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Il Nepente di Oliena

Nel 1909 l’editore Enrico Voghera di Roma pubblicò il volume “Osteria: guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri” dello scrittore e esperto enologo tedesco Hans Barth.
Il libro, con prefazione di Gabriele D’Annunzio, dava indicazioni su tutti i luoghi da visitare nella penisola alla ricerca di vini e sapori. Ebbe un notevole successo e nel corso degli anni è stato più volte ristampato, sino a qualche recentissima edizione.
La copia in mio possesso, stampata dall’editore Filippi di Venezia nel 1972, è arricchita dalla riproduzione di alcune antiche stampe del Museo Correr di Venezia.
Ma il volume ebbe grande fama in Italia soprattutto per la prefazione di D’Annunzio che, pur dichiarandosi astemio, “acquatile” si definisce lui, accenna al viaggio fatto in gioventù in Sardegna con Scarfoglio e Pascarella, quando fu testimone di una sbronza memorabile di Pascarella. L’aneddoto è lo spunto per D’Annunzio per rimproverare Barth sul fatto che non parla, nel suo libro, dei vini di Sardegna: “Non conoscete il Nepente di Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i sardi chiamano Domos de janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo. Io non lo conosco se non all’odore; e l’odore, indicibile, bastò a inebriarmi a te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito…Possa tu senza tregua fluire dal quarterolo alla coppa e dalla coppa al gorgozzule. Possa io fino all´ultimo respiro rallegrarmi dell´odore tuo, e del tuo colore avere il mio naso sempre vermiglio…”

Comunque, chi vuole saperne di più del viaggio di D’Annunzio in Sardegna può attingere al libro di Francesca Mulas “La serenità dell’interlunio. D’Annunzio, Scarfoglio e Pascarella in Sardegna”, pubblicato dalla casa editrice Documenta nel 2009.

E, visto che oggi è il compleanno di Maurizio, chi a Firenze volesse far conoscenza con il Nepente, può andare da Maurizio e Gilda che all’Enotria saranno ben lieti di farvi gustare ottimi vini e squisito mangiare.

L’importanza di una biblioteca

Dedicato a Silvia nel giorno del suo compleanno
 

Un manoscritto inedito del 1832 che posseggo, curato dall’abate Alessandro Buratti (1760-1839) di Città di Castello, traduce fedelmente l’opera “Nouvelle Bibliothèque Choisie, ou l’on fait connoître les bons livres en divers genres de literature, et l’usage qu’on  en doit faire”, scritta da Richard Simon nel 1714 e pubblicata ad Amsterdam.
Richard Simon (Dieppe 1638-1712) grande studioso di storia e cultura religiosa, entrò in seminario all’età di 21 anni. Dopo aver insegnato filosofia a Juilly fu chiamato a Parigi, dove continuò l’insegnamento della filosofia.
La “Nouvelle Bibliothèque Choisie” venne pubblicato dopo la sua morte, creando anche qualche problema di attribuzione visto che molti critici considerano il lavoro opera di Nicolas Barat.
Lo scritto tratta di 69 opere di varia erudizione e conoscenza, utili per costituire una biblioteca scelta. Sono in massima parte opere religiose e filosofiche classiche, e non appaiono opere contemporanee o di carattere divulgativo che, anzi, sono espressamente condannate dall’autore.
Nella prefazione Simon scrive: “La Bibliomania, ovvero la passione di avere un gran numero di libri, è una infermità a molti comune, soprattutto in Francia dove vi sono infinite Biblioteche numerosissime, le quali servono per bellezza, ed ornamento”. Simon continua citando Seneca che asseriva “… non esservi bisogno di un gran numero di libri, ma soltanto di quelli, che son buoni, e che quelli, i quali sogliono studiare non devono tanto andar in cerca dell’ingegnoso, quanto di quello ch’è utile”e prosegue attaccando dizionari storici e biblioteche universali: “Le storie, per esempio, le quali non contengono altro che verità sono insipide. Si vogliono cose nuove, meravigliose e brillanti …il cattivo gusto di questi ultimi tempi fà sì che s’abbia del disgusto ai buoni libri…il dizionario di Moreri (Louis Moreri (1643-1680), Le grand dictionnaire historique), il quale per confessione di tutti i dotti è un cattivissimo libro, forma al presente la delizia di una quantità di semidotti, come anche d’un grandissimo numero d’ignoranti. Si accresce tutti i giorni sotto pretesto di perfezionarlo, e lungi da questa importante utilità, vi si aggiungono anzi nuove voci …non pensando che a ingrossare questo dizionario per guadagnare più denaro”.
Più o meno quello che succede oggi con certa letteratura.

