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Peppantoni Sau: Su tziu ‘e su turrone

Orani San DanielePer San Daniele (13 Ottobre), a Orani si celebra la festa “grande” dedicata a San Daniele. Paese strano Orani: il patrono è Sant’Andrea, ma la festa vera, quella che dura tre giorni, si festeggia per San Daniele.

E San Daniele è sempre stata occasione di grandi iniziative con gare poetiche, canti a chitarra gruppi rock (che quando ero piccolo io erano gruppi “beat” che, però, si chiamavano, Barritas, Bertas o Mamuthones).

E per San Daniele non mancavano mai le giostre, le corse con cavalli e asinelli, gare podistiche e altri giochi di abilità: avete mai provato a percorrere duecento metri stringendo tra i denti un cucchiaio con un uovo sopra? Io a suo tempo ho provato a cimentarmi ma dopo sette metri circa l’uovo era già spiaccicato per terra!

bancarella torroneAltra cosa che per San Daniele non mancava, erano i venditori di torrone di Tonara  che allestivano le bancarelle in piazza e, soprattutto le donne, con una cassetta sul capo e la stadera in spalla, giravano per le case cercando di vendere il torrone. Per noi bambini era un’attesa che durava da un anno all’altro, anche perché i grandi, durante l’anno, sapevano creare l’aspettativa promettendoci in continuazione: “Si aches a bonu, a Santu Tanielle d’ammustro su tziu e su turrone (Se stai bravo, a San Daniele ti faccio vedere l’uomo del torrone)”

Per me “su tziu ‘e su turrone” era solo uno. Casa mia , in Via Roma, infatti, era tutti gli anni una tappa fissa di tziu Peppantoni Sau, un torronaio di Tonara che nel suo giro non mancava di fare sosta e scambiare due chiacchiere con babbo, accompagnate sempre da un buon bicchiere di vino.

Lo ricordo tziu Peppantoni, dietro la sua bancarella con il sue grembiule bianco, intento, con precisi colpi di mannaia, a sminuzzare i vari tipi di torrone che metteva in vendita.

Ma lo ricordo anche in occasione della Festa dell’Unità che allora ancora si festeggiava a Orani. Tziu Peppantoni, infatti, oltre a essere un ottimo produttore di torrone, era anche un apprezzato poeta estemporaneo. Succedeva, così, che tutti gli anni, in occasione del concorso di poesia de L’Unità, saliva sul palco e declamava i suoi componimenti.

poesiasppeantoniMi fa piacere, dunque, leggere che le poesie di Peppantoni Sau sono state raccolte in un volume e presentate al pubblico in una bella serata organizzata nei giorni scorsi a Tonara. Ricordo che i suoi componimenti erano belli come contenuto e impeccabili come metrica: ora che sono raccolti in un volume le poesie di Peppantoni Sau continueranno a viaggiare per feste e paesi, in quel vagare de “su tziu e su turrone” che, come i versi liberi, non conosce mai sosta.

 

 

Teliseri
Poesia di Peppantoni Sau dedicata al rione di Tonara dov’era nato e dove aveva vissuto

E tue Teliseri ite mi nasa,
ca ses poveru e tristu unu rione,
ma in sas concas de Pitzirimasa,
donzi notte ti cantat su mazzone.

Si est annada ona ‘e cariasa,
ti ballas e ti cantas che puzone,
ma si ti falat un’annada mala,
tue moris che puzone fertu a s’ala”

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GEC e la “Mostra d’Arte sarda”

gec-autocaricatura

Autocaricatura di GEC

Alla fine della Prima Guerra Mondiale la Sardegna si ritrovò al centro di un rinnovato interesse grazie anche al clamore suscitato dalle imprese belliche della Brigata Sassari, ampiamente raccontate e amplificate dalla stampa popolare.

In tale interesse venne coinvolto anche il mondo dell’arte e la vita culturale nell’Isola si caratterizzò per un entusiasmo e un fermento che la Sardegna non aveva mai conosciuto.

