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Giacomo Devoto a Cagliari

Giacomo Devoto (1897 – 1974), glottologo e linguista, scriveva: “La nostra vita è una successione ininterrotta di incontri: con maestri, con compagni. Ma a un certo momento gli incontri della mia vita hanno dovuto tener conto di un fatto nuovo che li influenzava, il fascismo. Venuto su nella convinzione cavouriana che le società degne sono quelle ispirate a libertà e democrazia, ho visto nel fascismo una parentesi, destinata a richiudersi con uno sforzo di volontà, così come nella negligenza e nell’abbandono si era aperta. Se l’immagine della parentesi chiusa, e cioè di un ritorno a una società ordinata corrisponda alla realtà, potrà dire solo l’avvenire”.
E “La Parentesi – Quasi un diario” è il titolo del volume che raccoglie alcuni scritti di Devoto sul prima e sul dopo del fascismo, con riflessioni sui luoghi e sui personaggi incontrati nel suo percorso di studi e di vita.
Nel libro Devoto dedica un capitolo alla Sardegna e a Cagliari in particolare, città dove ebbe modo di insegnare tra il 1928 e il 1929.
Racconta che arrivò in Sardegna, certamente non carico di entusiasmo, con una immagine dell’isola legata alle cronache del passato sul banditismo e ai fatti della prima guerra mondiale con l’eroica esaltazione della Brigata Sassari: “mi ritenevo vittima – scrive – di una sorte avversa, solo perché non mi era stato possibile evitare il noviziato sardo”.

Cagliari in una cartolina degli anni '20

Della Sardegna Devoto ha modo di conoscere e vedere poco, e quel poco è legato soprattutto a vicende e personaggi dell’ateneo cagliaritano: abita nel centro di Cagliari, frequenta l’università, ha contatti solo con alcuni colleghi professori dell’ateneo e poco più, “i miei orizzonti erano limitati ad una ristretta cerchia di persone”, afferma.
Tra i suoi ricordi scrive che, appena giunto a Cagliari, per i suoi trascorsi combattentistici durante la prima guerra mondiale, venne incaricato di commemorare nell’aula magna dell’Università, la morte del maresciallo Armando Diaz, avvenuta il 29 febbraio. Cosa che fece con una contrapposizione “non originalissima” tra l’operato di Cadorna e quello di Diaz.
Di quell’anno a Cagliari ricorda i colleghi docenti Adelchi Baratono, Giuseppe Toffanin e Bachisio Motzo che – scrive Devoto <<mi diede una definizione di alto interesse in fatto di temperamenti regionali. “Sai qual è la differenza fra sardi e napoletani?”. “Sono un piccolo agricoltore. Se faccio una osservazione al mio contadino napoletano, mi risponde magari con insolenza, ma il giorno dopo mi dice “buon giorno eccellenza”. Se faccio un’osservazione al contadino sardo, rimane silenzioso, e poi aggiunge “mi ricorderò quello che m’ha detto”>>.
Per quanto breve, Devoto ricorda la sua permanenza a Cagliari come una fase “civile e fervida” che rimarrà viva per tutta la sua carriera di docente anche a Firenze, Padova e ancora Firenze dove insegnò dal 1935 al 1967. Tra le tante benemerenze, Devoto può annoverare anche la presidenza dell’Accademia della Crusca che, durante la sua reggenza (1964/1972) riprese i lavori lessicografici, interrotti nel 1923. Grazie a Lui la Crusca ottenne in concessione dal Demanio la villa medicea di Castello che, restaurata, nel 1972 accolse i servizi e quelli dell’Opera del Vocabolario. In quel periodo, inoltre, la Crusca ottenne una nuova legge di finanziamento e varò un nuovo statuto che sancì la creazione di altri due centri di studi ( lessicografia e grammatica italiana) affiancati al preesistente Centro di Studi di filologia. Altri tempi, vien da dire, rispetto all’abbandono e alle misere elemosine lesinate oggi alla Crusca e alle altre istituzioni culturali fiorentine!!

La Sardegna di Mario Soldati

Il vino è qualcosa che vive e che fa parte della nostra vita, raccontarlo vuol dire parlare di noi, di persone e di paesaggi”. Questo scriveva Mario Soldati (1906 – 1999), e con questo spirito lo scrittore, nel 1975, affrontò il suo viaggio in Sardegna.

"Vino al vino" edizione Oscar Mondadori 1981 con i disegni di Francesco Tabusso

L’occasione gli fu data dal fatto che in quell’anno Soldati inizio il suo terzo viaggio alla scoperta dei vini italiani. I primi due viaggi avevano dato vita ad altrettanti volumi pubblicati con il titolo di “Vino al vino” rispettivamente nel 1969 e nel 1971.
Il terzo viaggio iniziò appunto con la Sardegna: “In quest’isola di gente dura, seria, dignitosa dovevo fermarmi solo pochi giorni, e invece rimarrò un mese”, scrisse Soldati.
E fu un mese intenso, alla scoperta dei vini, della Sardegna e dei sardi, facendosi accompagnare dagli scritti di Lawrence e, per i vini, dai consigli di Veronelli.
Il resoconto, oltre che nel terzo volume di “Vino al vino” (pubblicato nel 1975), apparve sotto forma di articolo anche sul numero 1359 della rivista “Epoca” del 20 ottobre 1976.
In dodici pagine di testo, con le foto di Giorgio Lotti, Soldati percorre strade, scopre vitigni, degusta vini, conosce persone. Annota e descrive tutto con la dovizia di dettagli tipica del grande cronista.

