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Mario Delitala e la pubblicità

Una cartolina pubblicitaria spedita da Cagliari a Ballao nel 1937 riproduce un dipinto di Mario Delitala. Come riportato nel frontespizio della cartolina, il quadro risulta “espressamente eseguito per la Ditta Ing. F.Sisini Macchine per l’Agricoltura“ con sede a Sassari , Cagliari e Oristano.
Il dipinto, utilizzato sempre dalla ditta Sisini per un manifesto del 1913 è contemporaneo della tempera “Il guardiano della vigna” che Delitala realizzò per la ditta vinicola Zedda-Piras, e che ancora oggi è utilizzato nell’etichetta del “filu ferru”, la tipica grappa isolana.

Maria Lai e l’artigianato sardo

La cartolina venne stampata in occasione della prima edizione della Mostra dell’Artigianato Sardo, tenutasi a Sassari dal 3 al 18 novembre del 1956 e risulta spedita in quei giorni da Sassari a Vicenza. La Mostra, un evento eccezionale promosso dalla Regione Sardegna per valorizzare la produzione artigianale isolana nelle sue diverse manifestazioni artistiche, diede il via anche all’ I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigianale) con lo scopo primario di favorire l’artigianato locale in ambito regionale, nazionale e internazionale, favorendo, incentivando, valorizzando e diffondendo la cultura ed i prodotti della Sardegna. L’ISOLA, sotto la direzione di Eugenio Tavolara e Ubaldo Badas, si adoperò tantissimo per la rinascita dell’artigianato, coinvolgendo tutti i più importanti artisti isolani tra cui Maria Lai (1919-2013), autrice del disegno riprodotto nella cartolina, oggi considerata a livello internazionale, una delle più importanti artiste contemporanee.

Pellerano, l’autocromia e la Sardegna

pellerano autocromia

L’autocromia è un particolare procedimento fotografico ideato nel 1903 dai fratelli Lumière.

Tale invenzione permetteva di realizzare foto a colori, sfruttando un sistema abbastanza complicato, basato su lastre sensibili trattate con granelli di fecola di patate colorati in verde, blu-violetto e arancione. Il procedimento, commercializzato a partire dal 1907, divenne molto popolare e fu ampiamente sfruttato.

Tra i pionieri dell’autocromia è da annoverare anche l’italiano Luigi Pellerano autore del volume “L’autocromista e la pratica elementare della fotografia a colori”, pubblicato nel 1914 dalla casa editrice Hoepli di Milano nella famosa collana dei “Manuali”.

Pellerano, originario di Cagliari, era ufficiale dell’esercito. A partire dal 1910, in Libia, mise in pratica le sue conoscenze fotografiche e le sue foto trovarono spazio su importanti riviste come l’americana “National Geographic”. Successivamente, sempre come ufficiale, viaggiò molto ed ebbe modo di scattare numerose foto in varie località tra cui la Sardegna. Le autocromie realizzate in Sardegna, oltre a essere pubblicate in svariate riviste, diedero origine anche a una serie di cartoline illustrate (12 per la precisione) che riproducevano costumi tradizionali, scene di vita rurale e scorci paesaggistici, stampate dalla Cartoleria Dessì di Cagliari nel 1915.

Tali cartoline ebbero molto successo per il loro perfetto realismo cromatico. Grazie alla tecnica dell’autocromia l’industria tipografica dell’immagine riuscì a compiere un poderoso balzo in avanti e ad aprire importanti scenari per lo sviluppo della fotografia e della sua storia.

