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La Sardegna di Giovanni Marradi

La rivista “Liburni Civitas”, pubblicata dal 1928 al 1942, presentava in ogni numero una rassegna delle attività municipali di Livorno, con ampi servizi sulla cultura della città.
Occorre sottolineare che, in considerazione del periodo storico in cui venne pubblicata, !Liburni Civitas” si mantenne abbastanza indipendente nella scelta dei contenuti e dei collaboratori.
Un articolo di Luigi Pescetti, stampato anche come estratto, pubblicato sul fascicolo III del 1934, è dedicato al poeta e scrittore livornese Giovanni Marradi (1852-1922) e al soggiorno di quest’ultimo in Sardegna.
Marradi, infatti, nel 1884 venne destinato all’insegnamento di lettere italiane nel liceo di Sassari.
La permanenza a Sassari durò solo alcuni mesi per concludersi con il trasferimento a Chieti che – come scrive il poeta – “non varrà più di Sassari, ma è sul continente”.

Marradi ritratto dal pittore Corrado Michelozzi

Dall’epistolario di Marradi del suo breve soggiorno sardo emergono, comunque, alcune interessanti notizie e informazioni che fanno rivivere l’ambiente di Sassari di fine ‘800.
Innanzitutto il trasferimento dello scrittore e della moglie da Livorno a Porto Torres non fu dei più tranquilli. Il viaggio durò oltre 20 giorni in quanto il piroscafo “Liguria” che li trasportava dovette sostare a Porto Santo Stefano, in Toscana, in quarantena. Durante la quarantena, Marradi apprese la notizia della morte del suocero e, quando arrivarono finalmente a Sassari, scoprirono che i loro effetti personali non avevano passato il vaglio dell’ufficiale sanitario di Porto Torres e quindi non erano stati sbarcati e rimandati a Livorno.
Marradi si insedia in città e scrive agli amici: “La città di Sassari è bella e brutta, perché sono come due città sovrapposte: Sassari alta, che è la città nuova, è bella, proprio bella, salubre e moderna; Sassari bassa, la città vecchia, è un affogatoio umido e nero. In nessuna città credo sia così forte ed enorme la differenza fra la parte vecchia e la parte nuova”.
Lui, come il preside e gli altri insegnanti del liceo, abita nella parte nuova: “Siamo in una strada larga proprio come una piazza, e da una parte prospettiamo una gran distesa di campagna”. Si lamenta solo del fatto che la casa ha troppa luce “perché non ci sono persiane … usano poco le persiane quaggiù”.
Marradi, anche per la sua intensa attività giornalistica, fu preceduto dalla sua fama, tanto che sottolinea come “de’ miei libri di versi, dacché son qua, ne sono state vendute parecchie dozzine. Insomma, sanno chi sono, e so anche che a far lezione incontro parecchio”. Ricorda poi l’ottima accoglienza ricevuta dalle autorità.“il Prefetto mi volle personalmente conoscere … mi parlò delle velleità politiche degli studenti sardi, che son tutti cospiratori, e della necessità per noi professori di non immischiarsene e opporcisi in tutti i modi possibili”.
Dopo alcuni giorni, comunque, nonostante le indicazioni del Prefetto Marradi esprime giudizi positivi sulla scuola: “Al Liceo – scrive – mi pare di andar bene. E, giorni sono, trovammo scritto sul muro della scuola: Viva il nostro poeta Marradi!”. Descrive gli alunni, “molto disciplinati e attenti in generale; e per questo lato, credevo peggio”.
E tra gli alunni bisogna annoverare lo studente Sebastiano Satta che riconobbe proprio all’insegnamento del “carducciano” Marradi l’impronta della sua formazione poetica.
Ma dopo i primi momenti, il soggiorno di Marradi a Sassari inizia a essere pesante e dalle sue lettere traspare lo sconforto e la malinconia di chi si trova a vivere “in rude contrasto con l’austera e primitiva bellezza dell’isola generosa”. Marradi soffre, soprattutto, per la mancanza di informazioni sul dibattito culturale e letterario che lo aveva visto protagonista in Toscana e a Firenze. Si lamenta con gli amici degli scarsi giornali che riesce a trovare a Sassari e quasi li implora di inviargli materiale da leggere: “Io sono in terra di Turchi e non vedo mai nulla, all’infuori di pochi giornali che leggo di tanto in tanto al caffè … Qua siamo fuori dal mondo assai più che a Pistoia, questa è proprio “la divisa dal mondo ultima Islanda” – scrive, citando un verso della Gerusalemme Liberata del Tasso –, e io non ne posso più”.
E la “liberazione” arrivò con il trasferimento a Chieti quando, esultando, può finalmente scrivere all’amico Chiarini: “Stupisci! Io sto per lasciare Sassari e la Sardegna … non saremo più isolati”.