Soldati a Saccargia in una foto di Giorgio Lotti

Alcuni passi del suo viaggio sono veri e propri pezzi di bravura narrativa, come quando racconta del suo vagare per Sassari, una domenica mattina, alla ricerca di un barbiere aperto, o quando descrive la “Disneyland isolana” chiamata Costa Smeralda, o quando ancora entra nei dettagli del pranzo consumato a “Su Gologone” presso Oliena, oppure quando ricorda la ragazza del passaggio a livello di Bortigali, “Lucidi capelli neri. Un visetto da capra. Sottili gambe lunghe” .
Ma il meglio di se Soldati lo da quando parla dei vini: i tanti vini artigianali, che lo colpiscono per la varietà di gusti e di nomi (“Se esiste un vino che è vero soltanto quando non ha etichetta e quando non ha nome, è dunque il vino sardo”), la “luminosa” Malvasia di Bosa, la Vernaccia di San Vero Milis dal profumo deciso e intenso.
E parlando della Vernaccia, Soldati spiega il senso di armonia e di equilibrio legato al vino: “Un bicchiere di vino buono deve sempre dare una sensazione naturale di piacere, che eviti quell’urto, che escluda da parte nostra quello sforzo per superare, al primo contato con le papille gustative, come uno scalino.
Se l’acqua, infatti, è una roccia liquida filtrata attraverso strati di rocce solide benché terrose, il vino non è che acqua successivamente filtrata attraverso tessuti vegetali e viventi. Il vino è dunque un’acqua vivente, e un bicchiere di vino buono deve sempre assomigliare un po’ a un bicchiere d’acqua. Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere”.
Molti giudizi di Soldati sono alquanto critici per l’eccessiva “industrializzazione” del prodotto che rischia di far perdere quel carattere di unicità che distingue la singola annata e, addirittura, la singola bottiglia. Sono giudizi che in Sardegna Soldati riserva ad alcune cantine sociali, sempre nella convinzione che “nel vino, come nella cucina, può succedere che il parere di una persona sola sia più giusto del parere di milioni di persone”.
E dopo un mese di vagare, Soldati lascia “la Sardegna, con i suoi spazi immensi e deserti, con i suoi altipiani rocciosi e tutti insieme sollevati in massa sul mare”. Una Sardegna che non esita a definire “pittorica” per l’assenza assoluta del pittoresco.
Una Sardegna che lascia con il rimpianto di non aver potuto visitare Carloforte e gustare i suoi vini, “ma proprio queste rinunce – scrive – , queste attese di un ritorno, questi desideri di scoprire ancora, si depositano nell’animo e innamorano di un paese”.

 Per chi volesse “viaggiare” nei vini italiani, l’ultima edizione di “Vino al vino”, che raccoglie i tre viaggi di Mario Soldati, è stata edita da Mondadori nella collana “Oscar grandi classici”, nel 2006. In questa edizione da leggere anche l’introduzione di Domenico Scarpa che traccia una “maestosa” figura di Mario Soldati e della sua opera.

La Sardegna di Costantino Nivola

Nel 1952 Costantino Nivola rientra per la prima volta in Sardegna dopo la fuga negli USA per evitare le persecuzioni del fascismo a seguito delle leggi razziali.
Nivola percorre in lungo e in largo l’isola con l’incarico di realizzare una serie di illustrazioni per documentare la lotta contro la malaria condotta dall’ERLAAS (Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna), un ente che godeva dei finanziamenti della Fondazione Rockefeller.
L’articolo (anonimo) dal titolo “DDT in Sardinia” e i gli acquerelli di Nivola vennero pubblicati sul numero di Marzo del 1953 della rivista “Fortune” che, tra l’altro, ha la particolarità di avere la copertina illustrata da Giovanni Pintori, grafico dell’Olivetti e grande amico di Nivola.
Il lavoro di Nivola diventa un vero e proprio reportage costituito da 21 illustrazioni dove l’artista si sofferma sui tratti salienti della lotta alle zanzare, senza trascurare di documentare caratteristiche e dettagli della vita quotidiana in Sardegna.
Una testimonianza che, ancora una volta, dimostra il profondo legame di Nivola con la Sardegna e che, nella serie delle immagini, si dipana come un film: quasi un susseguirsi di fotogrammi che hanno senso compiuto di testimonianza anche senza l’ausilio del testo o delle didascalie.
Uno spaccato interessantissimo che testimonia delle condizioni in cui versava la Sardegna nell’immediato dopoguerra, di come potevano essere le strade o le abitazioni, di quali erano gli usi e i costumi: il carro della prima figura, la venditrice di “testine d’agnello”, le bancarelle della festa, il pastore che prepara il formaggio, l’interno delle povere case, le donne che filano, il pianto per il figlio morto, il banditore (chiaramente riferito a Orani, con lo sfondo del Monte Gonare, che sembra quasi la foto del banditore fatta da Bavagnoli per la mostra di Nivola del ’58 a Orani), il brulicare del porto di Cagliari.
E poi i dettagli della lotta alla malaria, perfetti nella loro estrema sintesi, comprensibili ai più e molto più efficaci di qualsiasi spiegazione tecnica o accademica.
L’articolo spiega in dettaglio quanto fatto in Sardegna e quanto l’azione sia stata incisiva per la tempestività con cui venne condotta, anche se, come conclude l’anonimo estensore, “Con la sconfitta della malaria, che è stato definito come il più grande evento nella storia della Sardegna, i Sardi sperano che sia stata aperta la strada allo sviluppo delle risorse agricole e minerarie. Ma i processi dei politici e della società si muovono a un ritmo ben più lento che la campagna anti malarica. Gli italiani solo ora cominciano a fare studi approfonditi sulle loro possibilità economiche. Le speranze dei Sardi non potranno diventare realtà prima che questi processi siano sviluppati e messi in pratica”.
Ed eccoli gli acquerelli di Nivola, riprodotti con le loro didascalie originali.

