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Grazia e Bustianu

Dino Provenzal

Dino Provenzal

Dino Provenzal (1877-1972), che Giovanni Papini definì “Uomo colto, curioso, pronto, arguto, affettuoso ma corrosivo”, era nato a Livorno. Iniziò a scrivere giovanissimo, con uno stile versatile, tendente a un garbato umorismo che lo avvicinava più alla tradizione anglosassone che non a quella mediterranea. Svolse a lungo l’attività di insegnante in tantissime scuole, in lungo e in largo per la penisola, e si stabilì poi definitivamente a Voghera negli anni ’30.

Nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali, a causa delle sue origini ebraiche, venne escluso dall’insegnamento e dovette nascondersi per sfuggire alla deportazione (il fratello Federico morì ad Auschwitz).
dizionario delle voci 206Provenzal, con l’editore Hoepli di Milano, pubblicò una serie di volumi, caratterizzati da un modo di scrivere gradevole e suggestivo, nei quali gli argomenti erano disposti in ordine alfabetico (Dizionario delle immagini, Dizionario umoristico, ecc.). Tra questi volumi rientra anche il “Dizionario delle voci”, edito nel 1956, una sorta di “catalogo” delle voci (537 pagine) nel quale, attingendo a testimonianze o a memorie scritte, Provenzal tratta di “come parlavano, voce, gesto, loquacità, taciturnità, eloquenza, […] centinaia di uomini e donne d’ogni tempo e d’ogni nazione”.
È un volume piacevole da leggere, ricco di aneddoti e curiosità e tra le centinaia di personaggi esaminati ci sono anche Grazia Deledda e Sebastiano Satta.

Grazia Deeledda e Sebastiano Satta ritratti nel 1910 (da Il Secolo XX n.6, 1910)

Grazia Deledda e Sebastiano Satta ritratti nel 1910 (da Il Secolo XX n.6, 1910)

La Deledda è così descritta da Provenzal: “scrittrice feconda e di alto valore, premio Nobel, fu invece parca nel discorrere e pareva trovar fatica ad esprimersi; ma seppe ascoltare e osservare; e la sua conversazione, pur così laconica, lasciava profonda impressione”.
A supporto di quanto affermato, Provenzal riporta le testimonianze degli scrittori Luigi Falchi e Luigi M.Personé, e della scrittrice e poetessa Mercede Mundula.
Falchi descrive “L’esil voce indistinta”(1) della scrittrice che, come conferma Personé, “parla piano, chiaro, con tono confidenziale, sforzandosi di trovare la parola e la frase che valgano a rendere integralmente il suo animo e il suo pensiero” (2). Mercede Mundula, in una testimonianza inedita raccolta da Provenzal, racconta di come una Deledda “Taciturna per indole e gusto, lo fu, col passar degli anni anche per abitudine … la voce bassa di tono, con la pronuncia stretta di alcune vocali aggiungeva al suo parlare qualcosa di grave e di chiuso”. Una grave solennità che, però, contrastava con la risata: “nulla era più limpido della sua risata né più schietto: un riso giovane e aperto, inatteso e sorprendente” che la Mundula definisce “una rosa nel granito”.
Ma se Grazia Deledda era di poche parole, ben diverso era il modo di presentarsi di Sebastiano Satta, “poeta, avvocato e oratore”. Provenzal raccoglie la testimonianza di Pietro Mastino (3) che così descrive il parlare del Satta: “la sua parola possente fluiva, non pareva più, la sua, la voce di un uomo: nell’aula, bello e terribile, solo egli dominava e fiammeggiava, col gesto ampio e solenne in accordi di voce maschia, piena e sonora”.
Lavorando di fantasia mi viene da immaginare “Bustianu”, in piedi, che parla con la voce impostata e roboante di chi è abituato a frequentare le aule di giustizia, accompagnando il parlare con ampi gesti delle braccia. Grazia, seduta composta davanti a lui, segue il suo parlare con le mani sulle ginocchia in una posa “atavica semplice e solenne” caratterizzata dal “contrasto della impenetrabilità del volto, vivo ed eloquente” con gli “scuri occhi dal volgere lento, attenti, e soprattutto scrutatori”. E ogni tanto anche Grazia parla, un “parlare disadorno, di un’estrema semplicità … e le frasi dense rompevano il silenzio con tonfo di pietre”.

