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Il viaggio, Marisa e la vigna

Viaggiare, oggi, è molto semplice. Mezzi e trasporti sono in grado di condurci rapidamente nei luoghi più remoti e, se uno si accontenta del viaggio “virtuale”, oggi con telefonini, computer e tecnologie varie, è possibile spostarsi in un nanosecondo in qualsiasi punto del globo terracqueo.

Fino a qualche anno fa spostarsi era un po’ più complicato, e anche distanze che oggi sembrano risibili apparivano lontane e complicate da raggiungere.

Lo spostarsi dalla Sardegna verso il continente, ad esempio, dava l’impressione del “viaggio lungo” e richiedeva una preparazione, soprattutto “mentale”, per coordinare i tempi e le coincidenze dei mezzi di trasporto con i tempi e i ritmi delle persone destinate al “distacco”.

Si, proprio il “distacco”, perché questo voleva dire lasciare la Sardegna per altri lidi.

Io nel 1975 lasciai la Sardegna per andare a studiare a Firenze. Avevo 19 anni e, di fatto, se si esclude una gita scolastica, era la prima volta che lasciavo l’isola.

Ricordo un pomeriggio col magone a salutare amici e parenti, a “mi dispedire”, così come facevano normalmente quelli che, armati di valigia, emigravano in Germania o in Francia.

Il primo “distacco”, dunque, era quello dal paese e dagli affetti più cari.

La seconda tappa era l’approdo a Nuoro da dove, alle 20.00, partiva la “Freccia” dell’allora SATAS che collegava direttamente la città con il porto di Olbia. Si salutavano i parenti che ti avevano accompagnato sin lì e il pullman partiva. Ancora non esisteva la superstrada a quattro corsie e, così, dopo aver superato la chiesa della Solitudine, il mezzo affrontava il tortuoso discendere della strada di Marreri, ricavata sul dorso ondulato delle pendici del monte Orthobene.

In quei pochi chilometri di strada, prima ancora di arrivare a Olbia, prima ancora di salpare verso il mare aperto,  avveniva il vero “distacco”, iniziava quel viaggio “mentale” che ti portava a entrare in altre dimensioni non più sarde.

La prima volta che partii era una grigia serata di novembre; mentre il pullman scendeva lentamente da Marreri, ero assorto nei miei pensieri quando, dopo una curva a gomito, nel grigiore generale, nel bel mezzo di una vigna, i fari illuminarono una sagoma colorata.

Era una Marisa Sannia di cartone, a grandezza naturale, che pubblicizzava una nota marca di caramelle.

Una Sannia con un vestito coloratissimo (come d’altronde lo erano le caramelle pubblicizzate) che spiccava nel buio della sera, tra i monotoni colori dell’autunno. Una Sannia che, con il suo sorriso e la sua mano alzata, in mezzo a una vigna deserta mandava un saluto sereno ai viaggiatori che sapevano coglierlo.

Quell’immagine mi ha accompagnato per tanto tempo e ogni volta che ripassavo per la strada di Marreri andavo a cercare quella figura diventata in qualche modo un riferimento rassicurante, tanto che ancora oggi, quando mi capita di percorrere quella strada, lo sguardo corre a cercare Marisa tra le viti della vigna. E se anche la sagoma cartonata non c’è più, nel mio viaggio “mentale” quella Marisa Sannia rimarrà sempre lì, colorata e sorridente.

 

Il 15 ottobre Marisa Sannia sarà la protagonista dello spettacolo “Con passo leggero”, di e con Maria Grazia Campus e Gianna Deidda, che sarà rappresentato al Teatro della Compagnia di Firenze. Una serata eccezionale per ricordare una grande Artista, la sua musica, la sua poesia, le sue canzoni.

