerusalemme Liberata del Tasso –, e io non ne posso più”.
E la “liberazione” arrivò con il trasferimento a Chieti quando, esultando, può finalmente scrivere all’amico Chiarini: “Stupisci! Io sto per lasciare Sassari e la Sardegna … non saremo più isolati”.

Sassari in una stampa di fine '800

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