1) – Parlando al telefono con Grazia Deledda, in Nuova Antologia, ottobre 1915
2) – Incontro con la Deledda, Il Resto del Carlino 5 gennaio 1943.
3) – Nel decimo anniversario della morte di Sebastiano Satta, Giornale d’Italia, 28 novembre 1924

Una “pinocchiata” di Edina Altara

la promessa sposa di pinocchioQuando Ugo Scotti Berni, nel 1939, per l’editore Marzocco di Firenze pubblicò il libro “La promessa sposa di Pinocchio”, scrisse l’ultimo capitolo delle cosiddette “pinocchiate”, quei libri, cioè, che, sfruttandone il successo, in qualche modo si rifacevano al burattino inventato da Carlo Lorenzini “Collodi”.
Il libro di Scotti Berni era illustrato da Attilio Mussino e si avvaleva della prefazione di Paolo Lorenzini, “Collodi Nipote”. Nella dedica l’Autore presentava il volume come la “vera” continuazione di Pinocchio ed asseriva che il racconto gli era stato narrato direttamente da Carlo Lorenzini: “Alla venerata memoria del vecchio amico di mia lieta infanzia Carlo Lorenzini detto il Collodi dedico la fantasiosa novella ch’Egli pensò ma che non scrisse e di cui a me – con paterna speranza confidò il soggetto perch’io ne assolvessi testamentario lascito a discepolo fedele la lusinghiera attuazione dopo cinquanta anni dal nostro ultimo incontro nella bella Firenze”.
Comunque sia “La promessa sposa di Pinocchio” ebbe un buon successo, fu ristampato diverse volte e venne tradotto anche in francese e in rumeno.
boro0talco5Tra le altre cose il volume ebbe una certa notorietà in quanto divenne il gadget di un concorso indetto dalla Farmacia Roberts di Firenze (quelli del Borotalco) che, ispirandosi al libro, ideò una serie di 25 figurine reperibili nei loro prodotti. Chi completava la serie di figurine doveva inviarle alla Roberts e riceveva il libro in omaggio.
La particolarità delle figurine era data dal fatto che le immagini riprodotte erano fustellate lungo la loro sagoma in modo che, con una leggera piegatura, potevano stare in piedi e permettevano ai bambini di usarle per giocare, magari fantasticando su Pinocchio e sulla sua sposa.
Ma la cosa veramente interessante era data dal fatto che le figurine, invece di riprendere le illustrazioni realizzate da Mussino per il libro, erano realizzate da altri autori e tra queste alcune erano dovute alla mano di Edina Altara (1898 – 1983), la grande artista e illustratrice sarda.
ALTARA BOROTALCO (1)ALTARA BOROTALCO (2)ALTARA BOROTALCO (3)

ALTARA BOROTALCO (5)ALTARA BOROTALCO (4)figurina pinocchioL’Altara anche in queste miniature dimostrò la sua maestria realizzando figure chiare e nitide, colorate, in grado di stimolare e catturare la fantasia dei più piccini. Un altro interessante capitolo, insomma, da collocare nel filone delle illustrazioni per l’infanzia che rappresenta uno degli aspetti più importanti per quanto riguarda le molteplici e spesso eclettiche attività di Edina.