Giulio Fara e la Musica Sarda

Si devono al pittore romano Virgilio Simonetti (1897-1982) la copertina e le illustrazioni per il volume di Giulio Fara “Canti di Sardegna – L’Anima del Popolo Sardo”, edito a Milano dalla Casa Musicale Ricordi nel 1923.
Il volume (205 pagine- cm 20,4 x 27,8) riporta testi e spartiti di motivi tradizionali sardi che ripercorrono il ciclo della vita, dalla nascita alla morte, il tutto accompagnato da dodici splendide xilografie di Simonetti che illustrano usi e costumi sardi legati al mondo della musica.
Con questo volume, grazie agli studi di Fara, i canti tradizionali sardi ebbero vasta eco nel mondo della musica “colta”.
Giulio Fara (Cagliari, 1880 – Pesaro 1949) è considerato il più importante studioso per quanto attiene gli strumenti e la musica tradizionale della Sardegna. Proprio nel 1923, anno di pubblicazione del volume qui illustrato, in quanto vincitore di concorso, si trasferì a Pesaro come docente di Estetica e Storia della Musica, oltre che bibliotecario, presso il liceo musicale “Rossini”. Qui prestò servizio ininterrottamente sino alla sua morte, avvenuta nel 1949, con una sola parentesi nel 1943, quando Fara subì una temporanea radiazione dal ruolo per la sua opposizione al regime fascista al quale decise di non aderire neppure formalmente.

esempio di spartito riferito a una ninna nanna

Nivola e “Il sovversivo” Serantini

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Copertina de “Il sovversivo” nella prima edizione Einaudi del 1975

Costantino Nivola non smette di stupire. Nonostante sia scomparso da più di trent’anni, continua ad appassionare con novità e inediti che riemergono dall’oblio.

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Copertina de “Il sovversivo” 2019 con disegni di Nivola

E’ il caso della nuova edizione del volume “Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini” del giornalista Corrado Stajano (il Saggiatore 2019), pubblicato originariamente nel 1975.

Il volume, a suo tempo, rappresentò un vero e proprio atto di denuncia riguardo la morte del giovane anarchico sardo Franco Serantini, morto a Pisa quando aveva 21 anni, il 5 maggio del 1972, e diede vita a numerose iniziative di protesta, finalizzate al raggiungimento della verità sugli eventi.

Scesero in campo artisti, come Dario Fo, e non mancarono le ballate popolari di denuncia, cantate nelle numerose manifestazioni che spontaneamente si svolsero a Pisa e in tutt’Italia.

Serantini era nato a Cagliari nel 1951, figlio di N.N., come si usava scrivere allora nei documenti di nascita e morì a seguito delle percosse della polizia. L’esame necroscopico sul corpo di Serantini evidenziò un feroce accanimento da parte di almeno dieci poliziotti che, con i calci dei moschetti, i manganelli, gli scarponi, i pugni lo massacrano. Con ferocia e crudeltà riversarono su quel povero ragazzo tutta la loro furia e le loro frustrazioni.

La nuova edizione del libro di Stajano ha la particolarità di essere stata “appuntata” da Costantino Nivola che, con la sua matita, ha creato alcune immagini che danno vita e corpo al testo scritto da Stajano.

Sono disegni che Nivola inserisce negli spazi bianchi della copia del libro in suo possesso: disegni che riempiono e commentano visivamente una vicenda che aveva fortemente colpito l’artista.

Ed ecco allora Nivola che ripropone il suo tratto scarno, fatto di pochi e incisivi segni in bianco e nero, in grado di raccontare, però, una triste vicenda in tutta la sua drammaticità.

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Litografia di Nivola per l’anarchico Schirru

Nivola riprende dal suo vissuto quanto aveva già realizzato nella celebrazione dell’anarchico Schirru (Michele Schirru, il giovane sardo rientrato nel 1931 dagli Stati Uniti dove era emigrato, con il preciso intento di uccidere Mussolini e che, una volta catturato dalla polizia fascista, per vendicare “l’offesa” di chi voleva attentare alla vita del duce, venne fucilato da un plotone d’esecuzione composto da soli militi sardi) e riprende ritmi e motivi dei disegni realizzati in occasione delle contestazioni studentesche di Chicago nel ‘68.