Figura 1
Una bandiera gialla e rossa identifica questa casa di un pastore nelle montagne sarde come un ufficio di distretto nella recente campagna contro le zanzare portatrici della malaria, conclusa con successo. Dopo quattro anni e mezzo la zanzara è stata sconfitta, e l’isola liberata da un’antica piaga.

 

Figura 2
Le caverne e le costruzioni della preistorica civiltà nuragica simboleggiano ancora l’indipendenza e l’orgoglio dei Sardi.

 Figura 3
Villaggio pietroso tra le montagne.

 

 

 

Figura 4
Venditori di dolci a una festa.

 

 

Figura 5
Le testine di pecora costituiscono parte dell’alimentazione.

 

Figura 6
L’interno di una casa di pastori, con il forno e il caminetto; i letti sono fatti con stuoie sparse sul pavimento.

 

  

Figura 7
Il formaggio è prodotto nelle capanne dei pastori.

 

 

Figura 8
Le donne vegliano sedute un moribondo disteso sul pavimento, vittima della malaria.

 

Figura 9
Dopo la morte l’emozione è forte, e le donne cantano il lamento funebre.

 

 

 Figura 10
La lotta alla malaria è arrivata troppo tardi, le vedove vestono in bianco e nero.

 Figura 11
Il banditore del villaggio annuncia l’inizio della campagna anti malarica

 

Figura 12
Le paludi sono state bonificate e disinfestate.

 

 

Figura 13
Gli esemplari di larve sono trasferiti dalle acque infestate a ciottole fissate a lunghi pali.

Figura 14
È stata un’ardua impresa trovare i siti di deposizione delle uova.

Figura 15
Dopo la campagna, i disoccupati sono tornati nelle piazze.

Figura 16
Ogni strada e ogni vicoletto sono stati trattati con lo spray.

 

Figura 17
Cimici e pulci sono state eliminate

 

Figura 18
Ogni casa trattata col DDT è stata segnata con la data della disinfestazione.

 

Figura 19
Anche gli asinelli sono stati spruzzati di DDT.

Figura 20
Il mercato del pesce a Cagliari, la capitale.

 

Figura 21 – Cagliari, al sud, è la città più grande (130.000 abitanti) e il maggior porto della Sardegna.

 

 

 

La Sardegna di Carlo Levi

Spinto dalla sua personale ricerca e scoperta del Sud, tra il 1951 e il 1952 Carlo Levi (1902-1975) compì un viaggio in Calabria, da Melissa alla Sila, accompagnato da Rocco Scotellaro, visitò la Sicilia e, per la prima volta, approdò in Sardegna.
La cronaca di questo primo viaggio in Sardegna venne pubblicata in due puntate su L’Illustrazione Italiana, nei numeri 6 e 7 di giugno e luglio del 1952, accompagnata da numerose foto scattate da Federico Patellani e dallo stesso Levi.
Nel suo viaggiare, Levi trova una Sardegna caratterizzata da differenti modi di vita che convivono, uno vicino all’altro: “Una civiltà di pastori si trasforma in parte in una civiltà contadina, tra lotte e contrasti continui, e sorgono centri operai, come isole in un deserto, e se ne sente il peso e l’influenza sul costume”.