Alcune immagini sono riprese dal sito:
http://www.cartantica.it/pages/pinocchiomania.asp

Libreria Salimbeni: quando scoprii Edina Altara

Vitaliano Salimbeni era un libraio di vecchio stampo. Andavo in libreria, chiedevo qualcosa e, senza l’ausilio di computer o schedari, era in grado di dirmi, in una libreria con migliaia di volumi, se il libro c’era oppure no. E non si trattava certo di libri nuovi, ma di libri ormai fuori catalogo, spesso da anni.
Mi conquistò quella volta che, dopo trenta secondi da quando glielo avevo chiesto, apparve dal retro del negozio con in mano il numero speciale dedicato alla Sardegna de Il Ponte, rivista diretta da Piero Calamandrei, uscita nel 1951, che cercavo da tempo.
Eravamo alla fine degli anni ’70 e, da quel giorno, la Libreria Salimbeni di Firenze diventò mio punto di riferimento per i libri esauriti e fuori catalogo, soprattutto, per quelli che riguardavano la Sardegna.
Da quel giorno Salimbeni inizio a tenermi da parte tutto quello che poteva riguardare la Sardegna (libri, riviste, giornali, cartoline, ecc.), da farmi vedere, poi, quando capitavo in libreria.
Qualche tempo dopo fu lui a sottopormi per l’acquisto alcuni numeri de Il Giornalino della Domenica con le copertine illustrate da artisti sardi del calibro di Giuseppe Biasi, Pino e Melkiorre Melis, Remo Branca. Tra i tanti anche una illustratrice, Edina Altara, allora per me del tutto sconosciuta.
Feci le dovute ricerche (ancora computer e internet non esistevano) e ricostruii l’iter artistico dell’Altara, caratterizzato da una produzione eclettica che andava dall’illustrazione alla ceramica, con importanti sconfinamenti nel campo della moda e dell’arredamento.
Una carriera artistica straordinaria iniziata ancora adolescente, una figura singolare che, da quella copertina del “Giornalino”, non ho più abbandonato, riuscendo negli anni a raccogliere numerose pubblicazioni e cartoline da lei illustrate, alcune ceramiche e due disegni originali, utilizzati per illustrare il volume Avventure straordinarie di Cicognino , pubblicato da  Paravia nel 1947.
Una ricerca mai smessa, che ancora continua, e che sembra non aver fine, visto che su Edina Altara continuano a emergere attenzioni e novità, accompagnate sempre da nuove sorprese che ne esaltano l’opera e il percorso artistico.

Chareun, Sinòpico e Rititì

Uno che si chiamava Raoul Chareun non aveva certo bisogno di uno pseudonimo per avere un nome originale. Eppure Raoul  Chareun, nato a Cagliari nel 1889 da un esattore delle imposte di origini francesi, già studente, scelse il nome d’arte di Primo Sinòpico che lo accompagnò per tutta la vita e gli diede una certa notorietà nel campo dell’illustrazione e nel mondo dell’arte.

Studente all’Università di Padova, allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola come volontario e, anche al fronte, riesce a coltivare la sua passione per il disegno e l’illustrazione, collaborando a diverse testate.
Le sue vignette e caricature, caratterizzate sempre da un tratto deciso e pungente, risulteranno particolarmente apprezzate dal pubblico anche quando, a guerra finita, si dedicherà all’illustrazione e alla grafica pubblicitaria. Grande successo ebbero i cartelloni pubblicitari elaborati per l’editore Notari e per le sue collane editoriali o le illustrazioni per Campari.
Apprezzato anche come artista, partecipò alle principali manifestazioni degli anni 20/30 e 40, tra cui numerose Biennali di Venezia.
Sinòpico morì nel 1949. La Quadriennale romana del 1955-56 gli dedicò una mostra retrospettiva.
Per approfondimenti sull’opera di Sinòpico l’opera più completa è il volume di Paola Pallottino “Il pittore a 20000 volt. Primo Sinòpico (Raoul Chareun)” pubblicato da Cappelli Editore nel 1980 nella collana “Cent’anni di illustratori”.