Sassari in una stampa di fine '800

Giacomo Devoto a Cagliari

Giacomo Devoto (1897 – 1974), glottologo e linguista, scriveva: “La nostra vita è una successione ininterrotta di incontri: con maestri, con compagni. Ma a un certo momento gli incontri della mia vita hanno dovuto tener conto di un fatto nuovo che li influenzava, il fascismo. Venuto su nella convinzione cavouriana che le società degne sono quelle ispirate a libertà e democrazia, ho visto nel fascismo una parentesi, destinata a richiudersi con uno sforzo di volontà, così come nella negligenza e nell’abbandono si era aperta. Se l’immagine della parentesi chiusa, e cioè di un ritorno a una società ordinata corrisponda alla realtà, potrà dire solo l’avvenire”.
E “La Parentesi – Quasi un diario” è il titolo del volume che raccoglie alcuni scritti di Devoto sul prima e sul dopo del fascismo, con riflessioni sui luoghi e sui personaggi incontrati nel suo percorso di studi e di vita.
Nel libro Devoto dedica un capitolo alla Sardegna e a Cagliari in particolare, città dove ebbe modo di insegnare tra il 1928 e il 1929.
Racconta che arrivò in Sardegna, certamente non carico di entusiasmo, con una immagine dell’isola legata alle cronache del passato sul banditismo e ai fatti della prima guerra mondiale con l’eroica esaltazione della Brigata Sassari: “mi ritenevo vittima – scrive – di una sorte avversa, solo perché non mi era stato possibile evitare il noviziato sardo”.

Cagliari in una cartolina degli anni '20

Della Sardegna Devoto ha modo di conoscere e vedere poco, e quel poco è legato soprattutto a vicende e personaggi dell’ateneo cagliaritano: abita nel centro di Cagliari, frequenta l’università, ha contatti solo con alcuni colleghi professori dell’ateneo e poco più, “i miei orizzonti erano limitati ad una ristretta cerchia di persone”, afferma.
Tra i suoi ricordi scrive che, appena giunto a Cagliari, per i suoi trascorsi combattentistici durante la prima guerra mondiale, venne incaricato di commemorare nell’aula magna dell’Università, la morte del maresciallo Armando Diaz, avvenuta il 29 febbraio. Cosa che fece con una contrapposizione “non originalissima” tra l’operato di Cadorna e quello di Diaz.
Di quell’anno a Cagliari ricorda i colleghi docenti Adelchi Baratono, Giuseppe Toffanin e Bachisio Motzo che – scrive Devoto <<mi diede una definizione di alto interesse in fatto di temperamenti regionali. “Sai qual è la differenza fra sardi e napoletani?”. “Sono un piccolo agricoltore. Se faccio una osservazione al mio contadino napoletano, mi risponde magari con insolenza, ma il giorno dopo mi dice “buon giorno eccellenza”. Se faccio un’osservazione al contadino sardo, rimane silenzioso, e poi aggiunge “mi ricorderò quello che m’ha detto”>>.
Per quanto breve, Devoto ricorda la sua permanenza a Cagliari come una fase “civile e fervida” che rimarrà viva per tutta la sua carriera di docente anche a Firenze, Padova e ancora Firenze dove insegnò dal 1935 al 1967. Tra le tante benemerenze, Devoto può annoverare anche la presidenza dell’Accademia della Crusca che, durante la sua reggenza (1964/1972) riprese i lavori lessicografici, interrotti nel 1923. Grazie a Lui la Crusca ottenne in concessione dal Demanio la villa medicea di Castello che, restaurata, nel 1972 accolse i servizi e quelli dell’Opera del Vocabolario. In quel periodo, inoltre, la Crusca ottenne una nuova legge di finanziamento e varò un nuovo statuto che sancì la creazione di altri due centri di studi ( lessicografia e grammatica italiana) affiancati al preesistente Centro di Studi di filologia. Altri tempi, vien da dire, rispetto all’abbandono e alle misere elemosine lesinate oggi alla Crusca e alle altre istituzioni culturali fiorentine!!

Potenza del social network

Ho ultimato l’Istituto d’Arte a Nuoro nel 1975, e da allora ho perso i contatti con molti dei compagni di studi.
Grazie a facebook, piano piano, questi contatti stanno riemergendo tutti, con la relativa apertura delle scatole della memoria, dove si ritrovano ricordi, fatti e persone che pensavamo oramai dimenticati.

Il disegno originale del 1973

E’ grazie a facebook che ho ritrovato Marianna Pintori, ed è grazie a Marianna che ho ritrovato Angela Farris. Grazie a Marianna e Angela ho ritrovato anche un mio vecchio disegno del 1973; un bozzetto per un bracciale.