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Disegno di Nivola per i fatti di Chicago del ’68

La scoperta dei disegni su Serantini realizzati da Nivola nel 1977, non aggiunge nulla al percorso dell’Artista; rappresenta, però, una ulteriore dimostrazione dell’attenzione riservata da Nivola a quelle situazioni che avevano la forza e il coraggio di contestare il potere e combattere le diseguaglianze.

I disegni dedicati a Serantini (come quelli su Schirru e quelli di Chicago) dimostrano anche la chiara volontà di Nivola di lasciare una traccia, una memoria, su fatti e avvenimenti “scomodi” che in maniera molto sbrigativa si era cercato di sminuire o occultare. Un vero e proprio atto di denuncia a favore di quella “verità” che sempre deve rappresentare l’obiettivo primario della giustizia.

E a rileggere oggi il libro di Stajano corredato dai disegni di Nivola si prova ancora un certo disagio, per la vicenda specifica di Serantini, morto a 21 anni nel 1972, e per tutte le vicende dei nostri giorni che la lettura evoca (Caserma Diaz, Aldrovandi, Cucchi, ecc.) e che, oggi come allora, attendono quella “verità” che troppo spesso, purtroppo, tarda ad arrivare.

Disegni di Nivola per la nuova edizione de “Il sovversivo”

 

 

Peppantoni Sau: Su tziu ‘e su turrone

Orani San DanielePer San Daniele (13 Ottobre), a Orani si celebra la festa “grande” dedicata a San Daniele. Paese strano Orani: il patrono è Sant’Andrea, ma la festa vera, quella che dura tre giorni, si festeggia per San Daniele.

E San Daniele è sempre stata occasione di grandi iniziative con gare poetiche, canti a chitarra gruppi rock (che quando ero piccolo io erano gruppi “beat” che, però, si chiamavano, Barritas, Bertas o Mamuthones).

E per San Daniele non mancavano mai le giostre, le corse con cavalli e asinelli, gare podistiche e altri giochi di abilità: avete mai provato a percorrere duecento metri stringendo tra i denti un cucchiaio con un uovo sopra? Io a suo tempo ho provato a cimentarmi ma dopo sette metri circa l’uovo era già spiaccicato per terra!

bancarella torroneAltra cosa che per San Daniele non mancava, erano i venditori di torrone di Tonara  che allestivano le bancarelle in piazza e, soprattutto le donne, con una cassetta sul capo e la stadera in spalla, giravano per le case cercando di vendere il torrone. Per noi bambini era un’attesa che durava da un anno all’altro, anche perché i grandi, durante l’anno, sapevano creare l’aspettativa promettendoci in continuazione: “Si aches a bonu, a Santu Tanielle d’ammustro su tziu e su turrone (Se stai bravo, a San Daniele ti faccio vedere l’uomo del torrone)”

Per me “su tziu ‘e su turrone” era solo uno. Casa mia , in Via Roma, infatti, era tutti gli anni una tappa fissa di tziu Peppantoni Sau, un torronaio di Tonara che nel suo giro non mancava di fare sosta e scambiare due chiacchiere con babbo, accompagnate sempre da un buon bicchiere di vino.

Lo ricordo tziu Peppantoni, dietro la sua bancarella con il sue grembiule bianco, intento, con precisi colpi di mannaia, a sminuzzare i vari tipi di torrone che metteva in vendita.

Ma lo ricordo anche in occasione della Festa dell’Unità che allora ancora si festeggiava a Orani. Tziu Peppantoni, infatti, oltre a essere un ottimo produttore di torrone, era anche un apprezzato poeta estemporaneo. Succedeva, così, che tutti gli anni, in occasione del concorso di poesia de L’Unità, saliva sul palco e declamava i suoi componimenti.

poesiasppeantoniMi fa piacere, dunque, leggere che le poesie di Peppantoni Sau sono state raccolte in un volume e presentate al pubblico in una bella serata organizzata nei giorni scorsi a Tonara. Ricordo che i suoi componimenti erano belli come contenuto e impeccabili come metrica: ora che sono raccolti in un volume le poesie di Peppantoni Sau continueranno a viaggiare per feste e paesi, in quel vagare de “su tziu e su turrone” che, come i versi liberi, non conosce mai sosta.

