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Arnaldo Miniati: tra arte e cucina

Ceramica - 1953

Ceramica – 1953

Ho conosciuto Arnaldo Miniati (1909-1979), pittore e ceramista fiorentino, nel 1978 e per circa un anno ho frequentato il suo studio. Andavo da lui tutte le mattine e, visto che era stato colpito da una paresi, eseguivo commissioni e lo aiutavo nelle sue attività artistiche e letterarie. Ricordo che corressi le bozze del libro “Il Conventino”, un volume dove Miniati raccontava gli ambienti artistici fiorentini e la lotta al fascismo che venne pubblicato dalle edizioni Gonnelli. Tra i diversi “utilizzi”, Miniati mi fece anche posare per alcuni suoi dipinti; in particolare per un San Sebastiano che aveva le mie perfette sembianze e che, magari, ora è anche adorato in qualche luogo di culto.
Oltre che per la sua arte, Miniati aveva altre due grandi passioni: il sigaro e la cucina. Carattere burbero ma schietto, i sigari li voleva acquistati solo dal tabacchino di Porta Romana (che evidentemente conosceva bene i suoi gusti). Per le sue commissioni mi spostavo in bici e una volta, da Porta Romana mi toccò pedalare sino al mercato di San Lorenzo per andare da uno specifico pollaiolo ad acquistare creste e bargigli di pollo da utilizzare per preparare il cibreo, tipico piatto fiorentino.
miniati dedica189Di quel periodo conservo sempre una cartella, curata da Romolo De Martino, che raccoglie disegni di Miniati e testi dei suoi amici poeti: Carlesi, Gatto, Luzi, Montale, Palazzeschi e Parronchi. Nel frontespizio la dedica “A Angelo Mereu ricordando la bella isola sarda…”, quell’isola che aveva lasciato un segno nelle esperienze di Miniati, come ebbe a scrivere lui stesso quando diede voce alla sua passione per la cucina nel volume “Storie di cucina”, pubblicato nel 1971 come settimo quaderno, supplemento a Giornale di Bordo, pubblicazione di cultura e arte curata dal libraio antiquario Alberto Maria Fortuna. Il volume era accompagnato anche da una cartella (con presentazione di Mario Luzi) contenente otto disegni di Miniati legati al tema del cibo.

Foglia di cavolo e pere gialle - 1968

Foglia di cavolo e pere gialle – 1968

E quelle raccontate da Miniati, come giustamente sottolineava Sergio Baldi nella premessa, erano “storie” e non “ricette”. In ogni pagina, infatti, raccontava i piatti inserendoli in un contesto di storie vissute personalmente nelle sue esperienze di vita.
Tra le altre storie Miniati ne racconta alcune ambientate in Sardegna, regione che aveva visitato negli anni ’50 e dove, durante la guerra, a La Maddalena, aveva servito la Regia Marina.
Un racconto di Miniati riguarda una cena a base di cinghiale a Villacidro: “Arrivai dal mio ospite anticipando i tempi e vi trovai tutte le donne, figlie, serve e padrona, sedute sui calcagni, accoccolate di fronte a un gran camino che era basso, appena un mattone in più dell’impiantito.
Ognuna aveva in mano uno spiedo che nella punta aveva infilato un pezzo di cinghiale. Il fuoco era senza fiamma, fatto con della radica d’ulivo.
Il segreto di quella cottura era la scelta del taglio, la grossezza del pezzo, il rigirarlo con mani sapienti, tenerlo esposto al fuoco, qualche parte di più, qualcuna meno; un lavoro paziente da artigiano”. E il “lavoro artigiano” diede i suoi frutti visto che una volta ultimata la cottura “ogni donna con il suo spiedo si alzò, posò sul pane, insieme a una coltella, il pezzo di cinghiale cotto. Io ebbi una mezza costata, cotta così perfetta che ne debbo ancora rimangiare; tagliavo fette succulente e ogni tanto sbocconcellavo quella grande ostia che mi serviva, oltre che per mangiare, da scodella”.