Carlo Levi, “Autoritratto”, 1945, olio su tela, cm 42x34, Roma, Fondazione Carlo Levi

Cagliari è ancora profondamente ferita dai bombardamenti della guerra e Levi rimane colpito dalla moltitudine di persone che popolano le “grotte” di S.Avendrace e i cunicoli del teatro romano; centinai di uomini, donne e bambini “…rintanate nei buchi, nei cubicoli attorno alla platea, in ogni incavo di quella sassosa e solenne meraviglia”.
A Carbonia Levi è sorpreso da “quel fervore di libertà e di affermazione della persona umana … dove in pochi anni si è creato da un gruppo raccogliticcio di braccianti disoccupati e di contadini uno scelto proletariato industriale moderno..”.
Sono osservazioni in linea con il tema del riscatto del Sud, del crescere e progredire delle masse contadine, tanto caro a Levi e che sempre caratterizzerà i suoi scritti e la sua opera pittorica.
Levi viaggia nel sud della Sardegna disegnando e descrivendo figure e paesaggi, sottolineando con attenzione dettagli non sempre evidenti: “A Teulada le donne sono bellissime e selvatiche, e voltano la schiena con un rapido giro che fa oscillare le lunghe sottane…” “A Giba ci vengono incontro in bicicletta delle donne in costume: strana visione nella pianura assolata” .
L’articolo si chiude con Levi che lascia il Campidano per avviarsi verso il Gennargentu: “… le solitudini coperte di asfodeli della montagna, e Aritzo e Tonara e Nuoro, verso la misteriosa Sardegna di Orgosolo, di Oliena di Orune, dei paesi di pastori, che mi parevano ancora avvolti in un’ombra lontanissima”.
E quella Sardegna sarà meta del secondo viaggio di Carlo Levi nell’isola, nel 1962. Un viaggio che darà vita al volume “Tutto il miele è finito”, pubblicato da Einaudi nel 1964.
Il libro, che prende il titolo da un canto funebre dove la madre piange il figlio assassinato, paragonandolo al miele che non c’è più, descrive luoghi e volti dell’interno: Nuoro, Orgosolo e Orune in particolare, a cui è dedicato anche il dipinto in copertina. “Orune – scrive Levi – è per me uno dei luoghi della fantasia e della memoria; forse per il suono del suo nome, forse perché l’ho tenuta nella mia casa per anni nella sua forma di uccello, di snella, selvatica carroga dai neri occhi lucenti, con cui avevo finito, in qualche modo, per identificare quel paese, quei monti, quel vento d’aprile, e la cucina vecchia, nera di antico fumo, e gli attitos, e le poesie, e i balli sardi, e i pastori, e i ladri di pecore, e i latitanti di un mondo archeologico e presente”.
Una descrizione “barbarica e fiabesca”, come ebbe a scrivere Franco Antonicelli a proposito del libro di Levi, ma comunque vera, che con spaccati di vita reale, quasi da cronaca in diretta, entra nel merito di problemi quotidiani e sociali della comunità, completando e integrando quella visione di Orune “sul cocuzzolo grigio di una vetta di granito” descritta da Grazia Deledda in “Colombi e sparvieri”.
Uno stile narrativo che permea tutto il libro di Levi, rendendolo una delle più belle testimonianze sulla terra sarda: “una Sardegna di pietre e di pastori, e di uomini moderni e vivi”.

P.s.: Chi volesse leggere la bellissima storia della cornacchia “Orune” che Carlo Levi dalla Sardegna si portò a Torino, può farlo consultando il volume “Le ragioni dei topi. Storie di animali”, Donzelli Editore, 2004

La Sardegna di Massimo Bontempelli

Nel 1930 Massimo Bontempelli (1878-1960) pubblicò il volume “Stato di grazia”, edito dalla casa editrice Stock di Roma in una edizione quasi limitata, con diffusione riservata a pochi amici.
Qualche anno dopo, per le edizioni “Panorama” di Milano, pubblica “Pezzi di mondo”, una raccolta di pagine di viaggio dove compare un capitolo, datato 1931, dedicato alla Barbagia. Il volume è del dicembre 1935, ha la copertina in carta paglia e, come si legge nella copertina posteriore, risulta “stampato in Italia nel tempo dell’assedio economico”.
Nel 1942 l’Editore Sansoni di Firenze, sotto il titolo “Stato di grazia” ristampa i due testi in un unico volume.

Nelle sette pagine dedicate alla Barbagia, Bontempelli racconta del suo viaggio a cavallo per i paesi dell’interno: “Sopra uno di questi lenti cavalli, avvolto dall’odore della volpe e dall’odore della capra, ho girato tutta la Barbagia di Ollolai, facendo centro a Orgosolo, spingendomi per strade e viottoli fino a Mamoiada fino a Fonni fino a Oliena fino a Gavoi; e per le calde vigne di Locoe, e nel vallone di Sorasi; su per l’altipiano di Sant’Antioco; verso le falde prime del Gennargentu”.