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1899: il Re in Sardegna

reali a cagliari 017Era il 1899 quando Umberto I°, accompagnato dalla consorte Margherita, approdò a Cagliari per la prima visita ufficiale di un Re d’Italia nell’Isola.
Umberto I° era un sovrano che provocava reazioni contrastanti: “Re buono”, per chi esaltava la sua indole umanitaria, “Re mitraglia” per chi lo accusava di orribili nefandezze, come quella di aver decorato il generale Bava Beccaris, responsabile dei cannoneggiamenti verso i cittadini milanesi che protestavano contro il carovita.
Per i sardi era evidentemente un “Re buono” visto che in Sardegna fu accolto con grandi festeggiamenti. Le cronache del tempo parlano di accoglienza calorosa e di folle festanti al passaggio dei sovrani. Per l’occasione si mosse persino la marina militare francese che, in pompa magna, schierò fior di navi nel golfo di Cagliari in onore delle teste coronate.
nuoro giacinto sattaTra i vari giornali che seguirono l’evento, si distinse il settimanale “Illustrazione popolare” che, con una cronaca molto dettagliata, descrisse la visita dei sovrani, arricchendo le notizie con note folcloristiche e di colore legate agli aspetti “primitivi” della Sardegna, corredate da illustrazioni su costumi o dettagli archeologici, tra cui alcuni disegni realizzati da Giacinto Satta.
I sovrani arrivarono in Sardegna il 12 aprile e si trattennero sino al 23. Come riporta l’Illustrazione Popolare, “visitarono varii punti dell’isola. Dopo le feste di Cagliari s’ebbero quelle d’Iglesias, dove i sovrani andarono il giorno 15. Fu da questa città che essi si recarono in carrozza a visitare le miniere di Monteponi. Seguirono le feste di Oristano. Poi il ritorno a Cagliari; e da Cagliari i sovrani andarono a Sassari, dove fu preparata la sfilata di un corteggio di isolani nei caratteristici costumi sardi. E finalmente, la mesta e poetica chiusa del viaggio: la visita della tomba di Garibaldi, a Caprera”.
Fu proprio da quella visita a Sassari che prese origine la Cavalcata Sarda, ancora oggi uno tra i più importanti appuntamenti folkloristici dell’Isola.
nuoro015L’Illustrazione Popolare prosegue le cronache precisando che “a Nuoro i sovrani non sono andati, com’era stabilito”, rimandando l’approfondimento a una nuova occasione, visto che i sovrani “Han promesso di andarvi un’altra volta”.
Un’altra volta che, come la storia insegna, non ci fu, visto che Umberto I°, l’anno successivo, il 29 luglio del 1900, moriva a Monza sotto i colpi di pistola dell’anarchico Gaetano Bresci, evidentemente schierato con le posizioni di chi nuoro la sotto prefettura 015nuoro le scuole015combatteva contro il “Re mitraglia”.
Il giornale, comunque, per rimediare alla mancata visita dei sovrani, pubblicò ugualmente una serie di nuoro la pietra ballerina 015nuoro la cattedrale 015illustrazioni che mostravano le “cose notevoli” di Nuoro alla fine dell’800. E tra le cose notevoli spiccava la rotonda del carcere che, sicuramente, nella Nuoro nuoro le carceri 015di fine secolo, nuoro il nuraghe 015rappresentava un elemento di primaria importanza, e non solo per gli aspetti architettonici della costruzione che, imponente, dominava la parte alta della città.
nuoro panorama preso dal monte ortobene 015