Paesaggio - 1971

Paesaggio – 1971

Che dire poi dell’agnello mangiato in Campidano, “una delizia, un sapore che non avevo mai sentito”, o della pastasciutta alla ricotta mangiata a Chilivani: “grandi ciotole di terra, grandi come catini, traboccavano di una pasta fatta di grano duro e cotta assieme al latte; cesti di ricotta calda fatta in quel momento, vassoi di pecorino sardo grattugiato. Con mano pratica alla giusta dosatura, come fosse un rito, il capo famiglia gettava nei catini ricotta e cacio”.
Miniati racconta di altri episodi sardi a Chilivani, a Gonnosfanadiga, nel Campidano, ed esalta sempre la delizia e la semplicità della cucina isolana.
Come quando racconta una storia di “quando durante la guerra fui sbattacchiato a La Maddalena”. “Uscivo avanti l’alba su due rimorchiatori d’alto bordo – scrive Miniati – che si tiravano dietro una rete pesante a strascicare, si pescava le mine che non c’eran sempre, ma sempre c’era, ritirando su la rete, pesce in abbondanza, a non finire”.
E quel pesce finiva regolarmente cucinato “in una spiaggia brulla di Caprera” dove veniva approntato un fuoco con arbusti di rosmarino, usando come unico condimento il sale trovato in qualche scoglio. Questa era la colazione alle otto del mattino. Il resto del pesce veniva poi consegnato a un soldato particolarmente bravo a cucinare e così era assicurato anche il pranzo.
Il ricordo di quel pesce e del suo gusto lasciò un segno indelebile, tanto che Miniati nel suo libro scrive “Ecco perché ritornando a Firenze non sono più stato al mercato del pesce e se un oste fiorentino lo propone lo guardo male che lo fo scappare”.

Frutta e ortaggi - 1935

Frutta e ortaggi – 1935

Un personaggio particolare Arnaldo Miniati, tipicamente fiorentino per il suo carattere burbero e polemico, attento, però, a tutto quello che costituiva novità e scoperta. Non a caso il suo libro “Storie di cucina” si apre con due consigli: “All’amico. Non commettere mai l’errore, trovandoti lontano dalla tua regione, di chiedere una specialità della tua terra.
All’oste. Smetti di fare i piatti internazionali che trovi in tutte le città del mondo. Sii geloso delle specialità della tua terra, adopra i suoi prodotti e stai attaccato alla sua tradizione. Ti consento solo di metterci un po’ del tuo sapere
”.

Quando le foto ti ritrovano

Grazie a una delle mie grandi passioni, la collezione di antiche cartoline della Sardegna, appena posso giro per mercatini alla ricerca di rarità per arricchire la mia raccolta. Un’appuntamento fisso, tutti i mesi, è il mercatino dell’antiquariato che si tiene a Firenze presso i giardini della Fortezza da Basso. Alcuni anni fa, mentre rovistavo in un banco particolarmente fornito di cartoline e vecchie foto, mi ritrovai per le mani una foto che ritraeva un giovane seduto, in posa, accanto a un vecchio apparecchio radiofonico. Non ebbi dubbi e lo riconobbi subito: era mio suocero, Giuseppe Campanini, nato nel 1906 e morto nel 1981, uno dei primi radiotecnici in Italia.
SUOCERO 029Feci presente la “scoperta” al titolare del banco che, incredulo, sfilò la foto dalla sua custodia: nel retro c’era la firma autografa e una dedica ad un amico farmacista di Sarzana che ne confermavano l’identità. La foto era datata 1927 e il commerciante la vendeva per 25 euro vista la rarità dell’apparecchio radiofonico ritratto accanto a mio suocero. Volevo pagare e acquistare la foto, sconosciuta a tutta la famiglia, per riportarla nell’alveo familiare, ma il commerciante rifiutò i quattrini dicendomi: “No. Te la regalo perchè non sei tu che hai trovato la foto, ma la foto che ha ritrovato te”. Quella foto, ora, fa bella mostra di sè, incorniciata, su un ripiano della mia libreria.

marina 197Oggi, 20 novembre 2014, dopo una decina d’anni, la storia si ripete. Con mia moglie Enrica capitiamo per caso al Mercatino delle Pulci di Firenze, in Piazza dei Ciompi. Mi metto a rovistare in un banco tra vecchie cartoline e vecchie foto e, all’improvviso sobbalzo: “questa è mia cugina!”. Giro la foto e nel retro ho la conferma: c’è l’invio con dedica di mia zia Mattiuccia e di mio zio Francesco che, nel 1964, da Lione in Francia inviavano la foto di mia cugina Marina a qualche loro conoscente non precisato nella dedica.