Dessì e Bassani

Di Giuseppe Dessì nel corso del 2009 è stato scritto di tutto e di più, visto che ricorreva il centenario della nascita. Nato a Cagliari nel 1909, Dessì era rimasto sempre molto legato a Villacidro, patria della sua famiglia d’origine, dove egli visse gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza.
Dopo un periodo inquieto vissuto tra Cagliari e Pisa, Dessì dal 1939 al 1941 è insegnante a Ferrara. In questo periodo avrà l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi artisti e intellettuali instaurando solidi rapporti d’amicizia.
Risale a questo periodo la conoscenza con Gianfranco Contini e Giorgio Bassani, destinata a durare tutta la vita. Il legame con Dessì è sottolineato dallo stesso Bassani che, nel 1999, scrive “L’incontro con … Giuseppe Dessì … , il rapporto amichevole, totale, che ne nacque, è stato per me un’esperienza decisiva dal punto di vista psicologico … non sarebbe stato possibile diventare antifascista senza di loro, per uno come me che ha avuto la rivelazione dell’antifascismo come scelta essenzialmente morale”.
In un filmato della Mediateca di Roma è possibile rivedere la proclamazione del Premio Strega 1972 che, per l’appunto, venne assegnato dalla giuria presieduta da Giorgio Bassani proprio a Giuseppe Dessì per il libro “Paese d’Ombre”.
A riprova ulteriore del legame d’amicizia, la copia di “Paese d’Ombre” in mio possesso, nella prima carta bianca, riporta una dedica di Dessì a Paolo Bassani, fratello di Giorgio: “A Paolo Bassani molto cordialmente”, scriveva Dessì nell’aprile 1972, tre mesi prima della definizione del Premio Strega.

“Pippineddu” Are

Il prossimo 25 marzo ricorre l’ottantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Are, storico ed economista, nato a Orani nel 1930 e morto a Pisa nel 2006.
Ho conosciuto Giuseppe Are nel 2001, quando venne costituita l’associazione “Orani nel Mondo” di cui Are era socio fondatore. La sua fama, però, mi era nota da prima che ci si conoscesse. Lui, partito da Orani e approdato a Pisa, professore di Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche dal 1965 al 2001. Bisogna ricordare, inoltre, il suo insegnamento a Oxford e la collaborazione giornalistica con “Il Sole 24 Ore”, con il “Wall Street Journal” e per trent’anni con “La Nazione” e il “Resto del Carlino”. 
Tra i suoi libri mi piace segnalare “Il problema dello sviluppo industriale nell’età della Destra”, pubblicato da Nistri-Lischi di Pisa nel 1965, un libro fondamentale per capire alcuni punti di partenza dello sviluppo economico italiano. Nei suoi numerosi volumi e nei suoi scritti, Are ha saputo affrontare temi politici ed economici, spesso anticipando fatti ed eventi. Tra le tante cose anticipò la fine del PCI, quel PCI che in gioventù lo aveva visto fortemente impegnato e che abbandonò, nel 1956, dopo i fatti d’Ungheria.
L’ultima volta che l’ho incontrato nella sua casa di Pisa, era fortemente minato dalla malattia ma sempre lucido e acuto nel discutere. Ricordo che parlammo a lungo di globalizzazione, argomento che lo attirava particolarmente.
Parlammo tanto anche di Orani, di come il paese fosse cambiato; quel giorno “Pippineddu” (così era conosciuto da tutti in paese) raccontò tante altre cose legate alla sua infanzia e, accompagnandoci nel suo studio, ci mostrò il ritratto che gli fece Nivola quando lui era ancora bambino (Are era del 1930).
Su quel ritratto, in un angolo, la scritta a penna “Giuseppe Are” apposta da lui bambino visto che l’artista “si era dimenticato di farlo”. 
Parafrasando Ettore Scola, posso dire che quel giorno ho vissuto “una giornata particolare”, in compagnia di un grande personaggio del nostro tempo

Orgosolo

La Orgosolo che Pasquale Marica descrive in questo volume e ben lontana da quella che i giornali del tempo descrivevano. Siamo nel 1954 e quando si parla di Orgosolo, o meglio della Sardegna, se ne parla per il “banditismo”, presentando l’isola come un covo di malviventi e malfattori.
Orgosolo” (sottotitolo: Il crepuscolo degli dei armati), pubblicato dall’editore romano Ludovico Puglielli nel 1954, ha nell’interno alcune illustrazioni di Felice Sigona e, soprattutto, ha la sovraccoperta illustrata a due colori da Melkiorre Melis, a dimostrazione dello stretto legame esistente con Marica, amico di lunghe frequentazioni degli ambienti culturali romani.
Il volume, come scrive l’editore nella prefazione, “… tutto colore e calore è un documento di battagliera poesia a favore della Sardegna, ignota ai più, a molti mal nota…”. Un tentativo di presentare la Sardegna da un punto di vista diverso: dall’ottica di un autore sardo, studioso dei problemi dell’isola e visceralmente amante della Sardegna.
Pasquale Marica, originario di Sanluri, d’altronde, in tutta la sua lunga carriera di giornalista e scrittore, vissuta tra l’isola e Roma, ha sempre messo in risalto i problemi della Sardegna. A volte ha usato temi insoliti, come quando, nel 1916,  sul giornale “L’ Italia Futurista” pubblicò un provocatorio Manifesto Futurista dal titolo “Moltiplichiamo i Sardi: primo materiale di guerra”, o quando, con Mario Mossa De Murtas, scrisse l’introvabile libriccino “Perché gli uomini a Tiulè portano le mutande”, una satirica presa in giro della Deledda e di tutti i suoi epigoni.