 

 

Teliseri
Poesia di Peppantoni Sau dedicata al rione di Tonara dov’era nato e dove aveva vissuto

E tue Teliseri ite mi nasa,
ca ses poveru e tristu unu rione,
ma in sas concas de Pitzirimasa,
donzi notte ti cantat su mazzone.

Si est annada ona ‘e cariasa,
ti ballas e ti cantas che puzone,
ma si ti falat un’annada mala,
tue moris che puzone fertu a s’ala”

GEC e la “Mostra d’Arte sarda”

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Autocaricatura di GEC

Alla fine della Prima Guerra Mondiale la Sardegna si ritrovò al centro di un rinnovato interesse grazie anche al clamore suscitato dalle imprese belliche della Brigata Sassari, ampiamente raccontate e amplificate dalla stampa popolare.

In tale interesse venne coinvolto anche il mondo dell’arte e la vita culturale nell’Isola si caratterizzò per un entusiasmo e un fermento che la Sardegna non aveva mai conosciuto.

È in quel clima che, nel maggio del 1921, Felice Melis Marini, importante artista e incisore sardo, organizzò con il Circolo Universitario Cattolico di Cagliari la prima “Mostra d’Arte sarda”.

mostra-sarda-bLa mostra si presentava come una vasta rassegna che raccoglieva le opere di artisti sardi già affermati (Francesco Ciusa, Antonio Ballero, Mario Delitala, lo stesso Melis Marini) accanto a giovani destinati a ricoprire un ruolo importante nella storia dell’arte sarda, e non solo.

La Mostra, infatti, rappresentò l’esordio artistico di Stanis Dessy (presente con sculture e pitture) e Albino Manca, e registrò la partecipazione di Edina Altara, Carmelo Floris, Cesare Cabras, Federico e Pino Melis, tutti destinati a diventare colonne portanti nella storia dell’arte della Sardegna del ‘900.

La Mostra ebbe vasta eco nella stampa locale e nazionale e suscitò anche qualche polemica per il fatto che un’intera sala era stata dedicata al fotografo Alfredo Ferri di Cagliari. Il fatto di equiparare la fotografia alle altre Arti scatenò, infatti, le ire di tanti critici che non le riconoscevano quel ruolo.

Tra i tanti articoli che recensirono la Mostra d’Arte sarda, il giornale “Il popolo romano” pubblicò (31 luglio 1921) un’estesa recensione, che occupava quasi un’intera pagina, firmata GEC.
GEC era il nome d’arte di Enrico Gianeri ed era l’acronimo di “Gianeri Enrico Cagliari”.

Gianeri, nato nel 1900 a Firenze da genitori sardi, visse e studiò a Cagliari sino all’età di vent’anni. La sua attività cagliaritana fu caratterizzata da una notevole propensione per la caricatura e la satira, tanto che fu l’animatore di innumerevoli riviste e giornali che proprio nella satira avevano il loro punto di forza. Trasferitosi a Torino, GEC iniziò la collaborazione con diverse testate tra cui Il Pasquino (1922) di cui divenne anche direttore.

Le sue idee socialiste lo portarono spesso a scontri con gli apparati di regime, tanto che per tutta la durata del fascismo dovette utilizzare degli pseudonimi e affiancare all’attività di vignettista quella di traduttore.

Dopo la caduta del fascismo GEC riprese in pieno il suo lavoro e si concentrò in particolar modo sullo studio della storia della satira. Tali studi, che proseguirono fino alla sua morte (1984), sfociarono nella pubblicazione di numerosi testi che lo hanno reso uno dei più importanti studiosi per quanto riguarda questa materia.

L’articolo di GEC sulla Mostra d’Arte sarda è una dimostrazione del suo “stile” di lavoro: un testo critico sugli artisti presenti in mostra accompagnato da una serie di vignette, caratterizzate da un segno teso ed essenziale che esalta la sintesi del bianco/nero, illustra in caricatura alcuni protagonisti della mostra stessa.