Confesso che sono rimasto sorpreso ed emozionato nel rivedere Marina da piccola con i suoi bei riccioli biondi e nel ritrovare un pezzo della mia famiglia su una bancarella. E, anche se mi rimarrà sempre la curiosità di scoprire come ha fatto questa foto a finire su un banco del Mercatino delle Pulci di Firenze, devo ammettere che per la seconda volta mi succede di essere ritrovato da una foto.

MASTROS DE LINNA

copertinaIl Mio nuovo libro “Mastros de Linna. Artigiani del legno, falegnami e carpentieri a Orani“, ripercorre la storia della falegnameria oranese a partire dall’800 sino ai giorni nostri.

Il libro (120 pagine e circa 150 foto originali) è edito dalla Casa Editrice Nardini di Firenze.

Il volume sarà presentato a Orani sabato 27 Settembre alle ore 18.00 nell’Auditorium Comunale, nell’ambito della manifestazione “Autunno in Barbagia – Cortes Apertas”.
Interverranno il Presidente della Camera di Commercio di Nuoro, Agostino Cicalò, il Sindaco di Orani Franco Pinna e lo Storico dell’Arte Marco Peri.
Vi aspetto a Orani!!

Orani dal cielo

Una foto aerea, scattata dall’Istituto Geografico Militare di Firenze nel 1955, inquadra l’abitato di Orani e i suoi dintorni prima che, anche da noi, venissero di moda case nuove, fatte di blocchetti di cemento, con facciate disadorne e spesso non finite.
Nel 1955 Orani aveva confini ben definiti dalla strada statale che quasi avvolgeva il paese. Tutt’intorno orti e campi coltivati con la miniera di talco di S.Francesco che spiccava, bianca, per le sue discariche.
Anche il cimitero ha dimensioni ridotte: certamente non perchè si moriva di meno, ma forse perchè non era ancora in voga la “moda” delle tombe monumentali che tanto spazio richiedono.
Comunque, ingrandendo la foto è possibile girare per strade e vicoli, ripercorrendo una Orani che non c’è più, se non nella memoria di chi, a quei tempi, l’ha vissuta.

La “fatina” di Atzara

Antonio Corriga, nato ad Atzara (NU) nel 1923, è forse l’ultimo erede della grande tradizione pittorica sarda.
Allievo di Filippo Figari, ha frequentato l’Istituto d’Arte di Sassari dal 1935 al 1941 dove, tra gli altri, ha avuto come maestro d’incisione Stanis Dessy.
Nel 1943 Corriga si trasferisce a Firenze e  frequenta, prima l’Istituto Superiore d’Arte “Magistero”, dove si diploma ottenendo l’abilitazione per l’insegnamento, e successivamente l’Accademia di Belle Arti. Rientra in Sardegna nei primi anni ’50 e si stabilisce a Oristano, dove ancora oggi opera e vive.

La pittura di Corriga deve molto all’opera di diversi artisti che frequentarono Atzara tra gli anni ’20 e ’30. In particolar modo gli spagnoli Eduardo Chicharro, Antonio Ortiz Echagüe, Cesareo Bernardo de Quiros e Del Castello, che realizzarono numerose opere ispirate dagli splendidi costumi tradizionali. Sulle tracce degli spagnoli giunsero ad Atzara artisti del calibro di Antonio Ballero, Giuseppe Biasi, Filippo Figari e Richard Scheurlen.
Corriga, dunque, ancora giovanissimo ebbe modo di ispirarsi a questi grandi maestri che lasciarono un segno profondo nella sua formazione e nel suo stile pittorico.