Da sinistra Vincenzo Cardarelli, Massimo Bontempelli, e Alberto Savinio in una foto del 1920

Nel suo vagare lo scrittore è attratto da un aspetto “geologico” che tutto riconduce, anche gli esseri umani, alle pietre e all’arido terreno.
Di tratto in tratto m’assale il dubbio che tutta questa terra sia intimamente cosciente del suo aspetto di vasta desolazione, che vi sia in tutto questo una affettazione di sterilità. Certo qui domina uno spirito geologico, geologici documenti appaiono anche i rari uomini, che colorati dai riflessi dello stinco bruciato, lenti movono su lontani pendii. Ma ogni tanto un ontano inchioda alla roccia il filo curioso d’una sorgente; in fondo alle valli strisce argentee o tremule di pioppi segnalano e disegnano il tenue corso di un’acqua.
Sotto i macchioni segreti s’agita e silenziosa corre una fauna rigogliosissima di quadrupedi rapidi e di pomposi uccelli. Li ho visti muoversi e vivere e di mala morte morire. Ma nell’occhio l’anima si manteneva in una sorda immobilità. Ho capito allora che tutti son nati di pietra. Gli uccelli volano bassi schiacciati al suolo dalle nuvole dure e dal peso del loro corpo. I falchi spingono avanti inutilmente il petto di peperino lucido, le abbaiole par che debbano perdere nel vento le ali di malachite: voli innumerevoli di storni tratti chi sa come dal basalto intagliabile; e perfino le gazze e i passeri, tutto è nato di pietra, colorata pietra e ben tornita e morbida ma greve. Pietra è il loro cuore e l’occhio. Non si spaventano, nell’agonia non gemono; colpiti muovono sempre più lento le ali e le restringono, e tutto il corpo cosi rattrappiscono piano piano, fino a perdere la forma animale, diventare un ciottolo. A tenerli in mano morti non danno angoscia; ma fa ribrezzo toccarli vivi, come farebbe un animale meccanico”.
In questo suo vagare per una terra dove “Tutti gli animali, uomini e donne compresi, e la terra e l’aria e tutte le cose e i loro movimenti, mandano un ardente odore di capra”, Bontempelli continua la sua disamina che mette sullo stesso piano bestie e uomini: “Poi ci sono i cavalli, gli asini, le capre, i maiali, le pecore, i cani. Sono impastati di terra e sassi, in modo grossolano e primitivo, pieni di poesia e bellezza. Sono magri, sudici, annosi e sterili. L’aspetto della sterilità avvolge la Barbagia fino nelle sue donne. Le quali sono tenuissime e pallide e difese dalle sette gonnelle sovrapposte, come vuole il costume”.
La descrizione si sofferma sul costume e le donne che lo indossano, “nero con la camicia bianca chiusa sul petto”, assumono l’eleganza delle rondini.

Costumi della Barbagia in una cartolina degli anni '20

Bontempelli confessa poi che “Qui in Sardegna, o almeno qui in Barbagia, mi accade per la prima volta che il costume regionale e tradizionale non mi dia l’intenso fastidio che tali costumi m’han dato sempre e dappertutto, da Capri alle isole dello Zuidersee. Perché qui esso non è diventato folclore, lo portano in piena sincerità, non sanno che è costume”.
Lo scrittore racconta di aver avuto “l’allucinante certezza” di trovarsi in una scena da Odissea entrando in uno “stazzu” del Supramonte: “un gran fuoco di legna è in terra nel mezzo, sulle prime ti par d’essere piuttosto in una rudimentale fucina che in una cucina. Da quel centro di vulcano il fumo con una nobile spirale girando va a uscire per varii buchi del tetto. Presso il fuoco un vecchio di ottant’anni in costume seduto in terra sta facendo cuocere un quarto di porco. Lo regge infilato in un lungo stecco di durissimo legno, e cosi lo gira pianamente entro il caldo del fuoco; ora lo avvicina ora lo discosta, tiene più a lungo presso la brace le parti più muscolose e solide, allontana invece le parti grasse onde loro non giungano del gran calore se non attenuate carezze: alterna in tal modo e varia di continuo il viaggio della carne tra le zone del calore con una serie di accortezze secolari. Mangiando poi di quel porco ho capito per la prima volta il peccato della gola; anche ho capito che l’arte cucinaria, esattamente come la poesia, nasce perfetta all’origine e non può nulla imparare dalla esperienza dei secoli”.
Prima di rimontare a cavallo Bontempelli domanda a uno di questi vecchi: “Hai mai visto il mare?”. La risposta è lapidaria: “Neppure Mamoiada vidi. Ma il mare un fiume terribile è. Dalle cime di sasso onde stiamo per allontanarci, tutt’intorno dilaga la terra arida. Lui la guarda e senza sorridere dice: “Terra sicura”.
E lo scrittore si avvia su quella “terra sicura”, verso valle dove dominano gli aromi del serpillo e del timo, lasciando alle cime del Supramonte e ai suoi abitanti di pietra, “l’universale odore della capra”.

La Sardegna di Nino Savarese

Nino Savarese, scrittore siciliano nato nel 1882 ad Enna, quando ancora la città si chiamava Castrogiovanni, e morto a Roma nel 1945, è una di quelle figure intellettuali che nel primo 900, e poi durante il fascismo, hanno rappresentato un modo diverso di far cultura, con una particolare attenzione ai movimenti d’avanguardia che puntavano a rinnovare la narrativa italiana, reagendo al positivismo in filosofia e al dannunzianesimo in letteratura.
Nel 1940 Savarese pubblicò “Cose d’Italia”, una raccolta di articoli e osservazioni di costume già apparsi sulla Gazzetta del Popolo dove un intero capitolo è dedicato alla Sardegna.
Il volume nella prima edizione fu pubblicato dall’editore Parenti di Firenze in sole 305 copie numerate, e riportava all’antiporta anche un ritratto di Savarese realizzato da Guttuso.
Nel 1943 il volume viene ristampato dall’editore Tumminelli e, con l’aggiunta di un nuovo capitolo, diventa “Cose d’Italia: con l’aggiunta di Alcune cose di Francia”.
Al 1991 risale l’ultima edizione di Sellerio, curata da Salvatore S. Nigro e con una nota di Enrico Falqui.