 

Nella mia raccolta di libri e pubblicazioni vi sono numerosi testi illustrati da Sinòpico, compresa un’edizione di Pinocchio pubblicata dalla casa editrice Cenobio nel 1946.
Ma tra tutti i libri quello che secondo me rappresenta maggiormente l’estro di Sinòpico,  è “Rititì”, un libro di Francesco Pastonchi destinato ai più piccini, pubblicato dall’editore Treves nel 1920.

Il volume riporta alcune tavole a colori di Sinòpico ma, soprattutto, riporta tantissimi disegni, minuscoli, utilizzati come capilettera o come finalini delle pagine in rima. Questo libro condensa la creatività fantastica di Sinòpico che in dimensioni poco più grandi di un francobollo, riesce a dare vita alla lettera iniziale di ogni capitolo, rendendola a sé stante rispetto al resto della pagina e contribuendo non poco a supportare il testo e ad alimentare la fantasia dei piccoli lettori a cui il volume era destinato.

A proposito di scuola e Sardegna

Nel 1957 l’Editore Laterza di Bari pubblicò il volume “Diario di una maestrina” di Maria Giacobbe.
Il diario raccoglieva gli appunti dell’allora giovanissima scrittrice nuorese che raccontava la sua esperienza di maestra elementare nei paesi della Barbagia.
La giovane maestra racconta di come ha cercato costantemente di aiutare quella gente a risolvere i suoi problemi, operando attraverso la scuola e in condizioni quasi sempre disperate.
Una scuola disastrata che rifletteva lo stato delle famiglie, dei paesi e dell’isola intera.
Il libro ebbe grandissimo successo: vinse il “Premio Viareggio Opera prima” e fu tradotto in molte lingue.

Prima edizione di "Diario di una maestrina" con la sopracoperta illustrata da Mimmo Castellano

La prima edizione di “Diario di una maestrina” era arricchita dalla prefazione di Umberto Zanotti-Bianco, letterato, filantropo e archeologo (1889 – 1963), che si occupò in vario modo del Meridione d’Italia, promosse diverse iniziative attraverso la fondazione di pubblicazioni specializzate, fu presidente della Croce Rossa Italiana e, dal 1953, Senatore a vita.
Nella prefazione Zanotti-Bianco ricorda l’azione promossa con l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia per fondare sviluppare asili, scuole, biblioteche, cooperative, ecc., negli angoli più remoti del Meridione e della Sardegna. Un’azione che portò alla fondazione di migliaia di scuole ma che determinò anche lo scioglimento dell’Associazione, nel 1928, in quanto invisa al regime fascista.

In questi giorni di attacco serrato alla scuola pubblica italiana, per due motivi mi piace riportare integralmente la prefazione di Zanotti-Bianco dove ricorda la sua esperienza in Sardegna. Prima di tutto per ricordare, allora come oggi, l’opera indefessa di migliai di insegnanti che quotidianamente svolgono un compito educativo, fondamentale per la crescita culturale e civile del Paese; in secondo luogo per ricordare (e per non dimenticare) che la scuola e l’insegnamento sono tra quelle attività che tutti i regimi, in ogni epoca e luogo, inseriscono tra le priorità da controllare, per intruppare e sottomettere i popoli.

Umberto Zanotti-Bianco impegnato in uno scavo archeologico

Prefazione a “Diario di una maestrina”
prima edizione, Bari, Laterza, 1957

Nell’autunno del 1926 avevo iniziato in Sardegna una vasta inchiesta sulle condizioni dell’ infanzia nell’isola, simile a quella da me promossa in Basilicata e apparsa nella primavera di quell’anno.