Della mia collezione fanno parte due incisioni di Corriga (una del 1956 e una del 1970) con ritratti di volti maschili, e una splendida tela del 1945 che raffigura una ragazza in costume di Atzara nell’atto di sistemarsi il fazzoletto.

Ma Corriga è l’autore anche dei disegni del libro “Is contus de Opineddu” che altro non è se non la traduzione in sardo-campidanese del Pinocchio di Collodi ad opera di Mario Vargiu.
Le illustrazioni di Opineddu ricalcano la tradizionale iconografia del burattino. La particolarità di alcune tavole è l’ambientazione chiaramente sarda, compresa un’illustrazione dove Opineddu è intento a dialogare con una “fatina” ben lontana dall’ambiente collodiano, visto che indossa il tipico costume di Atzara.

Olivia ha scritto un racconto

Il ritratto di Olivia, un acquerello del 1999, ritrae una bambina biondina che gioca e sguazza in una piscina gonfiabile. Olivia è cresciuta, e , nel 2011, oggi che finisce la scuola, con gli altri ragazzi di terza media partecipa al concorso scolastico “Pensieri di sogno”.
Devono scrivere un racconto e liberare la loro fantasia da adolescenti, pensando e sognando, come è giusto che sia alla loro età.
Olivia ha scritto un racconto e ha vinto. E’ stata premiata per come l’ha scritto e per quello che ha raccontato. Un racconto bello: da leggere!. E per me, che ho la miniera nel mio DNA, il racconto ha una valenza ancora più forte, con richiami che vanno ben oltre i sogni e riconducono a una realtà vissuta.
E allora, che dire?
Grazie Olivia per il tuo racconto; e grazie anche perché, se una ragazza di 13 anni pensa e scrive queste cose, abbiamo la speranza che il futuro ci riservi ancora qualcosa di buono.