1-lo-scultore-ciusa-2Francesco Ciusa, che alla mostra partecipava con una propria sala dove erano raccolte tutte le sue opere (“Una piccola saletta immersa in una penombra verde e dove si entra silenziosi come in un santuario”), è raffigurato con il suo classico pizzetto e con un cappello a tesa larga che conferiscono allo scultore di Nuoro quasi un’aria da bohemienne.

1-lo-scultore-s-dessyLa stessa aria la ritroviamo nella caricatura di Stanis Dessy. L’artista, pizzetto nero, occhialini, grande papillon e cappellaccio nero, viene presentato da GEC come pittore e scultore e viene segnalato per “qualche acquerello di paesaggio che dimostra buone doti”, anche se la sua ceramica “Cuffietta risente un po’ troppo l’influenza del maestro”.

1-federico-e-pino-melisFederico Melis, “modellatore savio ed accorto”, elogiato per gli ottimi risultati ottenuti con la ceramica, è ritratto in caricatura assieme al fratello Pino Melis, autore di “notevoli” disegni colorati, “benché un po’ troppo stiracchiati nella stilizzazione”.

1-il-prof-melis-mariniFelice Melis Marini, con un’ aria quasi corrucciata, viene presentato in caricatura come uno degli organizzatori e le sue acqueforti in mostra “sono di una severa ed astratta classicità, di una impeccabile precisione di segno”.

Altre vignette di GEC riguardano B.Fadda e G.Manca che esponevano in mostra alcune caricature, l’architetto Cova e Diodata Delitala, autrice di una serie di merletti a filet di Bosa.

1-edina-altaraL’ultima caricatura a corredo dell’articolo è dedicata da GEC a Edina Altara, e alla sua opera “I ciechi di S.Domenico”, che viene così presentata: “Fra gli artisti che non possono essere compresi tra i pittori né tra gli scultori capeggia, come in qualunque circolo, l’elegantissima Edina Altara che è oggi fra le donne l’artista più discussa, più designata, più levata alle stelle. Se i suoi primi lavori possono dar campo, e forse largo, ad una discussione, però “I ciechi di S.Domenico” segna un gran passo avanti nella produzione della giovinetta artista. Qui alla freddezza della policromia delle carte magistralmente riunite in un tutto armonico si unisce il caldo sentimento e il dolore di due anime prive di luce. Noi siamo certi che Edina Altara, liberandosi dalle indecisioni e da falsi profeti, riuscirà ad evolversi e a calcare la via giusta che mena ad una gloria non effimera ma duratura quale Lei può aspirare e quale ce la promette “I ciechi di S.Domenico”.

L’articolo rappresenta una bella testimonianza per quanto riguarda una importante pagina dell’Arte in Sardegna e per quanto attiene ad una figura di primo piano come quella di Enrico Gianeri che, con le sue vignette e con il marchio GEC, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della satira del ‘900.

 

Le “Cartoline” di Nivola

nivola-i-miss-you-heather-1978 Nel 1978 per la Artists’ Postcard di New York, una associazione che coinvolgeva artisti nella realizzazione di cartoline postali, Costantino Nivola realizza una cartolina che sarà esposta anche nel Cooper-Hewitt Museum del Smithsonian Institution’s National Museum of Design.

La cartolina, dal titolo “I miss you Heather” (mi manchi Heather), sarà lo spunto per una serie di lavori realizzati da Nivola, a penna e pastello su carta, dal titolo “Cartoline da…”. Alcune di queste opere sono state pubblicate nel volume Nivola dipinti e grafica (Jaca Book, Milano 1995) curato da Alberto Crespi, Fred Licht e Salvatore Naitza.

foto-088-dicomano-2-013bisDi questa serie fa parte anche la litografia del 1980 “Cartoline da Cagliari”.