È in quel clima che, nel maggio del 1921, Felice Melis Marini, importante artista e incisore sardo, organizzò con il Circolo Universitario Cattolico di Cagliari la prima “Mostra d’Arte sarda”.

mostra-sarda-bLa mostra si presentava come una vasta rassegna che raccoglieva le opere di artisti sardi già affermati (Francesco Ciusa, Antonio Ballero, Mario Delitala, lo stesso Melis Marini) accanto a giovani destinati a ricoprire un ruolo importante nella storia dell’arte sarda, e non solo.

La Mostra, infatti, rappresentò l’esordio artistico di Stanis Dessy (presente con sculture e pitture) e Albino Manca, e registrò la partecipazione di Edina Altara, Carmelo Floris, Cesare Cabras, Federico e Pino Melis, tutti destinati a diventare colonne portanti nella storia dell’arte della Sardegna del ‘900.

La Mostra ebbe vasta eco nella stampa locale e nazionale e suscitò anche qualche polemica per il fatto che un’intera sala era stata dedicata al fotografo Alfredo Ferri di Cagliari. Il fatto di equiparare la fotografia alle altre Arti scatenò, infatti, le ire di tanti critici che non le riconoscevano quel ruolo.

Tra i tanti articoli che recensirono la Mostra d’Arte sarda, il giornale “Il popolo romano” pubblicò (31 luglio 1921) un’estesa recensione, che occupava quasi un’intera pagina, firmata GEC.
GEC era il nome d’arte di Enrico Gianeri ed era l’acronimo di “Gianeri Enrico Cagliari”.

Gianeri, nato nel 1900 a Firenze da genitori sardi, visse e studiò a Cagliari sino all’età di vent’anni. La sua attività cagliaritana fu caratterizzata da una notevole propensione per la caricatura e la satira, tanto che fu l’animatore di innumerevoli riviste e giornali che proprio nella satira avevano il loro punto di forza. Trasferitosi a Torino, GEC iniziò la collaborazione con diverse testate tra cui Il Pasquino (1922) di cui divenne anche direttore.

Le sue idee socialiste lo portarono spesso a scontri con gli apparati di regime, tanto che per tutta la durata del fascismo dovette utilizzare degli pseudonimi e affiancare all’attività di vignettista quella di traduttore.

Dopo la caduta del fascismo GEC riprese in pieno il suo lavoro e si concentrò in particolar modo sullo studio della storia della satira. Tali studi, che proseguirono fino alla sua morte (1984), sfociarono nella pubblicazione di numerosi testi che lo hanno reso uno dei più importanti studiosi per quanto riguarda questa materia.

L’articolo di GEC sulla Mostra d’Arte sarda è una dimostrazione del suo “stile” di lavoro: un testo critico sugli artisti presenti in mostra accompagnato da una serie di vignette, caratterizzate da un segno teso ed essenziale che esalta la sintesi del bianco/nero, illustra in caricatura alcuni protagonisti della mostra stessa.

1-lo-scultore-ciusa-2Francesco Ciusa, che alla mostra partecipava con una propria sala dove erano raccolte tutte le sue opere (“Una piccola saletta immersa in una penombra verde e dove si entra silenziosi come in un santuario”), è raffigurato con il suo classico pizzetto e con un cappello a tesa larga che conferiscono allo scultore di Nuoro quasi un’aria da bohemienne.

1-lo-scultore-s-dessyLa stessa aria la ritroviamo nella caricatura di Stanis Dessy. L’artista, pizzetto nero, occhialini, grande papillon e cappellaccio nero, viene presentato da GEC come pittore e scultore e viene segnalato per “qualche acquerello di paesaggio che dimostra buone doti”, anche se la sua ceramica “Cuffietta risente un po’ troppo l’influenza del maestro”.

1-federico-e-pino-melisFederico Melis, “modellatore savio ed accorto”, elogiato per gli ottimi risultati ottenuti con la ceramica, è ritratto in caricatura assieme al fratello Pino Melis, autore di “notevoli” disegni colorati, “benché un po’ troppo stiracchiati nella stilizzazione”.