 Bianca come il carbone

 di Olivia Tilli

 Solean aveva il sole nel nome e nel destino.
Solean, un ragazzo troppo sognatore per un lavoro troppo concreto. Lui sapeva di non essere adatto: si affaticava spesso, non aveva mai voglia e, in quei luoghi, si sentiva come un uccellino in gabbia. Solean aveva voglia di volare, voleva guardare lontano e vedere più di quanto facessero i suoi compagni.
Pur sapendo che quella non era la sua vocazione, ogni giorno era al suo posto, concentrato, con il piccone in mano. Il 22 ottobre Solean era pronto per scendere, come ogni mattina, ma quel giorno c’era qualcosa di strano nell’aria. Sol si aspettava qualcosa ma tutto continuò normalmente.
I suoi compagni del settore B erano sempre gli stessi: David, che non sapeva né leggere né scrivere ma aveva una positività innata, Richard, con gli occhi di ghiaccio ma il cuore che si scioglieva ad ogni  triste sguardo di Ron, il bambino. Ron era l’ultimo membro del settore B e il più piccolo della squadra. Ogni giorno, da quando aveva quattordici anni, si avviava per le strade di Green River e si recava davanti alla galleria. Ogni giorno, prima di calarsi nel pozzo, piangeva. Nessuno sapeva il perché ma ogni mattina si ripeteva sempre la stessa mesta scena.
Sol e i tre compagni scesero nella galleria; arrivati al settore B, le chiacchiere si spensero.
Il lavoro era cominciato. Il dolce brusio della pompa scandiva il ritmo dei picconi.
Solean era più lento dei compagni ma il suo tocco era preciso e forte, talmente potente che poteva far crollare tutta la miniera. Alle due del pomeriggio i minatori si prepararono per il pranzo.
Richard impugnò il sacchettino di carta e risalì la galleria per uscire, Ron lo seguiva a ruota con il pane protetto dalla carta legata con un filo tozzo e sciupato. Rimanevano soltanto Sol e David ma quest’ultimo aveva l’abitudine di mangiare camminando perciò in un attimo Solean restò solo.       
Il minatore, prima di aprire il fagotto che stringeva in mano, intonò una preghiera rozza ma talmente sentita che le parole non importavano. Afferrò il pane e se lo portò alla bocca ma, prima di assaggiarne un pezzo, si pietrificò.
Davanti a lui era comparso qualcosa.
Prima non c’era che un po’ di pietra nera e qualche grammo di terra, adesso si era materializzata un’immagine. Solean chiuse gli occhi e poi li riaprì, più volte ripeté il medesimo esercizio ma infine capì, non era un sogno. Davanti a lui stava una donna, immobile, come pietrificata.
Poteva vedere i suoi occhi infossati, la sua bocca dalle labbra screpolate e la sua fronte bassa e corrugata. Stava pensando, forse, oppure era confusa,  non capiva perché Solean la stesse guardando.
I pensieri si rincorrevano nella mente del ragazzo ma nessuna risposta gli pareva soddisfacente.
Allora si alzò e, cautamente, si avvicinò a quella figura. Questa non si muoveva, non sbatteva le palpebre, non respirava. “Buongiorno, signorina.” esclamò togliendosi il cappello con un inchino. “Posso domandare il suo nome?” La donna non rispondeva. Solean ci pensò un attimo.
“Si chiama forse Emily? Angela? Agnese?” La statua non si mosse.
Sol pensò: “Forse non è stata battezzata…”
Alzò la testa e parlò: “Se non è mai stata battezzata posso farlo io.” Prese la borraccia e bagnò la pietra nera davanti a se: “Ti battezzo col nome di…” Certo che la donna nera non avrebbe parlato, il ragazzo terminò la frase a suo piacimento: “Bianca!”
La mezz’ora per il pranzo finì e gli altri uomini scesero nel pozzo. Trovarono Sol  ancora immobile ad osservare la sua donna. Richard prese in mano il piccone ma il ragazzo urlò: “Fermo! Non fare del male a Bianca!” I compagni erano allibiti.
“È solo un pezzo di pietra!” affermò Ron osservando la parete.
Solean non parlò. Come aveva fatto a scambiare una roccia per una donna? Era forse impazzito? Eppure lui continuava a vederla quella donna, continuava a sfiorare i suoi lineamenti. Erano dolci e caldi, non erano fatti di quella pietra umida che si trova in miniera.
I compagni erano sempre più confusi. Sol continuava a guardare con occhi sognanti quella parete rocciosa. David lo spinse indietro e lo schiaffeggiò dicendo: “Amico, hai preso un abbaglio. Qui non c’è niente!”
Richard ricominciò a picconare. Sol a ogni colpo gridava: “Bianca!” Ma intanto Bianca scompariva nella polvere.
Sol socchiuse gli occhi e, pieno di amarezza, strinse i pugni e lasciò per sempre quella cupa miniera piena di trappole e trabocchetti.
Il ragazzo scese in paese e poi corse come un pazzo verso una collina isolata dal mondo. Lì si fermò e guardò l’orizzonte. Aveva corso a lungo fino al tramonto  e ora pensava a Bianca, la donna di roccia, che solo lui aveva visto. Non sarebbe più tornato in quella miniera. Troppo stretta e chiusa per i suoi pensieri liberi. Qualcuno si chiederà: “Perché proprio Bianca per  una donna di carbone?” Perché non era il colore quello che contava per Sol. Bianca come bianca era la luce che lo aveva abbagliato quel giorno. Bianca e luminosa come la bellezza della donna che solo lui aveva avuto il privilegio di vedere. E intanto il sole calava e Solean sognava di incontrare di nuovo la sua amata donna di pietra.   

Il paese era muto nell’ombra della notte
ma Solean piangeva forte, sempre più forte
e poi guardava nel nero del cielo
e riscopriva Bianca e il suo buio sorriso
E ora stava lì disteso nell’immenso
ad aspettare Bianca e con lei la luce.
E con la luce il sole. 

Perché Solean aveva il sole, nel nome e nel destino.

