Melkiorre Melis: da “SILEM” a “MELIS”

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Melkiorre Melis (a sinistra) in un autoritratto con il fratello Federico

Melkiorre Melis è stato un artista a tutto tondo che, nella sua lunga carriera, ha percorso diversi settori dell’arte: grafica, pittura, scultura, ceramica, ma anche cinema e scenografia.
Nato a Bosa nel 1889, si trasferì a Roma nel 1909 dove si iscrisse alla Scuola libera del nudo dell’Accademia e iniziò a frequentare lo studio dell’artista Duilio Cambellotti.
L’incontro con Cambellotti fu determinante per la crescita artistica di Melkiorre Melis che rimase fortemente influenzato dallo stile dell’artista romano, marcatamente legato all’Art Decò e caratterizzato da una grafica incentrata sa campiture piatte simili a stampe xilografiche.
silem parker 1 481Intorno al 1913 Melkiorre Melis iniziò a collaborare con il Giornale d’Italia come illustratore firmandosi con lo pseudonimo “SILEM” (Melis al contrario) che l’artista utilizzò spesso sino alla fine del conflitto mondiale.
In quegli anni Melis operò con assiduità nel campo della promozione commerciale e realizzò numerose pubblicità come, ad esempio, quelle per la penna Parker, “la miglior penna oggi esistente”, regolarmente pubblicate su numerose rivissilem parker 2  484te, tra cui l’illustrazione Italiana.
Tali pubblicità seguono l’evoluzione degli eventi con immagini che inizialmente raffigurano soprattutto figure femminili in stile liberty e che si evolvono verso temi decisamente militari dopo il 1915, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia. Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, Melis aderì alla campagna destinata a raccogliere fondi per sostenere i bambini in tempo di guerra e a tale proposito realizzò alcune silem parker 2  483cartoline sempre firmate SILEM. La campagna a sostegno dei bambini vide coinvolti numerosi artisti e illustratori, tra i quali anche i sardi Giovanni Manca ed Edina Altara. Queste cartoline erano caratterizzate da disegni al tratto ed erano destinate ad essere colorate a mano dai bambini che avevano così un motivo in più di divertimento.
silem parker 2  482Melis, che per le sue cartoline disegna figure di bambini in abiti tradizionali intenti a giocare con giochi tipici della cultura sarda, è in perfetta sintonia con il movimento artistico che in Sardegna propugnava un ritorno alle forme sintetiche e popolari dell’artigianato sardo.

Un movimento che troverà pieno compimento (e successo) in alcuni campi come la ceramica e la xilografia che, più di altre forme artistiche, faranno coniare alla critica specializzata la definizione di “Scuola Sarda”.
La cartolina con il bambino che cavalca un cavalluccio di canna o quella dove un bambino trascina un carretto di sughero, con i buoi ricavati dai “torsoli” di una pannocchia di mais sgranata, dunque, rientrano a pieno titolo in una concezione identitaria sarda, molto forte in quegli anni nelle produzioni artistiche di Melkiorre Melis.

A guerra finita, nel 1919, Melis utilizzò ancora la firma SILEM per alcune serie di cartoline illustrate incentrate su scenette che vedono militari e giovani donne protagonisti di piccole storie animate a lieto fine. Sono cartoline semplici, con storielle a puntate, destinate a creare una certa suspense in quanto per poterne seguire la storia era necessario possedere l’intera serie. Le figure sono a due o tre colori, accompagnate da piccoli racconti in rima che sembrano quasi ispirati dalle sequenze e dalle didascalie del cinema muto. D’altronde Melis conosceva bene gli ambienti della nascente industria cinematografica che aveva avuto modo di frequentare durante il suo soggiorno romano.
Con la fine della prima guerra mondiale Melis inizia a firmare i suoi lavori esclusivamente come “M.Melis” o come “Melchiorre Melis” (in molte ceramiche la firma è estremamente sintetizzata e ridotta alle sole iniziali “MM”), e così continuò per oltre sessant’anni, senza più rispolverare la firma SILEM. Si spense a Roma nel 1982 all’età di 93 anni.