Stanis Manca e Antonio Ballero, cronisti a Gonare

Stanis Manca

Stanislao (Stanis) Manca (1865 – 1916), scrittore e critico teatrale, collaborò per circa un ventennio con il giornale La Tribuna di Roma, alternando recensioni teatrali a scritti di costume.
Nel 1891 su La Tribuna pubblicò l’articolo “Escursioni in Sardegna. Al Monte Gonari”  che, dopo un ventennio, sarebbe stato raccolto nel volume Sardegna leggendaria. Vecchie cronache ed autentiche escursioni, pubblicato dall’Editore Enrico Voghera di Roma nel 1910. L’articolo ha la particolarità di presentare la festa di Gonare in un’ epoca dove le auto erano lungi dal venire e le masse di pellegrini si spostavano, dunque, a piedi o a cavallo.
La descrizione che Stanis Manca fa della festa è stata oggetto di un altro mio post, a cui rimando per approfondimenti (Gonare: quando alla festa s’andava a cavallo).
L’articolo de La Tribuna, rispetto alla versione apparsa sul libro, ha la particolarità di essere corredato da sei piccoli disegni in bianco e nero, realizzati dall’artista nuorese Antonio Ballero (1864 – 1932).
Lo stile di Ballero è caratterizzato da una fitta rete di segni che danno corpo alle figure, e raffigurano personaggi nei tipici costumi tradizionali. Il tratto del disegno è lineare e ben lontano da quei disegni a “ghirigori” (come li definì il critico Raffaello Delogu) che dovevano caratterizzare la successiva produzione artistica di Ballero.
Tra i sei disegni spiccano due figure “accampate” sotto un albero e un venditore di qualcosa, seduto su uno sgabello con accanto la stadera e la cesta contenete la sua mercanzia.
Si tratta di figure tipiche dell’epoca, di quelle che con ogni probabilità Stanis Manca ha incontrato nella sua escursione per la festa di Gonare. E Ballero, che probabilmente salì al monte assieme a Manca, non ha fatto altro che limitarsi a un semplice esercizio di “cronaca”, immortalando i soggetti utili a illustrare l’articolo dell’amico.
Occorre sottolineare anche che (a quanto mi risulta), i disegni di Ballero sono inediti e sono da ricondurre ai suoi esordi artistici, visto che le sue prime opere datate risalgono al 1890.

J.B.Barla: un viaggiatore in Sardegna 170 anni fa

Quando nel 1841 Jean Baptiste Barla (1817 – 1896) giunse in Sardegna, aveva 24 anni. Arrivò nell’isola invitato dalla sorella Luigia, moglie del capitano dei Granatieri di Piemonte Bruno Boglione, allora di stanza a Cagliari.
170 anni fa, dunque, un giovane nizzardo si aggirava per la Sardegna, armato di taccuini e pennelli, pronto a cogliere aspetti e dettagli della vita di tutti i giorni nell’isola, ma anche pronto a coltivare la sua passione per le scienze naturali e la botanica. Jean Baptiste Barla, infatti, passato alla storia come naturalista, botanico e soprattutto micologo, diede notevole impulso alle scienze botaniche e la sua opera fu fondamentale per l’istituzione del Museo di Scienze Naturali di Nizza, sua città natale.
Di lui rimangono tantissime osservazioni botaniche e numerose pubblicazioni, sempre corredate da splendide tavole a colori, il più delle volte realizzate da lui stesso. Come risulta dalle carte del Museo di Nizza, molte di queste annotazioni riguardano anche vegetali raccolti durante la sua escursione sarda.

Barla, in occasione del suo viaggio in Sardegna, tra l’altro, ebbe modo di mettere a frutto le sue notevoli capacità artistiche, e di quel soggiorno, infatti, rimangono alcuni album di disegni relativi a costumi e vedute dell’isola.
Due di questi album, di proprietà di un collezionista, per complessive 119 illustrazioni, sono stati esposti nell’aprile 2010 a Cagliari.
Un terzo album, di mia proprietà, contiene circa 80 tra acquerelli e disegni.

Si tratta in massima parte di costumi isolani, ma vi sono anche vedute di Cagliari, di Alghero, di Villanova Monteleone, di Thiesi, alcune scene di vita (caccia al cinghiale, veglia funebre, ecc.) e alcune tavole dedicate ai nuraghi, con descrizioni storiche e archeologiche.