Il disegno rielaborato nel 2010

 Mi telefona Angela: “Ciao Angelino, sono con Marianna all’Istituto d’Arte per un corso serale di ceramica. Nel mettere a posto alcune carte è spuntato fuori un tuo disegno di un bracciale”. “Bene – dico io – mandamelo”.
Dopo qualche giorno mi arriva una mail con allegata la scannerizzazione del disegno. E qui si apre uno dei cassetti della memoria, che mi riporta indietro di quasi quarant’anni , alle progettazioni di oreficeria fatte sotto la guida del Prof. Mariolu e del Prof. Belloi. A quei disegni un po’ etnici che in quel periodo caratterizzavano la mia progettazione.

piredda: l'orafo in azione

Comunque, coincidenza vuole che la mail arrivi proprio nei giorni in cui io e Enrica si festeggiava il 30° anniversario di matrimonio, e dato che uno più uno fa due, la richiesta di Enrica è stata esplicita: “Questo lo devi realizzare”.
Ho contattato, allora (sempre tramite facebook) l’amico Pietro Paolo Piredda, dorgalese trapiantato a Orosei, mio ex compagno di banco all’Istituto d’arte, dove ora insegna, e apprezzato maestro d’arte orafa.

una fase della lavorazione

A Pietro Paolo ho inviato il disegno e con lui ho concordato la modalità di realizzazione. Ora, a settembre, il bracciale è realizzato e fa bella mostra sul polso di Enrica.
Tecnicamente il bracciale è alla schiava, realizzato con quattro placche d’argento col disegno traforato, saldate a un’altra placca d’argento. Il fondo e brunito, mentre le placche traforate sono in argento lucidato.

il "prodotto" finito

Una bella storia, iniziata e conclusa grazie all’esistenza di facebook, che ha permesso di realizzare un oggetto di valore e di consolidare valori più importanti, legati indissolubilmente dal vincolo dell’amicizia. 

 
 
 

vecchi compagni di banco

P.s.: se capitate a Orosei, cercate l’amico Piredda e avrete modo di ammirare gioielli tradizionali e non, di rara fattura!

Mario Berlinguer, avvocato penalista

Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer (11 giugno), un personaggio politico unico per serietà, ancora oggi da tutti ricordato come esempio da seguire se si vuole fare politica in modo corretto e nel rispetto delle istituzioni.
Molto del carattere di Enrico derivava dalle tradizioni di famiglia che avevano visto suo nonno, Enrico anche lui, e su padre Mario sempre impegnati con le forze democratiche e liberali.

Mario Berlinguer in una foto del 1930

In casa mia dei Berlinguer ne ho sempre sentito parlare, di Mario prima e di Enrico poi.
Mario, oltre che per la sua attività politica che lo vide in Parlamento sino al 1963, era molto stimato per la sua attività di avvocato che gli dava modo di esercitare quell’arte oratoria molto apprezzata nelle aule di giustizia sarde.
Era poi quella stessa arte utilizzata nello scrivere articoli e testi, spesso divertenti, anche quando erano destinati a qualche specialistica rivista di legge.
Un esempio è l’articolo Folklore giudiziario sardo, apparso sulla rivista “L’Eloquenza” nel 1923 (Anno XII, 1923 – Pag. 681).
In questo scritto, Mario Berlinguer, nonostante la tragicità del racconto, riporta un fatto dove traspare quello spirito e quel sarcasmo che caratterizza, i sardi e che, nel nostro caso, evidenzia la peculiarità di alcuni compaesani Oranesi.
I fatti narrati da Berlinguer hanno origine nel 1906, quando moriva assassinato l’allora sindaco di Bitti Angelo Mossa. Il processo ai presunti responsabili si trascinò per anni e vide coinvolti due oranesi. Berlinguer racconta proprio il confronto tra i due oranesi, Mereu (niente a che vedere col sottoscritto) e Cavada: “… nel clamoroso processo per l’omicidio del sindaco di Bitti un brillantissimo duello dialettico si svolse fra il principale imputato, il sicario Cavada, e uno dei testimoni dell’accusa, Mereu, entrambi nativi di Orani e trapiantati (il P.M. Onofrio Fois, un magistrato di tempra superiore, diceva “perfezionati”) a Bitti. il Mereu deponeva con tranquilla disinvoltura che pochi giorni prima che in una danza carnevalesca nella piazza principale del paese venisse ucciso il sindaco da un uomo camuffato, il Cavada gli aveva proposto di far parte del complotto ordito per l’eccidio, offrendogli mille lire di compenso. Cavada ascolta, poi si drizza sui garretti sottili, si afferra convulsamente alle sbarre della gabbia, pallido, opaco in quel suo viso felino ove rilucevano solo gli occhi vividissimi, e domanda con voce pacata il permesso di chiedere al testimonio notizie sulle sue condizioni economiche … e sullo stato di servizio del cartellino penale. «Son poverissimo, risponde il Mereu; e dopo una pausa: è vero, sono stato condannato per truffa, per appropriazione indebita, per ricettazione, per frode in commercio» (aveva solcato tutto l’arcipelago del piccolo cabotaggio dei reati contro la proprietà). E allora Cavada avventa la sua obiezione, precisa, formidabile: «Come si può credere che avendo io offerto a questo straccione, a questo criminale già tante volte bollato, mille lire, egli non le abbia accettate?». Ma Mereu è più scaltro di lui; non si scompone, sceglie per rispondere una di quelle battute inattese, umoristiche che danno l’impressione irresistibile della spontaneità, e con l’aria di un commesso viaggiatore che sfoderi il suo campionario, dolente che gli manchi la mercanzia richiesta dal cliente: «Ite cheret, su presidente (che vuole, Signor Presidente) custu de facher mortes no fit articulu meu (alla lettera: questo di commettere omicidi non era articolo mio!)».
Questo e altri scritti di Mario Berlinguer sono raccolti nel volume “In Assise – Ricordi di vita giudiziaria sarda”, pubblicato da Mondadori nell’agosto del 1944, ristampato ad aprile del 1945 e, a quanto mi risulta, mai più pubblicato.
Se qualche editore si vuole cimentare nel riproporlo, tenga presente che il libro ha sicuramente ancora una sua validità, se non altro come memoria di un testimone importante, della vita politica e giudiziaria in Sardegna e non.