Nuoro in un sonetto

enrico costa 288Nel 1895 Enrico Costa (1841-1909), scrittore e giornalista sassarese, pubblicò due volumi che raccoglievano i suoi diversi componimenti poetici apparsi su giornali e riviste o già editi in altre pubblicazioni.
I due volumi, intitolati “In Autunno” e pubblicati dall’editore Giuseppe Dessì di Sassari nella collana “Biblioteca Sarda”, erano caratterizzati da una copertina con motivi sardi illustrata da Arthemalle, autore attivo in Sardegna che nel 1894, sempre per Dessì, aveva già illustrato i “Racconti Sardi” di Grazia Deledda.
Nel primo volume sono raccolte una serie di composizioni fra cui alcuni sonetti dedicati a dodici città sarde. Costa, che li definisce “12 vignette all’acqua forte”, pone l’accento, con toni satirici e sarcastici, su aspetti caratteristici delle singole città.
in autunno costa 286I sonetti, composti dopo un giro effettuato dall’Autore per tutta l’isola e pubblicati come “taccuino di un viaggiatore” per la prima volta nel 1882 nel giornale Serate letterarie di Cagliari, vennero successivamente riproposti su L’Avvenire di Sardegna.
La messa in caricatura delle città non fu sempre ben accolta e allo scrittore vennero mosse numerose critiche che, come scrisse Costa stesso, “mi attirarono addosso un mondo di chiacchiere, di malumori e di fastidi”.
Ogni sonetto è dedicato a un personaggio della città in questione e quello sulla città di Nuoro, ad esempio, è dedicato a Sebastiano Satta.

Ma eccolo il sonetto su Nuoro:

Figlia de la montagna, e madre amata
Di figli irrequieti e turbolenti,
In balia di sé stessa è abbandonata
La città de le lotte e dei lamenti

Ha vini che stramazzano un beone,
Ed uomini più forti assai del vino;
A lei donò il Governo una Prigione
E la natura un sasso ballerino.

Amor fornì le donne d’un corsetto,
Che chiuder finge, e provoca all’uscita
I due tesori del ricolmo petto

Sarei per essi un grassator crudele,
Pronto al ricatto, e a rinunziar per vita
Al vin d’Oliena, all’aranciata e al miele!

Costa non manca di citare quelle che dovevano essere le “attrazioni” di Nuoro alla fine dell’Ottocento: la prigione governativa, la famosa “Rotonda” che dominava l’abitato, la pietra ballerina che, però, come scrive lo stesso Costa “da pochi anni non balla più: forse perché disgustata dai mille tormentatori che le ponevano le mani addosso” e l’”aranciata”, il tipico dolce nuorese a base di scorze d’arancia candite nel miele.

Costa, poi, sottolinea con i suoi versi quanto sia rimasto colpito dal petto provocante delle nuoresi, al punto che per tanto ben di Dio sarebbe stato disposto a rinunciare al vino di Oliena e persino a vestire i panni del grassatore.

A leggerlo oggi il sonetto mostra una qualche attualità, soprattutto nella prima quartina che sottolinea turbolenze, lotte e lamenti: tutta “merce” che a Nuoro non è mai scarseggiata!

Italiani a Harvard

italiani a harvard 284Costantino Nivola è morto nel 1988 e, a quasi trent’anni dalla sua scomparsa, l’interesse sulla sua figura e sulla sua opera non accennano a diminuire.
Prova ne sia il libro “Italiani a Harvard. Costantino Nivola, Mirko Basaldella e il Design workshop (1954-1970)” che si va ad aggiungere alla numerosa pubblicistica comparsa negli ultimi anni sull’artista di Orani.
L’autore di questo testo, pubblicato nel luglio 2015 da Franco Angeli Editore, è Kevin McManus, docente di Istituzioni di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Contemporary Art presso la sede milanese di IES Abroad.