Il capitolo di “Cose d’Italia” dedicato alla Sardegna ci mostra un Savarese attento a raccontare aspetti segreti o poco noti della terra sarda, “..un lembo di terra ancora umido di una freschezza verginale”, resi in forma essenziale dal taglio giornalistico della narrazione.
In tale narrazione Savarese, che intuisce i cambiamenti che stanno per investire l’isola, evidenzia una forte preoccupazione che, riletta con il senno del poi, si rivela premonitrice di una situazione ancora oggi molto attuale:

“Il nostro illuso desiderio vorrebbe che su questa regione l’opera dell’uomo scendesse con un senso armonioso e discreto: che questa terra potesse illuminarsi della gentilezza del lavoro senza patirne gli eccessi; che gli uomini trionfassero della natura senza ucciderne la poesia.
Ma essi non saranno capaci di fermarsi in tempo. Gli ideali dei banditori del progresso non si fermano al risanamento delle paludi, alla viabilità ed al sapiente ed armonico sfruttamento della terra: non vogliono il benessere, hanno l’ingenuità di mirare alla felicità. Vogliono che anche la Sardegna diventi un paese insignificante.
Solo quando scomparirà questa umiliante pastorizia, e i Campidani saranno trasformati in serre ed aiuole per la coltivazione delle primizie e dei fiori artificialmente incrociati; quando tutti questi asinelli saranno rimpiazzati da altrettante macchinette da far rotolare per i sentieri e le scorciatoie di questi monti solitari; e i mille e mille nuraghi fumeranno nella fabbricazione degli oggetti più inutili; quando invece di fabbricar formaggi, e tessere tele di lino e panni di lana schietta, anche nella Gallura e nella Barbagia sorgeranno fabbriche di cotonine e di tele stampate; quando ai balconcini di Désulo o di Fonni le ringhierine di ginepro tornito saranno finalmente sostituite da due pilastrini di cemento armato; quando tutti questi vecchi patriarchi dalle barbe severe e i visi sereni saranno fatti sgombrare dalle piazzette, e rinchiusi in lunghe gabbie con un numero appeso al collo; quando sul colore dei costumi, così vari e lavorati, passerà il pennellone della tinta unita che ci farà riposare gli occhi; quando gli innumerevoli branchi dei mufloni, dei daini, dei cinghiali che popolano questi boschi, inseguiti da un esercito di macchine attraverso le quaranta miglia del Campidano, saranno buttati nel mare, verso il golfo di Lione; e gli inconvenienti del carattere di questi uomini scontrosi ed inflessibili, che hanno bisogno di schiettezza, di giustizia e di libertà, saranno curati con gli unguenti della dissimulazione e della perfida raffinatezza sociale, solo allora quei tali fautori del progresso dichiareranno risolti tutti i problemi della Sardegna!”

Il principe romano e la Madonna di Bonaria

Quando il principe Baldassarre Odescalchi decise di fare una gita a Cagliari, eravamo alla fine dell’800 e il resoconto di tale gita si trova pubblicato nel volumetto “Impressioni di storia e d’arte”, edito dalla Casa Editrice Edoardo Perino di Roma nel 1896.
Gli appunti di viaggio vennero redatti da Odescalchi ad uso del signor Decio Cortesi, uno degli editori del Fanfulla della domenica, giornale che veniva stampato nella Capitale e che ogni tanto si occupava di cose “esotiche”, come poteva essere la cronaca di un viaggio in Sardegna.
Il resoconto della “gita” a Cagliari occupa una trentina di pagine del volumetto (che raccoglie anche altri scritti non sardi) e parte dal momento dello sbarco a Golfo Aranci: “un molo ed un poco più in su la stazione della ferrovia; edificio solitario in mezzo a tanta desolazione della natura”.
E qui iniziano subito i “ritmi” sardi: “il treno, partito dal golfo, dopo tre o quattro minuti, arriva alla stazione, e li si ferma per quaranta minuti”. E avanti così, “a passo di lumaca, in dodici ore si arriva a Cagliari”.
Un impatto non certo degno della “modernità” del ‘900 che si avvicina e sicuramente non degno al rango del principe. Ma così è, e bisogna adattarsi!!
Una volta a Cagliari Odescalchi non osa addentrarsi nell’interno, rimandando a periodi più favorevoli, a causa del “caldo veramente tropicale e della malaria che infieriva in questa stagione”, e decide, pertanto, di dedicarsi alla scoperta di “una città di circa quarantamila abitanti, posta in un luogo elevato in mezzo ad un bellissimo paesaggio”.