Sirio Midollini: un amico della Sardegna

Sarà inaugurata il prossimo 28 maggio una mostra che permetterà di apprezzare l’opera artistica di Sirio Midollini, pittore esponente di spicco del Neorealismo, tra i fondatori del movimento di “Nuova Corrente”, scomparso a Firenze a 83 anni nel 2008.
Artista autodidatta, Midollini girò a lungo l’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta per cogliere le trasformazioni di una società agraria verso la modernità: i suoi quadri figurativi immortalano i pastori della Sardegna, le donne della Calabria, i contadini dell’Abruzzo secondo la migliore tradizione neorealista riletta con una forte attenzione poetica.
Midollini, che iniziò a lavorare come disegnatore al Pignone dove, nel 1953 fu licenziato per la sua militanza nel Partito comunista, ha avuto una intensa attività artistica che, nel 1959, con i pittori Bruno Pecchioli, Xavier Bueno, Piero Tredici, Leonardo Papasogli e Manfredi Lombardi, lo portò a fondare il movimento “Nuova Corrente”.
Ho conosciuto Midollini quando ancora dipingeva nello studio di Borgo de Greci a Firenze. Uno studio collocato al quarto piano, senza ascensore, in uno storico palazzo tra Piazza Santa Croce e Piazza Signoria. Quello studio dove salì anche il presidente Sandro Pertini che volle personalmente acquistare un quadro raffigurante alcuni contadini della Sardegna.
Quello studio offriva una vista splendida ma richiedeva una fatica indicibile per arrivarci, tanto che Midollini dovette lasciarlo in quanto, negli ultimi anni, per lui era diventato impossibile poter lavorare lassù in cima. E lassù in cima, in quell’abbaino sopra i tetti di Firenze, Midollini mi parlò del suo rapporto con la Sardegna. Una voce esterna all’Isola, la sua, ma molto più “sarda” di quella di tanti sardi che non sanno guardare o capire la loro terra.
Midollini vedeva la Sardegna con gli occhi dei contadini, dei pastori, della gente semplice che lotta quotidianamente per riscattarsi. E nei suoi quadri i volti rivivevano, cosi come rivivevano quei colori forti, esasperati, a volte aspri, che solo la terra sarda sa produrre.
Un legame molto stretto, quindi, quello tra Midollini e la Sardegna, e sono centinaia le opere che l’artista ha dedicato all’isola e alla sua gente.

Ritratto di Gavino Ledda

Un rapporto molto stretto che portò Midollini a un legame di amicizia fortissimo con lo scrittore Gavino Ledda, sfociato nella realizzazione del volume “Le canne amiche del mare”, pubblicato dall’Editore Manzuoli di Firenze nel 1978.
Il questo libro Ledda racconta una storia sulle launeddas, i flauti di canne utilizzati nelle musiche popolari sarde, mentre Midollini “presta” le sue opere di ispirazione sarda a corredare il volume.
Una felice simbiosi suggellata anche da una foto che ritrae, appunto, Midollini, Ledda e tziu Juanne, il suonatore di launeddas.
La mostra di Midollini, promossa dal Quartiere 1 di Firenze, si terrà nella Sala delle Vetrate (ex Murate) in Piazza Madonna della Neve a Firenze. L’inaugurazione è fissata per le ore 17.30 di Venerdì 28 maggio e rimarrà aperta sino all’11 giugno 2010.
Un’occasione per scoprire un artista di spicco nel panorama artistico fiorentino e per poter ammirare una rassegna di opere dalla forte e incisiva potenza pittorica.