Nivola a Harvard

Nivola a Harvard

Come riportato nella presentazione, “il volume analizza l’attività didattica degli artisti Costantino Nivola (dal 1954 al 1957, e nel 1970) e Mirko Basaldella (1957-69) presso la Graduate School of Design della Harvard University, concentrando, in particolare, l’attenzione sul Design Workshop, fondato nel 1956 anche grazie al contributo di Nivola, suo primo direttore, e poi coordinato da Basaldella fino alla sua morte nel 1969”.
Siamo a Cambridge, Massachusetts, nel 1954 quando l’artista sardo Costantino Nivola riceve l’incarico di direttore del corso di “Fondamenti del Design”.
In quella che ancora oggi è considerata una delle più importanti università al mondo, in un dipartimento che contava tra le sue file alcuni dei più importanti progettisti, storici e teorici al mondo impegnati nel portare avanti gli ideali sviluppati in Germania nel Bauhaus, e ereditati direttamente dal grande maestro Walter Gropius, si diede vita a un’esperienza didattica destinata a lasciare un segno indelebile nell’arte e nella storia del design americano del secondo ‘900.
Quella del Design Workshop della Harvard University fu un’esperienza tutta italiana, diretta prima da Nivola (1956-57, e 1970) e poi dal collega Mirko Basaldella (1957-69) nell’ambito della Graduate School of Design. Questo laboratorio costituì una delle più interessanti applicazioni sul campo, oltre che degli insegnamenti del Bauhaus, di quell’idea di “learning by doing” (imparare facendo) che animava il mondo dei college fin dall’inizio del ‘900 e che da sempre aveva caratterizzato il percorso artistico e professionale di Nivola e Basaldella.
L’Autore, nel libro, spiega come tale aspetto influì sul perché un insegnamento legato al problematico concetto di “design” venne affidato ai due artisti italiani in un momento sto-rico in cui l’America, anche in campo culturale, aveva ormai assunto un ruolo da protagonista.
McManus, dopo un inquadramento storico e teorico relativo alla definizione di “design”, sottolinea l’ importanza di tale pratica per quanto riguarda i contenuti e le metodiche di insegnamento dell’arte nell’università americana, soprattutto in considerazione della grande importanza rivestita dall’applicazione del modello-Bauhaus.
Non a caso il volume sottolinea proprio la distanza che si venne a determinare tra l’arte prodotta dall’avanguardia americana e quella insegnata a livello universitario: due diverse formulazioni del “modernismo” che caratterizzava la produzione artistica del periodo.

Autoritratto di Mirko Basaldella

Autoritratto di Mirko Basaldella

Il lavoro di Nivola e Basaldella, ma anche di Bruno Munari, che fu invitato a Harvard nel 1967 dove tenne alcune lezioni, si colloca tra queste due tendenze, in una situazione che riesce a mediare tra una visione accademica, più legata al mondo delle università, e una più creativa, libera da vincoli teorici, in grado di spingersi verso nuovi e sperimentali terreni di ricerca.
Fu così che l’esperienza di Harvard divenne unica nel mondo dell’arte e del design in quanto, ispirandosi alla tradizione del Bauhaus e di Walter Gropius, permise a Nivola prima e a Basaldella poi, di portare avanti un insegnamento e una didattica in grado di incidere profondamente sulla cultura artistica americana del secondo dopoguerra, contribuendo così non poco alla formazione di diverse generazioni di artisti.
Un’esperienza che conferma ancora una volta il ruolo di primo piano svolto da Nivola e le sue grandi capacità organizzative e di comunicazione che, non a caso, lo porteranno ad essere uno dei pochi docenti nella storia ad aver insegnato presso ben quattro degli otto college dell’Ivy league, titolo che accomuna le otto più prestigiose ed elitarie università degli Stati Uniti d’America.

Su Vicariu: Orani e il suo parroco

Rita Niffoi, pediatra, alterna la sua attività di medico a quella di ricercatrice di tradizioni oranesi. In questo suo percorso di recupero della memoria storica, dopo i volumi “Vocabolariu Oranesu-Italianu / Italianu-Oranesu”, e “Mi depo accostare a Deus – Sas preghieras de sos Oranesos“, raccolta di antiche preghiere tramandate dal popolo di Orani, Rita a scritto un nuovo libro dedicato alla figura e all’opera di Don Nicolò Barboni, “su Vicariu”, oranese di nascita, che a Orani ricoprì l’incarico di parroco per quarant’anni.
DON BARBONIIl volume, che s’intitola “Don Nicolò Barboni, 1869-1957: 88 anni di storia Oranese”, racconta dettagliatamente la vita di Don Barboni che, inevitabilmente, diventa una minuziosa storia di Orani, visto che il prete ebbe un ruolo non secondario su tutte le vicende (piccole e grandi) che interessarono il paese.
Così, se da un lato il volume riserva grande spazio a vicende come la costruzione della chiesa par-rocchiale o alla nascita delle diverse associazioni cattoliche, dall’altro fa emergere decine di eventi, di aneddoti legati a personaggi oranesi e non. Un lavoro certosino, ottenuto grazie all’attenta analisi di libri e documenti, che Rita Niffoi ha saputo condurre e sviluppare in maniera eccelsa, con passione, senza mai esagerare nell’agiografia del parroco e senza cadere nel facile elogio del personaggio che, invece, è restituito alla memoria di tutti gli oranesi sfrondato da quelle leggende e da quella “mitologia” che in qualche modo circondava la figura di Don Barboni.