La Sardegna di Leo Neppi Modona

Nel 1971 la Editrice Sarda Fossataro di Cagliari pubblicò il volume “Viaggiatori in Sardegna”, curato da Leo Neppi Modona che, nel libro, aveva raccolto e ampliato una serie di suoi interventi trasmessi poco tempo prima dal Gazzettino Sardo. Neppi Modona, che aveva ricoperto l’incarico di docente di lingua francese presso l’Università di Cagliari, alla Sardegna era rimasto molto legato, tanto che quando morì nel1986, a soli 54 anni (era nato a Firenze nel 1932), la sua ricchissima biblioteca (oltre 8000 volumi) venne lasciata al comune di Cagliari, con la precisa indicazione di destinarla alla frazione di Pirri. 
Recentemente l’editore Aska di Firenze (2010) ha pubblicato il volume “Barbari nel secolo XX. Cronaca familiare (settembre 1938 – febbraio 1944)”, a cura di Caterina Del Vivo e Lionella Neppi Modona Viterbo, che raccoglie il diario, giorno per giorno, tenuto da Leo Neppi Modona dove, con occhi da bambino, ma con proprietà di linguaggio da adulto, descrive le atrocità e le persecuzioni a cui in quegli anni sono sottoposti gli ebrei a seguito dell’introduzione delle leggi razziali.

Il volume di Fossataro del 1971 parla della Sardegna così come l’hanno vista e raccontata decine di illustri visitatori, da Lawrence a Balzac, dai fratelli Alinari al padre gesuita Bresciani, ecc. Ma da quel libro mi piace estrarre la paginetta di prefazione scritta da Leo Neppi Modona che, nelle sue conclusioni, nonostante siano passati quarant’anni, appare di scottante attualità.

 ALLA SARDEGNA

La Sardegna è come un diamante dalle mille sfaccettature: ogni viaggiatore è venuto e ne ha osservato qualche aspetto, ha posto il diamante contro luce e ha preteso di vederne in breve tempo le virtù e i difetti. Ma ora è venuto il momento, ed anzi è il momento, perché domani sarà troppo tardi, che i Sardi prendano coscienza del valore della loro isola in ogni suo aspetto. Qui la vita è a una svolta: siamo ancora in grado di salvare questa meravigliosa isola. Lungo le nostre coste corrono i fili spinati, ma domani potrebbe correre il cemento armato. Noi forse siamo fortunati, perché a nessuno verrà in mente di costruire un ponte per unirci al continente, ma dobbiamo renderci conto di questa fortuna. Il ponte non c’è perché la Sardegna è un’isola, e deve restare un’isola, con qualcosa di diverso dal resto del mondo. Questo è appunto il vantaggio delle isole, che possono prender quel che vogliono dal continente e lasciare il resto, senza bisogno di elevare frontiere, purché sappiano difendere la loro peculiare natura. Se agiremo in questo senso, avremo ancora e sempre viaggiatori in Sardegna che sapranno apprezzarci, che troveranno presso di noi qualcosa di nuovo e di gustoso, come un frutto selvatico, se agiremo in questo senso, garantiremo a noi e ai nostri figli un angolo di pace e di severa tranquillità, se invece continueremo a dormire o a subire, saremo sempre di più un popolo colonizzato e cammineremo curvi e pazienti come i muli, per portare denaro fuori dall’isola a chi ci saprà sfruttare.

Leo Neppi Modona

La Sardigna, la Truffia e la Buffia

“Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi.
Per la qual cosa messom’io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de’ Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de’ nostri frati e d’altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l’amor di Dio schifando, poco dell’altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e ‘l vin nelle sacca: da’ quali alle montagne de’ bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla ‘ngiù.
E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l’abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio”.

Il brano è tratto dal “Decameron” di Giovanni Boccaccio. Si tratta della novella decima della sesta giornata, la novella dove si narra di Frate Cipolla e della sua predica ai cittadini di Certaldo, durante la quale racconta il suo viaggio in terre esotiche immaginarie (la Truffia e la Buffia) e reali (tra cui la Sardegna), da dove riporta sacre reliquie, tra cui una piuma dell’ala dell’Arcangelo Gabriele. Piuma che due burloni sostituiscono con una manciata di carboni. Il frate, al momento di presentare la reliquia, si rende conto della sostituzione ma non si perde d’animo e presenta i carboni come reliquia in quanto “avanzo” di quelli utilizzati per bruciare San Lorenzo, con il risultato che i burloni furono burlati!