1-il-prof-melis-mariniFelice Melis Marini, con un’ aria quasi corrucciata, viene presentato in caricatura come uno degli organizzatori e le sue acqueforti in mostra “sono di una severa ed astratta classicità, di una impeccabile precisione di segno”.

Altre vignette di GEC riguardano B.Fadda e G.Manca che esponevano in mostra alcune caricature, l’architetto Cova e Diodata Delitala, autrice di una serie di merletti a filet di Bosa.

1-edina-altaraL’ultima caricatura a corredo dell’articolo è dedicata da GEC a Edina Altara, e alla sua opera “I ciechi di S.Domenico”, che viene così presentata: “Fra gli artisti che non possono essere compresi tra i pittori né tra gli scultori capeggia, come in qualunque circolo, l’elegantissima Edina Altara che è oggi fra le donne l’artista più discussa, più designata, più levata alle stelle. Se i suoi primi lavori possono dar campo, e forse largo, ad una discussione, però “I ciechi di S.Domenico” segna un gran passo avanti nella produzione della giovinetta artista. Qui alla freddezza della policromia delle carte magistralmente riunite in un tutto armonico si unisce il caldo sentimento e il dolore di due anime prive di luce. Noi siamo certi che Edina Altara, liberandosi dalle indecisioni e da falsi profeti, riuscirà ad evolversi e a calcare la via giusta che mena ad una gloria non effimera ma duratura quale Lei può aspirare e quale ce la promette “I ciechi di S.Domenico”.

L’articolo rappresenta una bella testimonianza per quanto riguarda una importante pagina dell’Arte in Sardegna e per quanto attiene ad una figura di primo piano come quella di Enrico Gianeri che, con le sue vignette e con il marchio GEC, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della satira del ‘900.

 

Le “Cartoline” di Nivola

nivola-i-miss-you-heather-1978 Nel 1978 per la Artists’ Postcard di New York, una associazione che coinvolgeva artisti nella realizzazione di cartoline postali, Costantino Nivola realizza una cartolina che sarà esposta anche nel Cooper-Hewitt Museum del Smithsonian Institution’s National Museum of Design.

La cartolina, dal titolo “I miss you Heather” (mi manchi Heather), sarà lo spunto per una serie di lavori realizzati da Nivola, a penna e pastello su carta, dal titolo “Cartoline da…”. Alcune di queste opere sono state pubblicate nel volume Nivola dipinti e grafica (Jaca Book, Milano 1995) curato da Alberto Crespi, Fred Licht e Salvatore Naitza.

foto-088-dicomano-2-013bisDi questa serie fa parte anche la litografia del 1980 “Cartoline da Cagliari”.

In questo lavoro delle cinque cartoline che compongono il quadro, in una sorta di falso collage, solo una è in bianco; le altre sono riprodotte come se fossero state spedite da Cagliari a indirizzi e persone realmente esistenti.

L’opera assume così il senso di un messaggio collettivo, mediato tramite la narrazione breve e discorsiva riservata normalmente alle cartoline.

Con questo artifizio Nivola fa emergere tutto il suo carattere, “un poco rude nelle sue espressioni laconiche e tassative che sembravano provenire da un profondo silenzio e da una assorta meditazione”(U.Collu, 1995).

Così, dal groviglio di segni che fanno intuire alcune peculiari caratteristiche di Cagliari, emergono le cartoline indirizzate alla moglie Ruth, alla nipote Tonina e al marito Antonio Rusui, a Miriam Chiaromonte e a Richard Bender.

foto-089-dicomano-2-007Sono cartoline personali, con osservazioni mirate e acute che, come nel caso della cartolina indirizzata a Ruth, saranno riportate nel volume postumo “Ho bussato alle porte di questa città meravigliosa”, pubblicato dalla Arte Duchamp di Cagliari nel 1993, che raccoglie scritti e riflessioni di Nivola.