Le nostre scuole per la lotta contro l’analfabetismo erano in quell’anno in pieno progresso; ma già si accentuavano le pressioni delle autorità governative per imporci il licenziamento di quei maestri, spesso i più degni, che non avevano voluto iscriversi alle organizzazioni del partito dominante.
Poco prima di partire per il mio viaggio, in seno al Consiglio della nostra Associazione per gli Interessi del Mezzogiorno, avevo chiesto che di fronte a questi rinnovati soprusi politici, l’Associazione rinunciasse, per un dovere morale, al suo mandato, piuttosto che vedere sacrificati ingiustamente i suoi maestri. Non potevamo esaurirci in una sterile lotta contro prefetture e sindacati, occupati come eravamo a sorvegliare e migliorare le nostre scuole e i nostri maestri e tutte le nostre opere.
La decisione, sospesa per l’intervento di Giovanni Gentile che promise d’interessarsi personalmente del grave problema, venne posta in atto nel 1928: e fu la rinuncia a ben 8.262 scuole in Sardegna, Sicilia, Basilicata e Calabria.
Più volte traversando le lande arse, i boschi di sughero dai tronchi scuoiati della Barbagia, o avvicinandomi a quei solitari abitati che nel Sulcis sono nominati furiadroxius e dove in una misera scoletta una paziente maestrina era intenta ad aprire — come poeticamente si era espresso un vecchio pastore “s’anima lebia de sos nostros piseddos”, l’anima lieve dei nostri bimbi, io mi domandavo quale interesse potesse mai spingere la dittatura a stendere i suoi tentacoli fino a quei miseri aggregati umani fuori della politica, fuori quasi della stessa vita!
E quando per quelle solitudini, ove il silenzio non era interrotto se non da torme di pernici spaventate e da qualche cavaliere dal costume bianco rosso e nero, con la sua taciturna donna in groppa al cavallo, o a sera tardi – quando le selve di lentischi diventano nere e il loro aroma più amaro – dal trillo nostalgico di qualche grillo solitario, mi chiedevo: quale tra i nostri migliori maestri, o tra le nostre maestre più vicine all’anima dei bimbi, saprà mai scrivere la storia della sua dura vita, sì ricca di abnegazione e di stenti in questi ambienti chiusi, dal dialetto sì difficile e dove il suo sacrificio è per soprammercato amareggiato dalle imposizioni della dittatura?
Più volte mi ponevo questa domanda nei miei giri solitari che s’ iniziavano all’alba e finivano sotto le stelle.
Forse la maestra della piccola frazione di Strisaili che scriveva: “Ho fatto lezione tutti i giorni, non esclusi i festivi: non ho badato all’orario. Ho sofferto per il freddo, per la mancanza delle cose più necessarie alla vita, per la solitudine in cui mi sono trovata, non potendo corrispondere regolarmente con le persone più care perché nella frazione non c’ è servizio postale e le lettere si danno a lunghi intervalli, quando si ha occasione propizia di mandarla a ritirare a Villagrande”.
Ma essa era già stanca dopo il suo primo esperimento se concludeva così tristemente: “Dovrò tornare in questa desolata frazione? Vi ho troppo sofferto per tutto, specialmente per il pessimo alloggio… Per conto mio vi rinuncio definitivamente”.
Forse la maestrina della scoletta d’un colle della Gallura in vista del mare? Le sue parole estatiche sulla bellezza del panorama che le alleviava gli stenti della non facile vita mi avevano commosso: ma natura dolce, sognatrice, era troppo passiva innanzi agli ostacoli: non era fatta per affrontare le difficoltà, non per la lotta. “I miei alunni – mi scriveva – per quanto io faccia, non mi obbediscono: e spesso non scendono neppure dalle loro tanche per restare a sorvegliare e a mungere le pecore”.
Una sera che percorrevo le pendici del Gennargentti, un forte vento mi aveva carpito i miei pensieri, questo mio desiderio e penetrando con violenza nella Valle dell’Oliena li aveva recati, presso una culla, a Nuoro.
Parla, parla, il vento… –  dirà il vecchio di Orgosolo alla maestrina – e nessuno lo ascolta”.
Parlava, parlava, il vento, ma la bimba lo ascoltava attonita.
Passarono gli anni e quando, giovinetta, lasciò il liceo, quella voce tornò a parlare ed ella si fece maestra.
E dopo i primi esperimenti che l’avvicinarono alla vita e alle sofferenze della sua gente, e dopo tre anni di scuola ad Orgosolo, di nuovo quel vento le parlò al cuore ed ella si pose a scrivere la storia della sua viva e ricca giovinezza.
Or è una settimana questa maestrina – che aveva un giorno sentito parlare del viaggiatore che passava di paese in paese per una inchiesta troncata dalla dittatura — mi ha scritto chiedendomi una prefazione al suo Diario.
Esso non ne ha bisogno, tanto è ricco dì serietà, dì umanità e di poesia.
Dirò soltanto che queste sono le pagine che ho desiderato venissero scritte, quando scendevo dal Gennargentu.
La maestrina sarda insegnando ad Orgosolo ha imparato, giorno per giorno, e ha descritto con bella efficacia la miseria di quel paese, i suoi bambini denutriti, le sue donne dignitose, i suoi uomini perseguitati, il suo triste attaccamento a forme di vita superate, la sua sfiducia, non sempre immotivata, nella giustizia e nella legge .
Gli italiani leggano queste pagine: sentiranno quanta nuda indigenza, quanto dolore silenzioso, misto a ondate di poesia e di coraggio, si nascondono tuttora in quest’ isola sì ricca di fascino, che ha comune con il Mezzogiorno tante piaghe secolari e tante secolari speranze.