Ritornare a Itaca

Ma in questa sera di gelo e di vento non c’è un lume, una persona. Passato Sarule, illuminiamo coi fari la facciata nuova della chiesa di Orani dove il pittore Nivola, che è nato qui e vive in America, ha graffito, al suo ultimo ritorno, tra la meraviglia dei pastori, una grande decorazione. ...”.
Così scriveva Carlo Levi nel 1964 (Carlo Levi, Tutto il miele è finito – Torino, Einaudi, 1964 – Pag. 74), riassumendo in poche parole la sensazione che creò a Orani, nel 1958, il ritorno di Nivola: quel “ritorno a Itaca” che si celebra proprio in questi giorni, grazie alla riproposta della mostra fotografica che riproduce le immagini allora scattate da Carlo Bavagnoli.
E, a quanto mi dicono, dopo 50 anni, a Orani la sensazione è ancora di meraviglia e stupore nel rivedere le immagini, i luoghi, le persone, il paese non ancora “civilizzato” invaso dalle opere d’arte di un oranese, visto dai compaesani più come uno “strano” emigrato che come un artista di fama mondiale.
E si! ancora nessuno aveva capito la portata dell’opera di Nivola, e nessuno (almeno a Orani), poteva immaginare che di quella mostra del 1958 ne avrebbero parlato ancora a lungo giornali e riviste di tutto il mondo.
Sfoglio, ad esempio, il numero 34 del 1961 della rivista d’arte e architettura “Aujourd’hui” che si stampava a Parigi e che dedica ben 7 pagine fotografiche a Nivola, tra cui due alla mostra di Orani.
E guardo le foto e rivedo volti e persone, vecchi che ho conosciuto e amici d’infanzia. E mi chiedo anche a cosa pensava chi nel 1961 a Parigi vedeva la foto di Ziu Deddone che con mano leggera accarezzava una scultura sotto lo sguardo attento di Ziu Soro, cognato di Nivola e fratello di mia nonna. Oppure qualcuno, come faccio io oggi, si soffermava a guardare un gruppo di ragazzi dove mio cognato Nicola, poggiato al muro, sembra il ritratto di mio nipote Alessandro.

E che dire della foto di Nivola che spiega i suoi disegni ad un attento Don Lai, parroco di Orani, dando vita, forse, a quella “leggenda” che vuole che sia stato il prete a dare il nome di “Battaglia di Lepanto” al graffito, tanto per dare una spiegazione logica a quei segni incomprensibili.
Ma io mi chiedo anche: chi sarà mai quel ragazzino, seminascosto dai fogli di Nivola, che si soffia il naso e regge le spatole dell’artista?
Tutte domande che non vedo l’ora di appurare. E appena rientrerò a Orani, andrò, come fanno in questi giorni tutti gli oranesi, a vedere la mostra e  “giocare” con la memoria che ricorda, ricerca e rivive, facendoci viaggiare e ritornare a quella personale Itaca che abbiamo tutti, e che tutti conserviamo e curiamo nel nostro intimo più profondo.

P.s.: Veloci arrivano le precisazioni. Mi scrive Tina (una delle bambine che ridono divertite guardando Nivola che disegna): “Ciao Angelino, l’uomo che accarezza la scultura di Nivola non è Ziu Deddone ma Ziu Antoni Fadda (il padre di Ziu Giuanchinu). E il ragazzino che si soffia il naso è Andria Comeddu. Ciao Ciao“. Grazie! … e ciao, ciao!