Dai dipinti di Barla emerge una visione della Sardegna quasi da “reporter”, con una attenzione profonda all’abbigliamento, agli usi e ai costumi locali. Sono tavole sempre molto particolareggiate, tipiche di chi, abituato a descrivere i dettagli minimi delle piante e dei fiori, applica la stessa tecnicha alle figure di persone e ai paesaggi.

Una documentazione inedita e importante, che permette di dare corpo e immagini a tutta la letteratura di viaggio dell’800 in Sardegna, a partire dal Viaggio di AlbertoLa Marmora, splendido nelle descrizioni, ma del tutto carente per la parte iconografica.

La Sardegna di Leo Neppi Modona

Nel 1971 la Editrice Sarda Fossataro di Cagliari pubblicò il volume “Viaggiatori in Sardegna”, curato da Leo Neppi Modona che, nel libro, aveva raccolto e ampliato una serie di suoi interventi trasmessi poco tempo prima dal Gazzettino Sardo. Neppi Modona, che aveva ricoperto l’incarico di docente di lingua francese presso l’Università di Cagliari, alla Sardegna era rimasto molto legato, tanto che quando morì nel1986, a soli 54 anni (era nato a Firenze nel 1932), la sua ricchissima biblioteca (oltre 8000 volumi) venne lasciata al comune di Cagliari, con la precisa indicazione di destinarla alla frazione di Pirri. 
Recentemente l’editore Aska di Firenze (2010) ha pubblicato il volume “Barbari nel secolo XX. Cronaca familiare (settembre 1938 – febbraio 1944)”, a cura di Caterina Del Vivo e Lionella Neppi Modona Viterbo, che raccoglie il diario, giorno per giorno, tenuto da Leo Neppi Modona dove, con occhi da bambino, ma con proprietà di linguaggio da adulto, descrive le atrocità e le persecuzioni a cui in quegli anni sono sottoposti gli ebrei a seguito dell’introduzione delle leggi razziali.

Il volume di Fossataro del 1971 parla della Sardegna così come l’hanno vista e raccontata decine di illustri visitatori, da Lawrence a Balzac, dai fratelli Alinari al padre gesuita Bresciani, ecc. Ma da quel libro mi piace estrarre la paginetta di prefazione scritta da Leo Neppi Modona che, nelle sue conclusioni, nonostante siano passati quarant’anni, appare di scottante attualità.

 ALLA SARDEGNA

La Sardegna è come un diamante dalle mille sfaccettature: ogni viaggiatore è venuto e ne ha osservato qualche aspetto, ha posto il diamante contro luce e ha preteso di vederne in breve tempo le virtù e i difetti. Ma ora è venuto il momento, ed anzi è il momento, perché domani sarà troppo tardi, che i Sardi prendano coscienza del valore della loro isola in ogni suo aspetto. Qui la vita è a una svolta: siamo ancora in grado di salvare questa meravigliosa isola. Lungo le nostre coste corrono i fili spinati, ma domani potrebbe correre il cemento armato. Noi forse siamo fortunati, perché a nessuno verrà in mente di costruire un ponte per unirci al continente, ma dobbiamo renderci conto di questa fortuna. Il ponte non c’è perché la Sardegna è un’isola, e deve restare un’isola, con qualcosa di diverso dal resto del mondo. Questo è appunto il vantaggio delle isole, che possono prender quel che vogliono dal continente e lasciare il resto, senza bisogno di elevare frontiere, purché sappiano difendere la loro peculiare natura. Se agiremo in questo senso, avremo ancora e sempre viaggiatori in Sardegna che sapranno apprezzarci, che troveranno presso di noi qualcosa di nuovo e di gustoso, come un frutto selvatico, se agiremo in questo senso, garantiremo a noi e ai nostri figli un angolo di pace e di severa tranquillità, se invece continueremo a dormire o a subire, saremo sempre di più un popolo colonizzato e cammineremo curvi e pazienti come i muli, per portare denaro fuori dall’isola a chi ci saprà sfruttare.