La copia del Decamerone in mio possesso, è in dieci volumi rilegati in tela, stampata in seconda edizione dall’editore Formiggini, tra il 1922 e il 1924 (la prima edizione è del 1913), nella collana “I classici del ridere”.
L’opera ha la caratteristica che ogni volume è arricchito dalle incisioni xilografiche di un artista del periodo.
Il decimo volume è illustrato da Mario Mossa De Murtas (1891-1961), artista sassarese, che utilizzò le stesse incisioni anche sulla rivista L’Eroica (fascicolo I/II/III del 1915), dove veniva presentata una rassegna delle avanguardie artistiche italiane in merito all’incisione. Sullo stesso numero de L’Eroica comparivano anche le incisioni di Giuseppe Biasi, altro grande artista, considerato dalla critica il più importante artista sardo del ‘900.

Ritornare a Itaca

Ma in questa sera di gelo e di vento non c’è un lume, una persona. Passato Sarule, illuminiamo coi fari la facciata nuova della chiesa di Orani dove il pittore Nivola, che è nato qui e vive in America, ha graffito, al suo ultimo ritorno, tra la meraviglia dei pastori, una grande decorazione. ...”.
Così scriveva Carlo Levi nel 1964 (Carlo Levi, Tutto il miele è finito – Torino, Einaudi, 1964 – Pag. 74), riassumendo in poche parole la sensazione che creò a Orani, nel 1958, il ritorno di Nivola: quel “ritorno a Itaca” che si celebra proprio in questi giorni, grazie alla riproposta della mostra fotografica che riproduce le immagini allora scattate da Carlo Bavagnoli.
E, a quanto mi dicono, dopo 50 anni, a Orani la sensazione è ancora di meraviglia e stupore nel rivedere le immagini, i luoghi, le persone, il paese non ancora “civilizzato” invaso dalle opere d’arte di un oranese, visto dai compaesani più come uno “strano” emigrato che come un artista di fama mondiale.
E si! ancora nessuno aveva capito la portata dell’opera di Nivola, e nessuno (almeno a Orani), poteva immaginare che di quella mostra del 1958 ne avrebbero parlato ancora a lungo giornali e riviste di tutto il mondo.
Sfoglio, ad esempio, il numero 34 del 1961 della rivista d’arte e architettura “Aujourd’hui” che si stampava a Parigi e che dedica ben 7 pagine fotografiche a Nivola, tra cui due alla mostra di Orani.
E guardo le foto e rivedo volti e persone, vecchi che ho conosciuto e amici d’infanzia. E mi chiedo anche a cosa pensava chi nel 1961 a Parigi vedeva la foto di Ziu Deddone che con mano leggera accarezzava una scultura sotto lo sguardo attento di Ziu Soro, cognato di Nivola e fratello di mia nonna. Oppure qualcuno, come faccio io oggi, si soffermava a guardare un gruppo di ragazzi dove mio cognato Nicola, poggiato al muro, sembra il ritratto di mio nipote Alessandro.

E che dire della foto di Nivola che spiega i suoi disegni ad un attento Don Lai, parroco di Orani, dando vita, forse, a quella “leggenda” che vuole che sia stato il prete a dare il nome di “Battaglia di Lepanto” al graffito, tanto per dare una spiegazione logica a quei segni incomprensibili.
Ma io mi chiedo anche: chi sarà mai quel ragazzino, seminascosto dai fogli di Nivola, che si soffia il naso e regge le spatole dell’artista?
Tutte domande che non vedo l’ora di appurare. E appena rientrerò a Orani, andrò, come fanno in questi giorni tutti gli oranesi, a vedere la mostra e  “giocare” con la memoria che ricorda, ricerca e rivive, facendoci viaggiare e ritornare a quella personale Itaca che abbiamo tutti, e che tutti conserviamo e curiamo nel nostro intimo più profondo.