Lina Merlin, confinata a Orune

L’assegnazione al confino politico ed i relativi provvedimenti amministrativi furono ampiamente utilizzati durante il fascismo per stroncare l’opposizione politica o, più semplicemente, per controllare chiunque non era inquadrato nella logica del regime.
Così, al confino finirono intellettuali, antifascisti, oppositori del regime, tutti costretti a vivere forzatamente lontani dal mondo nelle isole minori (Pantelleria, Ustica, Ventotene, Tremiti) o in località sperdute del Meridione e della Sardegna.
Il soggiorno a Eboli raccontato da Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli” è una delle testimonianze più alte di quel periodo; e se “La catena”, scritto in clandestinità da Emilio Lussu, racconta la vita dei confinati a Lipari,  le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci fanno rivivere la situazione di oppressione a cui erano sottoposti i confinati.
Tra le diverse centinai di confinati per motivi politici figura anche la futura senatrice Lina Merlin, passata alla storia per aver dato il nome a quella “Legge Merlin” che, nel dopoguerra, pose fine all’esistenza di bordelli e case chiuse.
Lina Merlin, nata nel 1887, inizia subito dopo la prima guerra mondiale la sua militanza nel Partito socialista e collabora a diversi giornali, tra cui “La Difesa delle Lavoratrici”, periodico fondato da Anna Kuliscioff.
Con l’avvento del fascismo, diventa una decisa oppositrice del regime. Nel 1924 le viene affidato il compito di segretaria del Comitato Elettorale del partito socialista veneto e, nel 1926, essendosi rifiutata di prestare giuramento di fedeltà al regime, viene licenziata dal posto di lavoro, arrestata per ben cinque volte, “perché irriducibile”, questa la motivazione della sentenza, viene condannata a scontare quattro anni di confino in Sardegna.
In una testimonianza pubblicata nel volume “Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista”, edito nel 1958 a cura dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti, Lina Merlin racconta il suo trasferimento in Sardegna, unica donna, incatenata ad altri 50 detenuti comuni.
La prima destinazione fu Nuoro, ma siccome la città era “un covo di Sardisti avversi al regime”, fu trasferita a Dorgali dove rimase solo tre mesi in quanto “essendo divenuta, senza mio merito o colpa, troppo popolare, mi si mandò a Orune”. Di quel breve soggiorno dorgalese rimane una bella foto che ritrae Lina Merlin con il costume tradizionale. Del soggiorno a Orune, “quel cucuzzolo di montagna sempre battuto da un vento infernale”, Lina Merlin conserverà un ricordo indelebile: “gente arretrata, ma di cuore, quei pastori sardi, e dei miei rapporti con loro serberò grata memoria”.
Dopo gli anni di confino, “lunghi e dolorosi, perché il confino non è che una prigione all’aperto, dove si è costretti a subire la tortura morale di innumerevoli aguzzini e la doccia scozzese delle minacce e delle lusinghe”, Lina Merlin si trasferisce a Milano, si sposa, rimane vedova, entra in clandestinità, contribuisce a quella lotta di liberazione che assesta il colpo definitivo al regime fascista.
L’impegno della Merlin per la libertà continua nelle istituzioni, nel Senato, in Parlamento, sempre in prima fila per i diritti delle donne, dei lavoratori, dei più deboli.
Un impegno portato avanti sino alla sua morte avvenuta nel 1979.
Lo scritto di Lina Merlin nel citato libro del 1958 si conclude con una frase di Turati: “Bisogna saper soffrire per vincere”.
“Abbiamo noi vinto?”, si chiedeva allora la Merlin.
E in questo 25 aprile del 2010, 65° anniversario della Liberazione, ancora ci chiediamo: “Abbiamo noi vinto ?”

Umberto Saba poeta e libraio

Due grandi amori hanno caratterizzato la vita di Umberto Saba (Trieste 1883 – Gorizia 1957): la poesia e l’attività di libraio, che ha esercitato con identica passione per tutta la vita.
L’attività di libraio antiquario la inizio a Trieste nel 1919, mentre le prime poesie risalgono ai primi del ‘900.
Capitare, dunque, in un mercatino e trovare in una bancarella un testo che raccoglie le poesie di Saba e poco più avanti, in un’altra bancarella, un catalogo della sua libreria, ha permesso, ancora una volta, di dare un senso alla mia passione libraria.
Mettere insieme, in uno scaffale della mia libreria, le due metà di Saba, una accanto all’altra, permette quasi di completare la figura del personaggio rappresentato dallo spirito poetico e dal “corpo” commerciale.
Ma anche il commerciale non è esente dalla poesia e in tante delle schede bibliografiche compare la mano del poeta che sempre descrive i libri in vendita con note, parole o commenti mai banali, tanto che un catalogo di vendita libraria per corrispondenza diventa interessante anch’esso da leggere.
Libreria antiquaria” è il titolo di una poesia di Saba dedicata proprio al suo negozio di libri e apparsa nella raccolta “Quasi un racconto” del 1951.

Ed eccola la poesia di Saba, vero e proprio omaggio a quell’attività che lo occupò per tutta la vita e omaggio a “Carletto” Cerne, fedelissimo collaboratore di Saba in libreria.

 

Libreria antiquaria

 

Morti chiedono a un morto libri morti.

Illusione non ho che mi conforti
in questo caro al buon Carletto nero
antro sofferto. Un tempo al mio pensiero
parve un rifugio, e agli orrori del tempo.
Ma quel tempo è passato oggi, e la vita
con lui, che amavo. E di sentirmi inerme
escluso piango come tu piangevi
quando eri ancora un bambino e perdevi
tra la folla la madre tua al mercato
.