Scrive Nivola: “Cagliari, maggio 17 ’80. Cagliari, come Atene, è una foresta di balconi di cemento. Tra queste trivialità architettoniche, il Bastione e il Castello, come il Partenone, sono un’apparizione inaspettata e felice. Ti abbraccio. Costantino

foto-090-dicomano-2-017La cartolina a Tonina (Tonia, scrive Nivola), figlia della sorella Maria, e al marito Antonio Rusui è scritta in sardo. Ai due, che a Orani gestivano un bar, Nivola scrive: “Cagliari, 17 maggio 80. Tonia e Antoni istimaos, in sa profescione de Sant’Efisiu sas bellas zovanas in costumes de gala sun coladas caminande a passos de pudda abbizzandesi abbadiadas chin ispantu. Nos àna crepau in cara bulloncas maccas de cingomma. A menzus biere, ziu Titinu (Tonia e Antonio stimati, durante la processione di Sant’Efisio le belle giovani con i costumi di gala hanno sfilato a passo di gallina sentendosi osservate e ammirate. E ci hanno fatto scoppiare in faccia le bolle con la gomma da masticare. Arrivederci a presto. Zio Titino”.)

foto-092-dicomano-2-005A Bender Nivola scrive in inglese: “Caro Richard, l’architettura che amo di più a Cagliari è quella che non esiste, negli spazi vuoti, dove in questa stagione sbocciano i papaveri e i carciofi selvatici. I migliori auguri. Tino”

Dello stesso tenore è anche la cartolina indirizzata a Miriam Chiaromonte a Roma. “Cara Miriam, come nella Russia di Tolstoi quando si parlava tanto in francese per dire poco, a Cagliari si foto-091-dicomano-2-008parla molto – e assai bene – in italiano anche se per dire ancora meno. Si vede che ciò che veramente conta si può dire, magari brontolando, soltanto nella lingua materna. Con affetto Titino. Cagliari 17 maggio 1980”.

L’opera è la sintesi dell’uomo Nivola, con l’utilizzo delle tre lingue a lui congeniali (sardo, italiano e inglese) e con le cartoline alla moglie, ai parenti di Orani, al decano di Berkeley (quell’anno Nivola insegnava lì) all’amica Miriam Rosenthal, moglie di Nicola Chiaromonte, un intellettuale italiano che, come Nivola, era scappato prima in Francia poi negli Usa per le sue idee ostili al fascismo.

Dalle cartoline emerge chiaramente anche una sottile “antipatia” per Cagliari, che in quell’anno vede Nivola esporre alla Galleria Arte Duchamp e che, in quel momento, rappresenta la punta più avanzata della Sardegna che cambia e non risponde più ai canoni dell’artista: l’irriverenza delle ragazze in costume che fanno le bolle col chewing-gum, i discorsi vuoti in italiano e la selva di balconi e il cemento che riempie tutti gli spazi.

(Brano tratto dal mio libro “Il Nivola ritrovato”, Nardini Editore, Firenze 2012)

Quando facevamo “Veleno”

veleno 01VELENO COPERTINA 1VELENO COPERTINA 21980. Ennio Bazzoni, che ora svolge le funzioni di Direttore Editoriale della Casa Editrice Nardini, aveva già il pallino dell’editoria. Fu lui, radicale convinto, che mi parlò di “Veleno”, periodico libertario in fase di gestazione. Mi disse: “perché non ci dai le tue vignette da pubblicare”.
Fu così che partecipai alle riunioni di redazione dove veniva discussa “la linea” da veleno 02dare alla rivista. Di quelle riunioni ho ritrovato un vecchio taccuino con schizzi a matita e a penna che ritraggono alcuni dei protagonisti di quell’esperienza: Emilio, Milena, Vincenzo, Rossana, Massimo, Antonio e altri.
Il primo numero di “Veleno” (ancora in attesa di registrazione) uscì a dicembre del 1980. Direttore responsabile, che prestava la sua firma, era il mitico Pio Baldelli, docente di Storia del Cinema a Magistero e già direttore di Lotta Continua nei primi anni Settanta, ai tempi del veleno 03processo contro Valpreda. In prima pagina una bella veleno 05intervista a Leonardo Sciascia sul Caso Moro e, a piè di pagina, una delle mie strisce della serie “AUT.OP.”, che avevano come personaggi una serie di sfigati, reduci dai movimenti studenteschi del ’77, e che prendevano di mira le granitiche convinzioni dell’ala movimentista della sinistra estrema.
I personaggi di “AUT.OP.” erano nati come striscia che avevo proposto al quotidiano La Città, che allora si stampava a Firenze, e che la redazione aveva rifiutato temendo ritorsioni da quel movimento un po’ estremista, legato all’autonomia operaia.