Leo Neppi Modona

La Sardegna di Giovanni Marradi

La rivista “Liburni Civitas”, pubblicata dal 1928 al 1942, presentava in ogni numero una rassegna delle attività municipali di Livorno, con ampi servizi sulla cultura della città.
Occorre sottolineare che, in considerazione del periodo storico in cui venne pubblicata, !Liburni Civitas” si mantenne abbastanza indipendente nella scelta dei contenuti e dei collaboratori.
Un articolo di Luigi Pescetti, stampato anche come estratto, pubblicato sul fascicolo III del 1934, è dedicato al poeta e scrittore livornese Giovanni Marradi (1852-1922) e al soggiorno di quest’ultimo in Sardegna.
Marradi, infatti, nel 1884 venne destinato all’insegnamento di lettere italiane nel liceo di Sassari.
La permanenza a Sassari durò solo alcuni mesi per concludersi con il trasferimento a Chieti che – come scrive il poeta – “non varrà più di Sassari, ma è sul continente”.

Marradi ritratto dal pittore Corrado Michelozzi

Dall’epistolario di Marradi del suo breve soggiorno sardo emergono, comunque, alcune interessanti notizie e informazioni che fanno rivivere l’ambiente di Sassari di fine ‘800.
Innanzitutto il trasferimento dello scrittore e della moglie da Livorno a Porto Torres non fu dei più tranquilli. Il viaggio durò oltre 20 giorni in quanto il piroscafo “Liguria” che li trasportava dovette sostare a Porto Santo Stefano, in Toscana, in quarantena. Durante la quarantena, Marradi apprese la notizia della morte del suocero e, quando arrivarono finalmente a Sassari, scoprirono che i loro effetti personali non avevano passato il vaglio dell’ufficiale sanitario di Porto Torres e quindi non erano stati sbarcati e rimandati a Livorno.
Marradi si insedia in città e scrive agli amici: “La città di Sassari è bella e brutta, perché sono come due città sovrapposte: Sassari alta, che è la città nuova, è bella, proprio bella, salubre e moderna; Sassari bassa, la città vecchia, è un affogatoio umido e nero. In nessuna città credo sia così forte ed enorme la differenza fra la parte vecchia e la parte nuova”.
Lui, come il preside e gli altri insegnanti del liceo, abita nella parte nuova: “Siamo in una strada larga proprio come una piazza, e da una parte prospettiamo una gran distesa di campagna”. Si lamenta solo del fatto che la casa ha troppa luce “perché non ci sono persiane … usano poco le persiane quaggiù”.
Marradi, anche per la sua intensa attività giornalistica, fu preceduto dalla sua fama, tanto che sottolinea come “de’ miei libri di versi, dacché son qua, ne sono state vendute parecchie dozzine. Insomma, sanno chi sono, e so anche che a far lezione incontro parecchio”. Ricorda poi l’ottima accoglienza ricevuta dalle autorità.“il Prefetto mi volle personalmente conoscere … mi parlò delle velleità politiche degli studenti sardi, che son tutti cospiratori, e della necessità per noi professori di non immischiarsene e opporcisi in tutti i modi possibili”.
Dopo alcuni giorni, comunque, nonostante le indicazioni del Prefetto Marradi esprime giudizi positivi sulla scuola: “Al Liceo – scrive – mi pare di andar bene. E, giorni sono, trovammo scritto sul muro della scuola: Viva il nostro poeta Marradi!”. Descrive gli alunni, “molto disciplinati e attenti in generale; e per questo lato, credevo peggio”.
E tra gli alunni bisogna annoverare lo studente Sebastiano Satta che riconobbe proprio all’insegnamento del “carducciano” Marradi l’impronta della sua formazione poetica.
Ma dopo i primi momenti, il soggiorno di Marradi a Sassari inizia a essere pesante e dalle sue lettere traspare lo sconforto e la malinconia di chi si trova a vivere “in rude contrasto con l’austera e primitiva bellezza dell’isola generosa”. Marradi soffre, soprattutto, per la mancanza di informazioni sul dibattito culturale e letterario che lo aveva visto protagonista in Toscana e a Firenze. Si lamenta con gli amici degli scarsi giornali che riesce a trovare a Sassari e quasi li implora di inviargli materiale da leggere: “Io sono in terra di Turchi e non vedo mai nulla, all’infuori di pochi giornali che leggo di tanto in tanto al caffè … Qua siamo fuori dal mondo assai più che a Pistoia, questa è proprio “la divisa dal mondo ultima Islanda” – scrive, citando un verso della Gerusalemme Liberata del Tasso –, e io non ne posso più”.
E la “liberazione” arrivò con il trasferimento a Chieti quando, esultando, può finalmente scrivere all’amico Chiarini: “Stupisci! Io sto per lasciare Sassari e la Sardegna … non saremo più isolati”.