 E per concludere un consiglio del grande poeta/libraio triestino rivolto nel 1954 a bibliofili e collezionisti: “Quella di raccogliere libri antichi o, comunque, rari, può essere – per chi non segua alcuni criteri precisi – molto costosa, ed anche interminabile. Per questo consigliamo i bibliofili a concentrare la loro attenzione ed a fare i loro acquisti, scegliendo alcuni criteri precisi: ad attenersi cioè ad un determinato genere di libri, e poi derogare il meno possibile. Va da sé che il «genere» può – anzi deve – variare secondo l’animo del raccoglitore.
Meglio è fidarsi dei librai antiquari, che sono, in generale, persone più oneste di quanto non si creda (nessuno, o quasi, di loro si è fatto ricco); specialmente di quelli che, dopo una lunga esperienza, fatta, il più delle volte, a loro spese, si sono acquistata una buona fama sul mercato ristretto dell’antiquariato librario”

Signorina Marianna dei quattro mori

“Signorina Mariannedda ‘e sos battor moros” (Signorina Marianna dei quattro mori), così era conosciuta dai più Marianna Bussalai, per la sua fede incrollabile nell’idea sardista che aveva, appunto, i quattro mori come vessillo.
E quel vessillo lei lo conosceva bene visto che la prima bandiera del Partito Sardo d’Azione, a 17 anni, l’aveva ricamata con le sue mani; quella stessa bandiera con cui, nel 1997, come riportano le cronache, Giuseppe Chironi, “tziu Chironeddu” di Orani, a 80 anni suonati, fece l’ingresso al congresso sardista: “impugnando la bandiera dei Quattro Mori cucita da Marianna Bussalai nel lontano 1921 e gelosamente custodita nel ventennio della dittatura fascista. I delegati sono letteralmente schizzati in piedi e ne è seguito un prolungatissimo applauso”.
Marianna era nata a Orani nel 1904; titolo di studio quarta elementare ma una enorme cultura da autodidatta, costruita con letture e rapporti personali ed epistolari con le menti più sensibili presenti nell’area nuorese e barbaricina degli anni 20.

Un mio schizzo di piazza Santa Gruche a Orani dove si intravvede il portone di casa Bussalai

Un rapporto talmente stretto che la portò ad essere punto di riferimento, per tantissimi giovani del paese, che nel cortile di casa sua si riunivano in una sorta di cenacolo culturale e politico, ma anche di politici e leader indiscussi del movimento antifascista, come Emilio Lussu.
Sul fronte politico l’idea autonomista e sardista di Marianna fu sempre in primo piano, così come l’antifascismo convinto e militante, fatto di avversione a tutto quello che il regime imponeva e di aperto contrasto quando doveva sostenere le sue idee.
Marianna non nascondeva questo suo modo di essere e di pensare che sempre traspariva, nelle sue azioni e nei suoi componimenti. Dal microcosmo del suo cortile partivano i suoi scritti, le sue lettere, le sue cartoline, le sue poesie. E ogni atto corrispondeva a un preciso messaggio, più o meno esplicito, a chi era destinatario della missiva o semplice lettore di un componimento poetico.
Questo perché Marianna Bussalai aveva la rara capacità di parlare chiaro, semplice, in maniera comprensibile. Sapeva toccare i tasti giusti dell’amore per la Sardegna, dell’amore per la libertà, della voglia di giustizia per un popolo, quello sardo, da sempre vessato e sottomesso.
Tra le molte collaborazioni, Marianna Bussalai intraprese un rapporto con la rivista LUMEN, “Rivista femminile per la gioventù d’Italia”, che iniziò le pubblicazioni nel 1920 e continuò sino agli anni ‘50. Era una rivista fortemente orientata verso tematiche femminili e dava spazio a donne affermate nel campo delle lettere, ma anche a donne esordienti o sconosciute che intendevano misurarsi con la poesia o con la narrativa. Molta importanza veniva attribuita alla posta delle lettrici che, puntualmente, trovava risposta sulle pagine della rivista direttamente per mano della direttrice Rosa Borghini. La rivista era molto diffusa tra le insegnanti e, a quanto pare, da queste utilizzata nei programmi educativi, coinvolgendo direttamente le ragazze in età scolare.
Tra le altre cose, LUMEN mi ha colpito per l’alto numero di abbonate e collaboratrici sarde, a testimonianza che la rivista, anche se stampata in Abruzzo, aveva nell’isola vasta eco e diffusione.
Marianna Bussalai, periodicamente, contribuiva con scritti e poesie sue originali in italiano (“rottami di sogni” li chiamava Lei) o con traduzioni dal sardo all’italiano, per far conoscere autori come Antioco Casula “Montanaru” e Sebastiano Satta..
La sua prima poesia pubblicata, “Rivelazione”, con testo in italiano e cognome sbagliato, apparve sul numero 5 del 1923. Sul numero 4 del 1924, invece, venne pubblicato il componimento “Nel salto”. Sullo stesso numero veniva reso noto il risultato di una iniziativa di LUMEN per un premio letterario riservato alle abbonate. Tale premio veniva assegnato per il primo posto a Maria Catte di Oliena, per il secondo posto a Anna Carracino di Chieti e per il terzo posto a Marianna Bussalai di Orani per la novella in versi “L’Anello della felicità” che, assieme agli altri testi vincitori, venne pubblicato sul numero successivo (n.° 5/6 1924) della rivista.
La novella di Marianna – come scrisse Silvia Reitano, scrittrice e poetessa che faceva parte della commissione giudicatrice – “volge graziosamente in forma fiabesca un troppo triste motivo: che la felicità si trovi nella morte”.
E’ un motivo questo ricorrente negli scritti di Marianna, per una visione sofferente dell’esistenza, a causa del regime fascista che la opprime e a causa di una malformazione fisica che le procura atroci sofferenze. Rispondendo a una sua lettera (LUMEN n°11/1929) Rosa Borghini sottolinea come “poche hanno sofferto come te e quindi hanno una vita spirituale profonda come la tua. Profonda e coraggiosa che potrebbe essere a molte di esempio. Che cosa vuole Dio da te con cotesto incalzare di lotta che non conosce tregua?” Ma Marianna è ostinata, continua assiduamente il suo lavoro di proselitismo e educazione, continuando a mantenere vivi contatti e interessi, muovendosi sempre con la dovuta “prudenza e la saggezza che possono benissimo andar d’accordo con la fierezza e l’ardire”. 
Su Lumen Marianna scrive: “Mi ritrovo ora più serena e più temprata e queste energie che l’anima può sprigionare, dopo aver vinte le prove più rudi, mi fanno comprendere il perché di questa lotta senza tregua che a tutta prima apparirebbe vana!”
Energia e serenità la accompagnarono sino alla morte, avvenuta nel 1947 a soli 43 anni, pochi mesi prima dell’approvazione di quello statuto speciale per la regione Sardegna che era stato uno degli obiettivi del suo pensiero autonomistico, oltre alla dimostrazione che la sua lotta non era stata vana.
Di Marianna Bussalai mi piace riportare la poesia “Trillo” (Lumen n. 11/1925) che riassume, in versi, quella sofferenza, quella forza e quella speranza che caratterizzarono tutta l’esistenza di questa illustre, piccola, grande oranese