Sta di fatto che le vignette di “AUT.OP.” furono pubblicate sul primo numero di “Veleno” e non ci fu nessuna ritorsione … forse perche il giornale venne diffuso in poche decine di copie, visto che le capacità distributive del gruppoVELENO DI MEREU non erano proprio tra le migliori. Ricordo che in tutto il centro storico di Firenze “Veleno” si trovava solo nell’edicola di Via dei Servi, gestita da un amico di qualcuno della redazione.
Con il secondo numero, uscito a gennaio del 1981 la mia collaborazione diventò “strutturata” con, addirittura, una pagina intera (“Il Veleno di Mereu”) dedicata alle mie vignette che, in quel caso, prendevano di mira l’allora presidente del consiglio Arnaldo Forlani. Di quel numero ideai anche la copertina, con una bottiglia che conteneva la testata “Veleno”, stillato a piccole gocce a formare il fondo bianco che conteneva il sommario del giornale.
Nell’interno un articolo di Pio Baldelli sulla stampa e l’informazione e un intervista a Giuliano Zincone, direttore del quotidiano Il Lavoro di Genova. Tra gli altri anche un articolo di Ennio Bazzoni sui pastori sardi
Il terzo numero, che doveva essere dedicato al problema della casa, non vide mai la luce e tra i miei schizzi rimane quello della copertina, caratterizzata da una selva di gru che si stagliavano sul fondo nero.
Quella di “Veleno” fu un’esperienza brevissima, fatta di due numeri pubblicati e di una decina di riunioni dove, in maniera animata e spesso contrastata, un gruppo di giovani cercava di dare un piccolo contributo per un mondo migliore. Forse non ci siamo riusciti, ma di quell’esperienza rimangono in piedi sicuramente delle belle amicizie e un ricordo tutto sommato positivo.veleno 04

Melkiorre Melis: da “SILEM” a “MELIS”

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Melkiorre Melis (a sinistra) in un autoritratto con il fratello Federico

Melkiorre Melis è stato un artista a tutto tondo che, nella sua lunga carriera, ha percorso diversi settori dell’arte: grafica, pittura, scultura, ceramica, ma anche cinema e scenografia.
Nato a Bosa nel 1889, si trasferì a Roma nel 1909 dove si iscrisse alla Scuola libera del nudo dell’Accademia e iniziò a frequentare lo studio dell’artista Duilio Cambellotti.
L’incontro con Cambellotti fu determinante per la crescita artistica di Melkiorre Melis che rimase fortemente influenzato dallo stile dell’artista romano, marcatamente legato all’Art Decò e caratterizzato da una grafica incentrata sa campiture piatte simili a stampe xilografiche.
silem parker 1 481Intorno al 1913 Melkiorre Melis iniziò a collaborare con il Giornale d’Italia come illustratore firmandosi con lo pseudonimo “SILEM” (Melis al contrario) che l’artista utilizzò spesso sino alla fine del conflitto mondiale.
In quegli anni Melis operò con assiduità nel campo della promozione commerciale e realizzò numerose pubblicità come, ad esempio, quelle per la penna Parker, “la miglior penna oggi esistente”, regolarmente pubblicate su numerose rivissilem parker 2  484te, tra cui l’illustrazione Italiana.
Tali pubblicità seguono l’evoluzione degli eventi con immagini che inizialmente raffigurano soprattutto figure femminili in stile liberty e che si evolvono verso temi decisamente militari dopo il 1915, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia. Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, Melis aderì alla campagna destinata a raccogliere fondi per sostenere i bambini in tempo di guerra e a tale proposito realizzò alcune silem parker 2  483cartoline sempre firmate SILEM. La campagna a sostegno dei bambini vide coinvolti numerosi artisti e illustratori, tra i quali anche i sardi Giovanni Manca ed Edina Altara. Queste cartoline erano caratterizzate da disegni al tratto ed erano destinate ad essere colorate a mano dai bambini che avevano così un motivo in più di divertimento.
silem parker 2  482Melis, che per le sue cartoline disegna figure di bambini in abiti tradizionali intenti a giocare con giochi tipici della cultura sarda, è in perfetta sintonia con il movimento artistico che in Sardegna propugnava un ritorno alle forme sintetiche e popolari dell’artigianato sardo.