Sassari in una stampa di fine '800

la Sardegna di Antonio Taramelli

 Del rapporto tra l’archeologo Antonio Taramelli (Udine, 14 novembre 1868 – Roma, 7 maggio 1939) e la Sardegna, credo sia stato scritto più o meno tutto.
Taramelli arrivò nell’isola nel 1903 e, ricoprendo incarichi diversi, vi rimase per oltre 30 anni.
Durante la sua permanenza girò la Sardegna in lungo e in largo, dando vita a innumerevoli campagne archeologiche (sempre documentate da pubblicazioni) e istituendo i musei di Cagliari e di Sassari, organizzando in maniera scientifica, storica e sistematica, il patrimonio archeologico dell’isola.
Nonostante lo stretto rapporto col regime fascista (fu membro dei Lincei e venne nominato Senatore del Regno), Taramelli fu uno studioso “controcorrente”, dedicando le sue ricerche a far emergere i fasti della civiltà nuragica, contrariamente alle logiche “imperiali” del fascismo che appoggiavano esclusivamente scavi archeologici tesi a dimostrare la grandezza della stirpe italica.
Sulla rivista “L’Albergo in Italia”, pubblicata dall’ENIT e dal Touring Club Italiano, nei numeri di maggio, giugno e luglio del 1930, compare un articolo di Taramelli che si discosta dalle sue ricerche archeologiche.
L’articolo, illustrato da vignette firmate “Claudius”, s’intitola “Gastronomia sarda” e parla diffusamente delle abitudini e tradizioni enogastronomiche dell’Isola che Taramelli dimostra di conoscere molto bene e di apprezzare.
Lo scritto, raccontato in forma di dialogo, prende spunto dal fortuito incontro sulla motonave “Olbia” diretta a Terranova, tra un turista “dall’aspetto di diplomatico in licenza”, e un “indigeno, severo nell’abito d’orbace”, dove “l’indigeno” si offre come guida per far scoprire al “continentale” le eccellenze gastronomiche dell’isola.
E così l’articolo diventa quasi una guida ante-litteram del movimento Slow food, con prodotti alimentari sardi e i vini, descritti con dovizia di particolari, per i gusti che sprigionano e per le zone tipiche di provenienza.
Si parla diffusamente della bontà delle verdure e delle produzioni orticole del Campidano, della Baronia, del Sassarese, si decantano i fagioli e fagiolini di Desulo, di Aritzo, di Tiana, le patate di Gavoi e di Ollolai: “Credo che se il celebre navigatore che importò in Europa le patate venisse a provare le nostre, cotte al forno, o meglio ancora unite in dolce connubio col capretto in stufato, sarebbe lieto di aver dato all’Europa il mezzo di sfuggire, saporitamente, alla livida carestia”.
Che dire poi di un certo distillato di ciliegie che “era un dono nuziale di primo ordine ed era donato dal Marchese di Laconi, come offerta feudale, per essere usato a sostenere le forze delle partorienti”.
Dei carciofini primaticci di dicembre di Bosa sembra di sentirne il profumo, ma anche il consiglio di provare i carciofi al forno con le erbe di timo, maggiorana e basilico, preparati dalle donne di Cagliari non è da trascurare. Taramelli esalta le pesche di Nuragus e della Planargia e invita qualche volonteroso industriale a investire nello sfruttamento dei frutti selvatici, abbondanti e deliziosi.