Cagliari in un acquerello del 1912 di Louise Radigois

Visita il museo archeologico e lo descrive con dovizia di particolari, soffermandosi anche su un grande modello di nuraghe in sughero “che, aprendosi per mezzo, rende visibile tutta la costruzione interna del monumento”, e affermando come sia “curioso notare che questa, oggi preziosa raccolta, ebbe origine con un dono di oggetti falsi fatto dal La Marmora”.
La visita continua con la chiesa di Santa Cecilia, cattedrale di Cagliari, che Odescalchi descrive per gli aspetti storici, artistici e per i tesori sacri ivi posseduti: “In questo tesoro si conserva ancora un trittico dipinto, nel cui centro è la Vergine col Cristo deposto dalla croce, e su gli sportelli Sant’Anna e Santa Margherita. Raccontano che questo prezioso dipinto appartenesse al Papa Clemente VII che, lo teneva carissimo nelle sue stanze private, e che, nel sacco di Roma, venisse rubato da un soldato sardo, il quale poi pentitosi, e confessato il suo peccato, ebbe ordine dal Pontefice di darlo alla cattedrale di Cagliari”.

L'anfiteatro di Cagliari in un disegno di J.B.Barla del 1841

Ode scalchi continua il suo tour visitando l’anfiteatro romano, “tagliato nella roccia sul declivio d’un colle in prossimità del mare”, e spingendosi sino alle saline, “che sono le più importanti d’Italia”. 

Acquerello di J.B.Barla del 1841

A Quartu la gita assume carattere etnico e il principe assiste alla vestizione di una ragazza con il ricchissimo costume “tutto di velluto e broccato, e sopracarico di ornamenti in oro, collane, pendoli, grandi orecchini in filigrana, con le dita coperte di anelli sino all’ultima falange”; antesignano della globalizzazione, Odescalchi sottolinea che i costumi tradizionali stanno pian piano scomparendo e che “fra breve i grandi magazzini avranno portato ad assoluta uguaglianza il vestire di tutto il genere umano”.
L’ultimo giorno del soggiorno cagliaritano, il principe lo dedica alla visita della Basilica della Vergine di Bonaria. Anche in questo caso ne traccia la storia e descrive la struttura e i suoi tesori artistici, soffermandosi sulla descrizione dei numerosi ex-voto conservati nella chiesa.
Si addentra poi in una “spinosa” disquisizione dove, in generale, critica la mancanza di studi seriamente scientifici sulle tante immagini sacre conservate nei vari santuari d’Italia, per poi affermare, senza tema di smentita, a proposito della statua lignea della Madonna di Bonaria, che si tratta di una scultura spagnola della fine del ‘500 o primi del ‘600. Questo contrariamente a quanto affermato dalla leggenda, che vuole la scultura restituita dal mare, a seguito del naufragio di una nave, nell’anno 1370. “Ora dunque – afferma Odescalchi – o la nave non è qui approdata nel secolo decimo quarto, ma invece nel decimo sesto, o al principio del decimo settimo, oppure quella statua non è più la primitiva”.
Concludendo il suo ragionamento il principe afferma che “per quel che ho detto, se stessi ancora in Cagliari, i miei buoni amici di colà sarebbero capaci di lapidarmi”.
Ma il principe non è più in Sardegna: è già ripartito. Stavolta, però, direttamente da Cagliari con il piroscafo diretto a Napoli, in modo da evitare, anche al ritorno, quelle insopportabili 12 ore di treno.