In questo lavoro delle cinque cartoline che compongono il quadro, in una sorta di falso collage, solo una è in bianco; le altre sono riprodotte come se fossero state spedite da Cagliari a indirizzi e persone realmente esistenti.

L’opera assume così il senso di un messaggio collettivo, mediato tramite la narrazione breve e discorsiva riservata normalmente alle cartoline.

Con questo artifizio Nivola fa emergere tutto il suo carattere, “un poco rude nelle sue espressioni laconiche e tassative che sembravano provenire da un profondo silenzio e da una assorta meditazione”(U.Collu, 1995).

Così, dal groviglio di segni che fanno intuire alcune peculiari caratteristiche di Cagliari, emergono le cartoline indirizzate alla moglie Ruth, alla nipote Tonina e al marito Antonio Rusui, a Miriam Chiaromonte e a Richard Bender.

foto-089-dicomano-2-007Sono cartoline personali, con osservazioni mirate e acute che, come nel caso della cartolina indirizzata a Ruth, saranno riportate nel volume postumo “Ho bussato alle porte di questa città meravigliosa”, pubblicato dalla Arte Duchamp di Cagliari nel 1993, che raccoglie scritti e riflessioni di Nivola.

Scrive Nivola: “Cagliari, maggio 17 ’80. Cagliari, come Atene, è una foresta di balconi di cemento. Tra queste trivialità architettoniche, il Bastione e il Castello, come il Partenone, sono un’apparizione inaspettata e felice. Ti abbraccio. Costantino

foto-090-dicomano-2-017La cartolina a Tonina (Tonia, scrive Nivola), figlia della sorella Maria, e al marito Antonio Rusui è scritta in sardo. Ai due, che a Orani gestivano un bar, Nivola scrive: “Cagliari, 17 maggio 80. Tonia e Antoni istimaos, in sa profescione de Sant’Efisiu sas bellas zovanas in costumes de gala sun coladas caminande a passos de pudda abbizzandesi abbadiadas chin ispantu. Nos àna crepau in cara bulloncas maccas de cingomma. A menzus biere, ziu Titinu (Tonia e Antonio stimati, durante la processione di Sant’Efisio le belle giovani con i costumi di gala hanno sfilato a passo di gallina sentendosi osservate e ammirate. E ci hanno fatto scoppiare in faccia le bolle con la gomma da masticare. Arrivederci a presto. Zio Titino”.)

foto-092-dicomano-2-005A Bender Nivola scrive in inglese: “Caro Richard, l’architettura che amo di più a Cagliari è quella che non esiste, negli spazi vuoti, dove in questa stagione sbocciano i papaveri e i carciofi selvatici. I migliori auguri. Tino”

Dello stesso tenore è anche la cartolina indirizzata a Miriam Chiaromonte a Roma. “Cara Miriam, come nella Russia di Tolstoi quando si parlava tanto in francese per dire poco, a Cagliari si foto-091-dicomano-2-008parla molto – e assai bene – in italiano anche se per dire ancora meno. Si vede che ciò che veramente conta si può dire, magari brontolando, soltanto nella lingua materna. Con affetto Titino. Cagliari 17 maggio 1980”.

L’opera è la sintesi dell’uomo Nivola, con l’utilizzo delle tre lingue a lui congeniali (sardo, italiano e inglese) e con le cartoline alla moglie, ai parenti di Orani, al decano di Berkeley (quell’anno Nivola insegnava lì) all’amica Miriam Rosenthal, moglie di Nicola Chiaromonte, un intellettuale italiano che, come Nivola, era scappato prima in Francia poi negli Usa per le sue idee ostili al fascismo.

Dalle cartoline emerge chiaramente anche una sottile “antipatia” per Cagliari, che in quell’anno vede Nivola esporre alla Galleria Arte Duchamp e che, in quel momento, rappresenta la punta più avanzata della Sardegna che cambia e non risponde più ai canoni dell’artista: l’irriverenza delle ragazze in costume che fanno le bolle col chewing-gum, i discorsi vuoti in italiano e la selva di balconi e il cemento che riempie tutti gli spazi.