Nella descrizione delle carni la parte principale tocca ad agnelli e capretti, ma anche “l’immondo suino, giunto a maturazione dopo le salutari scorpacciate di ghiande … è un degno alimento delle mense sarde”.
La selvaggina è abbondantemente descritta, anche per quanto riguarda le tecniche di caccia. Cinghiale, muflone, pernici e altra cacciagione, sono ricordati per le loro caratteristiche culinarie.
Uguale riguardo è riservato ai pesci, descritti per il loro uso in cucina: muggini, anguille, molluschi e le “rinomate murene, che nei mari di Carloforte e di Oristano, avevano il privilegio di casta, dovendo essere consumate soltanto sulle tavole principesche e viceregali”.
Il capitolo pesci si conclude con il tonno e l’esaltazione della surra, il filetto in graticola o bollito con olio e limone.
Parlando di pane e pasta, Taramelli descrive il pane carasau, comune a tutta l’isola e il pane moddi di Tonara e Desulo. Parla poi della fregolina, “una cosettina fine fine, come pallini da caccia, e che sta alla pari di tutte le pastine Buitoni”. Parla dei malloreddus, da condire col pomodoro.
All’arte del pane e della pasta, Taramelli affianca la pasticceria e la sua gamma infinita di prodotti: i mustazzeddus di Oristano, l’aranciata di Nuoro, i torroni di Tonara, le zippulas del Campidano, ecc. La descrizione continua con i formaggi di cui sono esaltate le varietà e le qualità. Alcune considerazioni di Taramelli appaiono molto attuali: “In questo momento l’industria è in crisi. Tutti fanno formaggio nel mondo e quello di Sardegna, per non perdere i luoghi di smercio conquistati, deve abbassare il prezzo: ma restano alte, inflessibili, le affittanze dei pascoli e le … tasse statali, provinciali e comunali  e il pastore va in malora, vende il bestiame e torna alla terra madre a zappare come può e dove può”.
I vini sono ricordati con dovizia di dettagli per le diverse qualità e per le zone di produzione. Oliena, in primis, per quel vino introvabile perché destinato alle feste e alle nozze, “dall’abboccato dolce come di fragola”, La vernaccia di Oristano, eletto principe dei vini da dessert, e poi moscati del Campidano e il cannonao, “vino principesco”. E tra le bevande ci sono i liquori, “tutti traditori”, ad esclusione dell’abbardiente di pura grappa d’uva, tra cui quella del “Cixerri, che si fa nelle case della valle di Domusnovas, e che ha un valore antimalarico, antireumatico, straordinario”.
L’articolo di Taramelli finisce con la descrizione delle acque e, anche in questo caso, con l’esaltazione delle eccellenti acque minerali dell’isola.
Tutte le descrizioni, si svolgono sempre in forma di dialogo tra “indigeno” e “continentale”, con l’apparizione, ogni tanto, di altri “indigeni”, come la cugina “Maria Flores, delle parti di Baronia, che si è vestita nel costume antico per fare onore a lei, signor Turista”.
E la storia ha il lieto fine, scrive Taramelli, alcuni mesi dopo con l’arrivo di un austero e semplice cartoncino: “Marco Antonio Valli e Maria Flores, oggi sposi. Al turista continentale e alla bella di Baronia, complimenti”, conclude Taramelli.