P.s.: Veloci arrivano le precisazioni. Mi scrive Tina (una delle bambine che ridono divertite guardando Nivola che disegna): “Ciao Angelino, l’uomo che accarezza la scultura di Nivola non è Ziu Deddone ma Ziu Antoni Fadda (il padre di Ziu Giuanchinu). E il ragazzino che si soffia il naso è Andria Comeddu. Ciao Ciao“. Grazie! … e ciao, ciao!

Lina Merlin, confinata a Orune

L’assegnazione al confino politico ed i relativi provvedimenti amministrativi furono ampiamente utilizzati durante il fascismo per stroncare l’opposizione politica o, più semplicemente, per controllare chiunque non era inquadrato nella logica del regime.
Così, al confino finirono intellettuali, antifascisti, oppositori del regime, tutti costretti a vivere forzatamente lontani dal mondo nelle isole minori (Pantelleria, Ustica, Ventotene, Tremiti) o in località sperdute del Meridione e della Sardegna.
Il soggiorno a Eboli raccontato da Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli” è una delle testimonianze più alte di quel periodo; e se “La catena”, scritto in clandestinità da Emilio Lussu, racconta la vita dei confinati a Lipari,  le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci fanno rivivere la situazione di oppressione a cui erano sottoposti i confinati.
Tra le diverse centinai di confinati per motivi politici figura anche la futura senatrice Lina Merlin, passata alla storia per aver dato il nome a quella “Legge Merlin” che, nel dopoguerra, pose fine all’esistenza di bordelli e case chiuse.
Lina Merlin, nata nel 1887, inizia subito dopo la prima guerra mondiale la sua militanza nel Partito socialista e collabora a diversi giornali, tra cui “La Difesa delle Lavoratrici”, periodico fondato da Anna Kuliscioff.
Con l’avvento del fascismo, diventa una decisa oppositrice del regime. Nel 1924 le viene affidato il compito di segretaria del Comitato Elettorale del partito socialista veneto e, nel 1926, essendosi rifiutata di prestare giuramento di fedeltà al regime, viene licenziata dal posto di lavoro, arrestata per ben cinque volte, “perché irriducibile”, questa la motivazione della sentenza, viene condannata a scontare quattro anni di confino in Sardegna.
In una testimonianza pubblicata nel volume “Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista”, edito nel 1958 a cura dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti, Lina Merlin racconta il suo trasferimento in Sardegna, unica donna, incatenata ad altri 50 detenuti comuni.
La prima destinazione fu Nuoro, ma siccome la città era “un covo di Sardisti avversi al regime”, fu trasferita a Dorgali dove rimase solo tre mesi in quanto “essendo divenuta, senza mio merito o colpa, troppo popolare, mi si mandò a Orune”. Di quel breve soggiorno dorgalese rimane una bella foto che ritrae Lina Merlin con il costume tradizionale. Del soggiorno a Orune, “quel cucuzzolo di montagna sempre battuto da un vento infernale”, Lina Merlin conserverà un ricordo indelebile: “gente arretrata, ma di cuore, quei pastori sardi, e dei miei rapporti con loro serberò grata memoria”.
Dopo gli anni di confino, “lunghi e dolorosi, perché il confino non è che una prigione all’aperto, dove si è costretti a subire la tortura morale di innumerevoli aguzzini e la doccia scozzese delle minacce e delle lusinghe”, Lina Merlin si trasferisce a Milano, si sposa, rimane vedova, entra in clandestinità, contribuisce a quella lotta di liberazione che assesta il colpo definitivo al regime fascista.
L’impegno della Merlin per la libertà continua nelle istituzioni, nel Senato, in Parlamento, sempre in prima fila per i diritti delle donne, dei lavoratori, dei più deboli.
Un impegno portato avanti sino alla sua morte avvenuta nel 1979.
Lo scritto di Lina Merlin nel citato libro del 1958 si conclude con una frase di Turati: “Bisogna saper soffrire per vincere”.
“Abbiamo noi vinto?”, si chiedeva allora la Merlin.
E in questo 25 aprile del 2010, 65° anniversario della Liberazione, ancora ci chiediamo: “Abbiamo noi vinto ?”