(Brano tratto dal mio libro “Il Nivola ritrovato”, Nardini Editore, Firenze 2012)

Quando facevamo “Veleno”

veleno 01VELENO COPERTINA 1VELENO COPERTINA 21980. Ennio Bazzoni, che ora svolge le funzioni di Direttore Editoriale della Casa Editrice Nardini, aveva già il pallino dell’editoria. Fu lui, radicale convinto, che mi parlò di “Veleno”, periodico libertario in fase di gestazione. Mi disse: “perché non ci dai le tue vignette da pubblicare”.
Fu così che partecipai alle riunioni di redazione dove veniva discussa “la linea” da veleno 02dare alla rivista. Di quelle riunioni ho ritrovato un vecchio taccuino con schizzi a matita e a penna che ritraggono alcuni dei protagonisti di quell’esperienza: Emilio, Milena, Vincenzo, Rossana, Massimo, Antonio e altri.
Il primo numero di “Veleno” (ancora in attesa di registrazione) uscì a dicembre del 1980. Direttore responsabile, che prestava la sua firma, era il mitico Pio Baldelli, docente di Storia del Cinema a Magistero e già direttore di Lotta Continua nei primi anni Settanta, ai tempi del veleno 03processo contro Valpreda. In prima pagina una bella veleno 05intervista a Leonardo Sciascia sul Caso Moro e, a piè di pagina, una delle mie strisce della serie “AUT.OP.”, che avevano come personaggi una serie di sfigati, reduci dai movimenti studenteschi del ’77, e che prendevano di mira le granitiche convinzioni dell’ala movimentista della sinistra estrema.
I personaggi di “AUT.OP.” erano nati come striscia che avevo proposto al quotidiano La Città, che allora si stampava a Firenze, e che la redazione aveva rifiutato temendo ritorsioni da quel movimento un po’ estremista, legato all’autonomia operaia.

Sta di fatto che le vignette di “AUT.OP.” furono pubblicate sul primo numero di “Veleno” e non ci fu nessuna ritorsione … forse perche il giornale venne diffuso in poche decine di copie, visto che le capacità distributive del gruppoVELENO DI MEREU non erano proprio tra le migliori. Ricordo che in tutto il centro storico di Firenze “Veleno” si trovava solo nell’edicola di Via dei Servi, gestita da un amico di qualcuno della redazione.
Con il secondo numero, uscito a gennaio del 1981 la mia collaborazione diventò “strutturata” con, addirittura, una pagina intera (“Il Veleno di Mereu”) dedicata alle mie vignette che, in quel caso, prendevano di mira l’allora presidente del consiglio Arnaldo Forlani. Di quel numero ideai anche la copertina, con una bottiglia che conteneva la testata “Veleno”, stillato a piccole gocce a formare il fondo bianco che conteneva il sommario del giornale.
Nell’interno un articolo di Pio Baldelli sulla stampa e l’informazione e un intervista a Giuliano Zincone, direttore del quotidiano Il Lavoro di Genova. Tra gli altri anche un articolo di Ennio Bazzoni sui pastori sardi
Il terzo numero, che doveva essere dedicato al problema della casa, non vide mai la luce e tra i miei schizzi rimane quello della copertina, caratterizzata da una selva di gru che si stagliavano sul fondo nero.
Quella di “Veleno” fu un’esperienza brevissima, fatta di due numeri pubblicati e di una decina di riunioni dove, in maniera animata e spesso contrastata, un gruppo di giovani cercava di dare un piccolo contributo per un mondo migliore. Forse non ci siamo riusciti, ma di quell’esperienza rimangono in piedi sicuramente delle belle amicizie e un ricordo tutto sommato positivo.veleno 04

Melkiorre Melis: da “SILEM” a “MELIS”

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Melkiorre Melis (a sinistra) in un autoritratto con il fratello Federico