Un movimento che troverà pieno compimento (e successo) in alcuni campi come la ceramica e la xilografia che, più di altre forme artistiche, faranno coniare alla critica specializzata la definizione di “Scuola Sarda”.
La cartolina con il bambino che cavalca un cavalluccio di canna o quella dove un bambino trascina un carretto di sughero, con i buoi ricavati dai “torsoli” di una pannocchia di mais sgranata, dunque, rientrano a pieno titolo in una concezione identitaria sarda, molto forte in quegli anni nelle produzioni artistiche di Melkiorre Melis.

A guerra finita, nel 1919, Melis utilizzò ancora la firma SILEM per alcune serie di cartoline illustrate incentrate su scenette che vedono militari e giovani donne protagonisti di piccole storie animate a lieto fine. Sono cartoline semplici, con storielle a puntate, destinate a creare una certa suspense in quanto per poterne seguire la storia era necessario possedere l’intera serie. Le figure sono a due o tre colori, accompagnate da piccoli racconti in rima che sembrano quasi ispirati dalle sequenze e dalle didascalie del cinema muto. D’altronde Melis conosceva bene gli ambienti della nascente industria cinematografica che aveva avuto modo di frequentare durante il suo soggiorno romano.
Con la fine della prima guerra mondiale Melis inizia a firmare i suoi lavori esclusivamente come “M.Melis” o come “Melchiorre Melis” (in molte ceramiche la firma è estremamente sintetizzata e ridotta alle sole iniziali “MM”), e così continuò per oltre sessant’anni, senza più rispolverare la firma SILEM. Si spense a Roma nel 1982 all’età di 93 anni.