"Orani" (dettaglio) in un mio acquerello del 1975

“Orani” (dettaglio) in un mio acquerello del 1975

Il libro, inoltre, ha il pregio di riportare nel microcosmo di Orani anche la grande Storia, quella con la “S” maiuscola, come gli avvenimenti legati alle due guerre mondiali o come l’avvento del fascismo, raccontati e vissuti con la dinamica spicciola degli avvenimenti di paese che, comunque, erano il riflesso preciso di quanto avveniva a livello nazionale.
Il passato è dentro di noi – scrive l’autrice nella prefazione – tutto ciò che è stato, i tempi, i luoghi e le persone, è memoria nascosta da un velo di nebbia e giunge un momento in cui deve essere ri-portata alla luce”: la convinzione è che la ricerca non finisca qui e che Rita Niffoi ci riserverà altri sprazzi di luce per la memoria degli oranesi di ieri, di oggi e di domani.

Rita Niffoi
Don Nicolò Barboni, 1869-1957: 88 anni di storia Oranese
Studiostampa, Nuoro 2015
Pag. 257 – cm 17 x 24
Brossura – copertina illustrata

Grazia e Bustianu

Dino Provenzal

Dino Provenzal

Dino Provenzal (1877-1972), che Giovanni Papini definì “Uomo colto, curioso, pronto, arguto, affettuoso ma corrosivo”, era nato a Livorno. Iniziò a scrivere giovanissimo, con uno stile versatile, tendente a un garbato umorismo che lo avvicinava più alla tradizione anglosassone che non a quella mediterranea. Svolse a lungo l’attività di insegnante in tantissime scuole, in lungo e in largo per la penisola, e si stabilì poi definitivamente a Voghera negli anni ’30.

Nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali, a causa delle sue origini ebraiche, venne escluso dall’insegnamento e dovette nascondersi per sfuggire alla deportazione (il fratello Federico morì ad Auschwitz).
dizionario delle voci 206Provenzal, con l’editore Hoepli di Milano, pubblicò una serie di volumi, caratterizzati da un modo di scrivere gradevole e suggestivo, nei quali gli argomenti erano disposti in ordine alfabetico (Dizionario delle immagini, Dizionario umoristico, ecc.). Tra questi volumi rientra anche il “Dizionario delle voci”, edito nel 1956, una sorta di “catalogo” delle voci (537 pagine) nel quale, attingendo a testimonianze o a memorie scritte, Provenzal tratta di “come parlavano, voce, gesto, loquacità, taciturnità, eloquenza, […] centinaia di uomini e donne d’ogni tempo e d’ogni nazione”.
È un volume piacevole da leggere, ricco di aneddoti e curiosità e tra le centinaia di personaggi esaminati ci sono anche Grazia Deledda e Sebastiano Satta.

Grazia Deeledda e Sebastiano Satta ritratti nel 1910 (da Il Secolo XX n.6, 1910)

Grazia Deledda e Sebastiano Satta ritratti nel 1910 (da Il Secolo XX n.6, 1910)