Roma, 18 aprile 1957
Umberto Zanotti-Bianco

1891-2011: 120 anni fa nasceva Antonio Gramsci

Carissima mamma,
Sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.
Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata. Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.
Ti abbraccio teneramente. Nino
Ti scriverà subito da Roma. Di’ a Carlo che stia allegro e che lo ringrazio infinitamente. Baci a tutti.

Questo scriveva Antonio Gramsci alla madre il 10 maggio 1928 quando era in procinto di essere trasferito dal carcere giudiziario di Milano destinazione Roma dove, assieme agli altri dirigenti del P.C.I., dal 28 maggio al 4 giugno, fu processato davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Imputato e riconosciuto colpevole dei reati di cospirazione e di incitamento all’odio di classe, di incitamento alla guerra civile, all’insurrezione e al mutamento violento della costituzione e della forma di governo, Gramsci, il 4 giugno 1928, venne condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione. Assegnato dapprima al penitenziario di Portolongone, dopo una visita medica speciale fu destinato alla Casa penale di Turi per condannati sofferenti di mali fisici e psichici, e lasciò Roma l’8 luglio 1928 in « traduzione ordinaria».
Gramsci nato il 22 gennaio del 1891, anche a seguito dei patimenti subiti nella sua lunga prigionia, morì a 46 anni in clinica a Roma il 27 aprile 1937 .

 La lettera è tratta da “Lettere dal carcere”, pubblicate da Einaudi nella collana “Nuova Universale” nel 1965, a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini

I primi dieci minuti di un artista

Carte Segrete”, Rivista trimestrale di lettere e arti, come recita il sottotitolo, nel numero 21 di gennaio/marzo 1973, pubblica un articolo di Sandra Giannattasio dedicato a Costantino Nivola.
L’articolo “Nivola ’73: un ritorno alla poetica artigianale” (introdotto nel titolo da un autoritratto dell’Artista), si sofferma proprio sul ritorno di Nivola alla “prassi artigianale” ed esalta la arcaica plasticità delle opere riprodotte (opere che nel 1973 Nivola espose a Roma alla galleria Marlborough).
Il servizio sull’artista di Orani continua con la descrizione del progetto decorativo per la facciata del “Provident institution for Savings” di Boston, e con uno scritto dello stesso Nivola, “I primi dieci minuti della mia vita” (dove è riprodotto anche un brano autografo), destinato a diventare il primo capitolo del libro “Memorie di Orani”, pubblicato da Scheiwiller nel 1996 e ristampato dalla Ilisso di Nuoro nel 2003.
Mi piace riprodurre integralmente tale scritto che conferma (se mai ce ne fosse bisogno) anche le capacità narrative di Nivola. E mi piace farlo proprio in questo inizio di 2011 che sarà sicuramente portatore di grandi eventi dedicati a Nivola, di cui, quest’anno, ricorre il centenario della nascita.