Arnaldo Miniati: tra arte e cucina

Ceramica - 1953

Ceramica – 1953

Ho conosciuto Arnaldo Miniati (1909-1979), pittore e ceramista fiorentino, nel 1978 e per circa un anno ho frequentato il suo studio. Andavo da lui tutte le mattine e, visto che era stato colpito da una paresi, eseguivo commissioni e lo aiutavo nelle sue attività artistiche e letterarie. Ricordo che corressi le bozze del libro “Il Conventino”, un volume dove Miniati raccontava gli ambienti artistici fiorentini e la lotta al fascismo che venne pubblicato dalle edizioni Gonnelli. Tra i diversi “utilizzi”, Miniati mi fece anche posare per alcuni suoi dipinti; in particolare per un San Sebastiano che aveva le mie perfette sembianze e che, magari, ora è anche adorato in qualche luogo di culto.
Oltre che per la sua arte, Miniati aveva altre due grandi passioni: il sigaro e la cucina. Carattere burbero ma schietto, i sigari li voleva acquistati solo dal tabacchino di Porta Romana (che evidentemente conosceva bene i suoi gusti). Per le sue commissioni mi spostavo in bici e una volta, da Porta Romana mi toccò pedalare sino al mercato di San Lorenzo per andare da uno specifico pollaiolo ad acquistare creste e bargigli di pollo da utilizzare per preparare il cibreo, tipico piatto fiorentino.
miniati dedica189Di quel periodo conservo sempre una cartella, curata da Romolo De Martino, che raccoglie disegni di Miniati e testi dei suoi amici poeti: Carlesi, Gatto, Luzi, Montale, Palazzeschi e Parronchi. Nel frontespizio la dedica “A Angelo Mereu ricordando la bella isola sarda…”, quell’isola che aveva lasciato un segno nelle esperienze di Miniati, come ebbe a scrivere lui stesso quando diede voce alla sua passione per la cucina nel volume “Storie di cucina”, pubblicato nel 1971 come settimo quaderno, supplemento a Giornale di Bordo, pubblicazione di cultura e arte curata dal libraio antiquario Alberto Maria Fortuna. Il volume era accompagnato anche da una cartella (con presentazione di Mario Luzi) contenente otto disegni di Miniati legati al tema del cibo.

Foglia di cavolo e pere gialle - 1968

Foglia di cavolo e pere gialle – 1968

E quelle raccontate da Miniati, come giustamente sottolineava Sergio Baldi nella premessa, erano “storie” e non “ricette”. In ogni pagina, infatti, raccontava i piatti inserendoli in un contesto di storie vissute personalmente nelle sue esperienze di vita.
Tra le altre storie Miniati ne racconta alcune ambientate in Sardegna, regione che aveva visitato negli anni ’50 e dove, durante la guerra, a La Maddalena, aveva servito la Regia Marina.
Un racconto di Miniati riguarda una cena a base di cinghiale a Villacidro: “Arrivai dal mio ospite anticipando i tempi e vi trovai tutte le donne, figlie, serve e padrona, sedute sui calcagni, accoccolate di fronte a un gran camino che era basso, appena un mattone in più dell’impiantito.
Ognuna aveva in mano uno spiedo che nella punta aveva infilato un pezzo di cinghiale. Il fuoco era senza fiamma, fatto con della radica d’ulivo.
Il segreto di quella cottura era la scelta del taglio, la grossezza del pezzo, il rigirarlo con mani sapienti, tenerlo esposto al fuoco, qualche parte di più, qualcuna meno; un lavoro paziente da artigiano”. E il “lavoro artigiano” diede i suoi frutti visto che una volta ultimata la cottura “ogni donna con il suo spiedo si alzò, posò sul pane, insieme a una coltella, il pezzo di cinghiale cotto. Io ebbi una mezza costata, cotta così perfetta che ne debbo ancora rimangiare; tagliavo fette succulente e ogni tanto sbocconcellavo quella grande ostia che mi serviva, oltre che per mangiare, da scodella”.

Paesaggio - 1971

Paesaggio – 1971

Che dire poi dell’agnello mangiato in Campidano, “una delizia, un sapore che non avevo mai sentito”, o della pastasciutta alla ricotta mangiata a Chilivani: “grandi ciotole di terra, grandi come catini, traboccavano di una pasta fatta di grano duro e cotta assieme al latte; cesti di ricotta calda fatta in quel momento, vassoi di pecorino sardo grattugiato. Con mano pratica alla giusta dosatura, come fosse un rito, il capo famiglia gettava nei catini ricotta e cacio”.
Miniati racconta di altri episodi sardi a Chilivani, a Gonnosfanadiga, nel Campidano, ed esalta sempre la delizia e la semplicità della cucina isolana.
Come quando racconta una storia di “quando durante la guerra fui sbattacchiato a La Maddalena”. “Uscivo avanti l’alba su due rimorchiatori d’alto bordo – scrive Miniati – che si tiravano dietro una rete pesante a strascicare, si pescava le mine che non c’eran sempre, ma sempre c’era, ritirando su la rete, pesce in abbondanza, a non finire”.
E quel pesce finiva regolarmente cucinato “in una spiaggia brulla di Caprera” dove veniva approntato un fuoco con arbusti di rosmarino, usando come unico condimento il sale trovato in qualche scoglio. Questa era la colazione alle otto del mattino. Il resto del pesce veniva poi consegnato a un soldato particolarmente bravo a cucinare e così era assicurato anche il pranzo.
Il ricordo di quel pesce e del suo gusto lasciò un segno indelebile, tanto che Miniati nel suo libro scrive “Ecco perché ritornando a Firenze non sono più stato al mercato del pesce e se un oste fiorentino lo propone lo guardo male che lo fo scappare”.