Gonare: quando alla festa s’andava a cavallo

La “Piccola collezione Margherita” è una collana di libriccini (cm 7,5 x 24,5) pubblicata dall’Editore Enrico Voghera di Roma ai primi del ‘900.
Della collana fa parte anche il volume “Sardegna leggendaria” scritto da Stanis Manca e pubblicato nel 1910. Il libriccino, come riporta il sottotitolo, raccoglie “vecchie cronache ed antiche escursioni” dell’Autore, critico e giornalista, nato a Sassari nel 1865 e morto a Milano nel 1916, che dal 1898 al 1913 curò ininterrottamente una rubrica di recensioni teatrali sulla Tribuna di Roma.
Il volume, che esiste anche in una ristampa anastatica del 1989, curata dalla GIA Editrice di Capoterra,  tra i vari capitoli, ne dedica uno alla festa di Gonare.
Leggere come cent’anni fa era vissuta la festa è abbastanza divertente. Innanzitutto ci si rende conto, ad esempio, di come era difficoltoso affrontare distanze che oggi, in auto, si percorrono in 30 minuti. Scrive, infatti, Manca: “L’itinerario che si doveva seguire era questo. Andare da Nuoro ad Onniferi – una stazione di campagna – in ferrovia, di là prendere la carrozza che porta al villaggio d’Orani, dove avremmo pranzato. Quindi a cavallo ci dovevamo recare ad un altro villaggio, a Sarule, dove avremmo pernottato, ed infine, all’alba dell’indomani, sempre a cavallo, dovevamo ascendere la montagna di Gonari – meta della nostra gita – per arrivare sulla sua cima dove, attorno ad una chiesetta, si celebrava una delle feste più attraenti della regione.”
Manca si sofferma sulla storia del santuario e sulla sua fondazione da parte di Gonario di Torres. Continua poi descrivendo la moltitudine di persone accorse per la festa: “centinaia e centinaia di cavalli erano legati ai tronchi degli alberi, presso cui tranquillamente pascolavano, e sopra la spianata si stendeva un vero accampamento orientale con capanne improvvisate, casuccie mezzo diroccate, perché costruite chissà quanti anni prima, e baracche di venditori di ogni genere e specie”. E ancora: “Mentre salivamo a visitare la chiesetta, le donne che ci precedevano camminando per lo stretto e ripido viottolo che mena al tempio, formavano sul verde della montagna – coi loro sfarzosi costumi di gala – delle curiose macchie di rosso e di giallo, quasi fossero enormi rosolacci o girasoli”.
Manca conclude la sua cronaca raccontando quello che, a suo dire, è il vero motivo della festa: “…ebbe principio l’immane pasto, che durò parecchie ore, protraendosi tra le giocose canzoni, che s’intramezzavano tra una portata e l’altra. Questa è la vera solennità di Gonari; un inno al palato ed all’estetica; un succolento pranzo innaffiato da vini generosi, con un panorama magnifico innanzi agli occhi; e nient’altro”.
L’avvenimento non ha forse più il fascino di un tempo, ma se qualcuno a voglia di provare “in diretta” l’ebbrezza della festa sul Monte Gonare, ha due occasioni: il 25 marzo, quando durante “sa esta e vintichimbe” viene distribuito il pane benedetto a tutti i pellegrini, oppure l’8 settembre quando si celebra la festa vera e propria con tanto di novena religiosa che, nei giorni precedenti, richiama centinaia di persone nel piazzale delle cumbessias e nel santuario.

Gonare in un mio acquerello del 1999

Una crociera in Sardegna

Nel 1932 la rivista L’Italia Letteraria organizzò una “crociera” che, per dieci giorni, visitò la Sardegna. Al viaggio era abbinato un concorso che prevedeva un premio per il miglior resoconto del viaggio stesso. Alla fine la giuria, di cui faceva parte anche Grazia Deledda, assegnò il primo premio a pari merito a Virgilio Lilli, allora venticinquenne, e a Elio Vittorini, di un anno più giovane.
Vittorini riprese e rimaneggiò il suo scritto facendolo diventare quello splendido libro, pubblicato nel 1936 dall’editore Parenti di Firenze come capitolo del volume Nei Morlacchi – viaggio in Sardegna, destinato a diventare Sardegna come un’infanzia (Mondadori, Milano, 1952.
Il lavoro di Vittorio Lilli, invece, fu pubblicato semplicemente in forma di articolo, su L’Italia Letteraria.
Per vedere la luce come libro, il diario di Lilli ha dovuto aspettare quasi settant’anni visto che è stato pubblicato solo nel 1999 dall’editore Carlo Delfino di Sassari che,“riscoprendo” questo inedito, ha contribuito ad aggiungere un ulteriore tassello a quella “scoperta della Sardegna” che dura ormai da due secoli e che non accenna a finire.
L’opera, con una presentazione di Gabriella Contini e uno scritto di Manlio Brigaglia che traccia la storia del concorso e del viaggio, è completata da uno scritto di Giuseppe Fiori che si sofferma sulla figura di Virgilio Lilli come giornalista e scrittore.
Il Viaggio in Sardegna, questo il titolo del libro di Lilli, non ha la pretesa dell’opera letteraria ma, piuttosto, si configura come una semplice descrizione di immagini e luoghi; veri e propri flash giornalistici che si soffermano sul particolare e, con aria volutamente svagata e distante, descrivono una Sardegna insolitamente diversa dagli stereotipi di Grazia Deledda o Sebastiano Satta.
Così, ad esempio, Lilli descrive Nuoro: “Nuoro è un paese a doppio fondo, ma vergine. La sua verginità è la sua elementarità. Quello che vi era di sardo puro è rimasto tal quale, col carattere originario; e questo è il primo fondo. Quello che vi è stato importato dal continente di civilizzato e di organizzato sta per conto suo come in una sovrapposizione: e questo è il secondo fondo.
E’ il paese di forma canonica che deve aver pensato il Signore: una lunga, grande strada simile ad una spina dorsale, e ai lati – come foglie su un ramo – viuzze e vicoli. Lo si potrebbe con un tantino di sforzo rassomigliare ad una spina di pesce o ad un fiume con i suoi affluenti di destra e di sinistra. Case di granito piccine, basse, robuste, e, in mezzo al granito, meravigliose fioriture d’orti e di rustici giardini inquadrate fra alte pareti di muriccioli. E’ un paese da patriarchi, burocratico, ma con il clima delle tribù”.
Una Nuoro,“Cuore di pietra della Sardegna”, ben lontana dalla città che oggi conosciamo.