Melkiorre Melis è stato un artista a tutto tondo che, nella sua lunga carriera, ha percorso diversi settori dell’arte: grafica, pittura, scultura, ceramica, ma anche cinema e scenografia.
Nato a Bosa nel 1889, si trasferì a Roma nel 1909 dove si iscrisse alla Scuola libera del nudo dell’Accademia e iniziò a frequentare lo studio dell’artista Duilio Cambellotti.
L’incontro con Cambellotti fu determinante per la crescita artistica di Melkiorre Melis che rimase fortemente influenzato dallo stile dell’artista romano, marcatamente legato all’Art Decò e caratterizzato da una grafica incentrata sa campiture piatte simili a stampe xilografiche.
silem parker 1 481Intorno al 1913 Melkiorre Melis iniziò a collaborare con il Giornale d’Italia come illustratore firmandosi con lo pseudonimo “SILEM” (Melis al contrario) che l’artista utilizzò spesso sino alla fine del conflitto mondiale.
In quegli anni Melis operò con assiduità nel campo della promozione commerciale e realizzò numerose pubblicità come, ad esempio, quelle per la penna Parker, “la miglior penna oggi esistente”, regolarmente pubblicate su numerose rivissilem parker 2  484te, tra cui l’illustrazione Italiana.
Tali pubblicità seguono l’evoluzione degli eventi con immagini che inizialmente raffigurano soprattutto figure femminili in stile liberty e che si evolvono verso temi decisamente militari dopo il 1915, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia. Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, Melis aderì alla campagna destinata a raccogliere fondi per sostenere i bambini in tempo di guerra e a tale proposito realizzò alcune silem parker 2  483cartoline sempre firmate SILEM. La campagna a sostegno dei bambini vide coinvolti numerosi artisti e illustratori, tra i quali anche i sardi Giovanni Manca ed Edina Altara. Queste cartoline erano caratterizzate da disegni al tratto ed erano destinate ad essere colorate a mano dai bambini che avevano così un motivo in più di divertimento.
silem parker 2  482Melis, che per le sue cartoline disegna figure di bambini in abiti tradizionali intenti a giocare con giochi tipici della cultura sarda, è in perfetta sintonia con il movimento artistico che in Sardegna propugnava un ritorno alle forme sintetiche e popolari dell’artigianato sardo.

Un movimento che troverà pieno compimento (e successo) in alcuni campi come la ceramica e la xilografia che, più di altre forme artistiche, faranno coniare alla critica specializzata la definizione di “Scuola Sarda”.
La cartolina con il bambino che cavalca un cavalluccio di canna o quella dove un bambino trascina un carretto di sughero, con i buoi ricavati dai “torsoli” di una pannocchia di mais sgranata, dunque, rientrano a pieno titolo in una concezione identitaria sarda, molto forte in quegli anni nelle produzioni artistiche di Melkiorre Melis.

A guerra finita, nel 1919, Melis utilizzò ancora la firma SILEM per alcune serie di cartoline illustrate incentrate su scenette che vedono militari e giovani donne protagonisti di piccole storie animate a lieto fine. Sono cartoline semplici, con storielle a puntate, destinate a creare una certa suspense in quanto per poterne seguire la storia era necessario possedere l’intera serie. Le figure sono a due o tre colori, accompagnate da piccoli racconti in rima che sembrano quasi ispirati dalle sequenze e dalle didascalie del cinema muto. D’altronde Melis conosceva bene gli ambienti della nascente industria cinematografica che aveva avuto modo di frequentare durante il suo soggiorno romano.
Con la fine della prima guerra mondiale Melis inizia a firmare i suoi lavori esclusivamente come “M.Melis” o come “Melchiorre Melis” (in molte ceramiche la firma è estremamente sintetizzata e ridotta alle sole iniziali “MM”), e così continuò per oltre sessant’anni, senza più rispolverare la firma SILEM. Si spense a Roma nel 1982 all’età di 93 anni.