Frutta e ortaggi - 1935

Frutta e ortaggi – 1935

Un personaggio particolare Arnaldo Miniati, tipicamente fiorentino per il suo carattere burbero e polemico, attento, però, a tutto quello che costituiva novità e scoperta. Non a caso il suo libro “Storie di cucina” si apre con due consigli: “All’amico. Non commettere mai l’errore, trovandoti lontano dalla tua regione, di chiedere una specialità della tua terra.
All’oste. Smetti di fare i piatti internazionali che trovi in tutte le città del mondo. Sii geloso delle specialità della tua terra, adopra i suoi prodotti e stai attaccato alla sua tradizione. Ti consento solo di metterci un po’ del tuo sapere
”.

Quando le foto ti ritrovano

Grazie a una delle mie grandi passioni, la collezione di antiche cartoline della Sardegna, appena posso giro per mercatini alla ricerca di rarità per arricchire la mia raccolta. Un’appuntamento fisso, tutti i mesi, è il mercatino dell’antiquariato che si tiene a Firenze presso i giardini della Fortezza da Basso. Alcuni anni fa, mentre rovistavo in un banco particolarmente fornito di cartoline e vecchie foto, mi ritrovai per le mani una foto che ritraeva un giovane seduto, in posa, accanto a un vecchio apparecchio radiofonico. Non ebbi dubbi e lo riconobbi subito: era mio suocero, Giuseppe Campanini, nato nel 1906 e morto nel 1981, uno dei primi radiotecnici in Italia.
SUOCERO 029Feci presente la “scoperta” al titolare del banco che, incredulo, sfilò la foto dalla sua custodia: nel retro c’era la firma autografa e una dedica ad un amico farmacista di Sarzana che ne confermavano l’identità. La foto era datata 1927 e il commerciante la vendeva per 25 euro vista la rarità dell’apparecchio radiofonico ritratto accanto a mio suocero. Volevo pagare e acquistare la foto, sconosciuta a tutta la famiglia, per riportarla nell’alveo familiare, ma il commerciante rifiutò i quattrini dicendomi: “No. Te la regalo perchè non sei tu che hai trovato la foto, ma la foto che ha ritrovato te”. Quella foto, ora, fa bella mostra di sè, incorniciata, su un ripiano della mia libreria.

marina 197Oggi, 20 novembre 2014, dopo una decina d’anni, la storia si ripete. Con mia moglie Enrica capitiamo per caso al Mercatino delle Pulci di Firenze, in Piazza dei Ciompi. Mi metto a rovistare in un banco tra vecchie cartoline e vecchie foto e, all’improvviso sobbalzo: “questa è mia cugina!”. Giro la foto e nel retro ho la conferma: c’è l’invio con dedica di mia zia Mattiuccia e di mio zio Francesco che, nel 1964, da Lione in Francia inviavano la foto di mia cugina Marina a qualche loro conoscente non precisato nella dedica.

Confesso che sono rimasto sorpreso ed emozionato nel rivedere Marina da piccola con i suoi bei riccioli biondi e nel ritrovare un pezzo della mia famiglia su una bancarella. E, anche se mi rimarrà sempre la curiosità di scoprire come ha fatto questa foto a finire su un banco del Mercatino delle Pulci di Firenze, devo ammettere che per la seconda volta mi succede di essere ritrovato da una foto.