Io vengo dal tutto: Dell’erba
L’essenza in me porto e del sole,
Dell’elce, dell’onda, dei pruni
Selvaggi, d’umili viole!
Nell’anima sento dei giorni
Radiosi di Maggio la festa,
Ma ho pure nel sangue il tremendo
Ruggir della nera tempesta!
Se grava d’un cielo cinereo
La tacita e mesta armonia
Son una con quella tristezza
Che porto nel cuore; ch’è mia!
Se il mondo ridesto saluta
Di gioia in un inno l’aurora
Mi sento perduta in quel gaudio
Ch’è mio – del mio sangue – esso ancora!
 

Un 15 marzo di buon auspicio

“Alla cara Anna con affetto fraterno. Carla – Como, dicembre 1959”.
Così recita la dedica autografa apposta all’antiporta del volume “Il tuo cuore e il mio” che fa parte della mia collezione di libri autografati.
Il volume è opera di Carla Porta-Musa, scrittrice di Como, ed è stato pubblicato dall’editore Macchia di Roma nel 1952.
A parte il libro, scritto con un linguaggio fresco e avvincente, mi preme sottolineare che quella dedica Carla Porta-Musa l’ha scritta quando aveva già compiuto 57 anni, dato che è nata nel 1902.
Si! Proprio così! “è nata”, al presente, visto che la scrittrice oggi, 15 marzo 2010, compie 108 anni. Ma la cosa sorprendente è che tra 5 giorni, il 20 marzo, verrà presentato al pubblico il suo nuovo romanzo, “Le tre zitelle“, edito dal Rotary di Como in occasione del compleanno dell’autrice.
Una straordinaria carriera quella di Carla Porta-Musa che l’ha portata a percorrere tutta la vita letteraria del ‘900, accanto ai principali personaggi della cultura italiana, e che ancora va avanti con una produzione libraria continua, che la vede attivamente presente, visto che questo è il quarto volume pubblicato da quando ha compiuto 100 anni.
Un ritmo da far invidia a tanti giovani autori.
Una longevità, vitalità e lucidità che auguro ancora per lungo tempo a Carla Porta-Musa e che oggi, 15 marzo 2010, auguro anche ad Arianna che, per pareggiare il conto della scrittrice, di compleanni ne deve affrontare altri 80. Che siano tutti felici e sereni!