I primi dieci minuti della mia vita
di Costantino Nivola 

Vedete, è successo proprio così: la levatrice mi ha consegnato tutto rosso, come un coniglio appena sgusciato, alla giovane vicina di casa che aveva assistito al mio parto… parto del resto facile, essendo io il sesto dei figli. Si è lavata le mani nell’acqua che doveva servire al mio bagno e se n’è andata brontolando.
Adriana mi prese nelle sue grosse mani di contadina. Si sedette davanti al recipiente di terracotta pieno d’acqua riscaldata al sole e mi lavò con cura affettuosa. Dopo avermi asciugato, mi sparse di polvere di talco che lei stessa aveva ottenuto, grattugiando nel granito duro questa pietra morbida che abbonda a Orani.
Mi avvolse in una lunga benda di lino quasi rigida dalle ascelle fino ai piedi, secondo l’usanza di quel tempo. In questo modo, ordinato e lindo sereno come un piccolo morto, mi collocò accanto a mia madre, quasi accanto. Questo quasi non verrà mai superato da me (o da lei) e costituirà una barriera psicologica permanente, che si rifletterà in tutti i miei rapporti con le donne. Mia madre aveva osservato, con tristezza e anche con ansietà, l’operare di Adrianedda. E quando questa ebbe finito, le chiese di portarle il fratellino appena più anziano di me, di qualche anno… 
Questi era nato con un piede deforme e un’espressione angelica. Inoltre la madre aveva intuito che il piccolo non sarebbe sopravvissuto agli stenti e al disagio della nostra condizione… Cose che devono aver contribuito a far rinascere in lei una seconda vampata di passione materna. (Mia madre dopo il primo figlio avrebbe voluto non averne altri, piuttosto che vederci soffrire la fame).
Quel giorno era stata la prima volta che l’aveva ceduto alla cura di altri: temeva con ragione — che il fratello nato prima di lui per gelosia l’avrebbe strangolato.
Quando Adriana ritornò col bambino appena nettato e glielo mise dall’altro lato, la mamma se lo strinse vicino, lasciò andare un sospiro di sollievo e si addormentarono entrambi.
Io sentii la breve distanza che. mi separava dalla madre allargarsi, distanziarsi all’infinito. Mi sono sentito solo, non voluto. Ho desiderato allora (e anche spesso in seguito) cancellare la mia nascita e, per un processo di inversione — come un film proiettato alla rovescia — di essere ripreso da Adriana disvolto dalla benda, rimesso nell’acqua riscaldata al sole, rientrato nel grembo della mamma, riassorbito come sperma da mio padre… e da mio nonno e così via, sempre più indietro nel tempo.
Ma proprio quando l’abbandono mi è parso più totale, ho sentito altrettanto forte la sensazione, che non ero solo. Dopo tutto, le mani di Adriana mi avevano lavato e accarezzato modellandomi come un pane da festa. E ora dalla finestra della stanza entrava l’aria tiepida e con essa migliaia di suoni gradevoli, prodotti dagli uccelli, i grilli, le api… e anche dagli scoppi dei piselli selvatici e tante altre diavolerie della natura e della stagione, che in quel modo sembrava che festeggiassero la mia nascita e che mi invitassero a unirmi a loro in questa curiosa avventura che è l’esistenza. 
Era mezzogiorno e mezzo, il 5 luglio 1911