La Deledda è così descritta da Provenzal: “scrittrice feconda e di alto valore, premio Nobel, fu invece parca nel discorrere e pareva trovar fatica ad esprimersi; ma seppe ascoltare e osservare; e la sua conversazione, pur così laconica, lasciava profonda impressione”.
A supporto di quanto affermato, Provenzal riporta le testimonianze degli scrittori Luigi Falchi e Luigi M.Personé, e della scrittrice e poetessa Mercede Mundula.
Falchi descrive “L’esil voce indistinta”(1) della scrittrice che, come conferma Personé, “parla piano, chiaro, con tono confidenziale, sforzandosi di trovare la parola e la frase che valgano a rendere integralmente il suo animo e il suo pensiero” (2). Mercede Mundula, in una testimonianza inedita raccolta da Provenzal, racconta di come una Deledda “Taciturna per indole e gusto, lo fu, col passar degli anni anche per abitudine … la voce bassa di tono, con la pronuncia stretta di alcune vocali aggiungeva al suo parlare qualcosa di grave e di chiuso”. Una grave solennità che, però, contrastava con la risata: “nulla era più limpido della sua risata né più schietto: un riso giovane e aperto, inatteso e sorprendente” che la Mundula definisce “una rosa nel granito”.
Ma se Grazia Deledda era di poche parole, ben diverso era il modo di presentarsi di Sebastiano Satta, “poeta, avvocato e oratore”. Provenzal raccoglie la testimonianza di Pietro Mastino (3) che così descrive il parlare del Satta: “la sua parola possente fluiva, non pareva più, la sua, la voce di un uomo: nell’aula, bello e terribile, solo egli dominava e fiammeggiava, col gesto ampio e solenne in accordi di voce maschia, piena e sonora”.
Lavorando di fantasia mi viene da immaginare “Bustianu”, in piedi, che parla con la voce impostata e roboante di chi è abituato a frequentare le aule di giustizia, accompagnando il parlare con ampi gesti delle braccia. Grazia, seduta composta davanti a lui, segue il suo parlare con le mani sulle ginocchia in una posa “atavica semplice e solenne” caratterizzata dal “contrasto della impenetrabilità del volto, vivo ed eloquente” con gli “scuri occhi dal volgere lento, attenti, e soprattutto scrutatori”. E ogni tanto anche Grazia parla, un “parlare disadorno, di un’estrema semplicità … e le frasi dense rompevano il silenzio con tonfo di pietre”.

1) – Parlando al telefono con Grazia Deledda, in Nuova Antologia, ottobre 1915
2) – Incontro con la Deledda, Il Resto del Carlino 5 gennaio 1943.
3) – Nel decimo anniversario della morte di Sebastiano Satta, Giornale d’Italia, 28 novembre 1924

Costantino Nivola: The Sandman

1 copertina lookLa rivista americana Look del 19 giugno 1951, tra servizi su Eleanor Roosvelt, articoli sulla caccia ai comunisti in America, cronache sulle ultime avventure cinematografiche di Dean Martin e Jerry Lewis, dedica ampio spazio a Costantino Nivola (1911-1988) e alla sua innovativa tecnica per realizzare sculture sulla sabbia: non a caso Nivola è definito “The Sandman”, l’uomo della sabbia, che in soli 20 minuti realizza sculture in riva al mare utilizzando “il gesso e una vivace immaginazione”.
Molti bagnanti abbronzati – scrive l’anonimo articolista – hanno costruito capolavori nella sabbia, solo per vedere la marea portarseli via. L’estate scorsa, l’artista sardo Costantino Nivola ha trovato un modo per portarsi a casa il suo lavoro. Versando gesso liquido nella forma che aveva scavato nella sabbia, Tino ha creato sorprendenti forme scultoree. I critici nell’attesa di vedere queste sculture nelle gallerie di New York, hanno già evidenziato la loro primitiva, intrinseca qualità, in netto contrasto con l’esuberante indole dell’artista”.
Siamo alle origini del “Sand-casting”, uno dei pochi contributi innovativi per quanto riguarda la scultura del ‘900, la tecnica ideata da Nivola che contribuì enormemente ad accrescere la popolarità dell’artista.

E siccome l’intuizione avvenne quasi per caso, mentre Nivola giocava in spiaggia con i figli, ecco che l’articolo spiega dettagliatamente (con tanto di foto) come eseguire un “Sand-casting”, se non per realizzare una scultura, almeno per divertirsi.

3 SANDMAN FOTO 21) Cerca un luogo pulito, inumidisci la sabbia e assicurati che la marea non arrivi. Tino, con la figlia Chiara che indossa un poncho, ha trovato un buon posto
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2) Con le mani dai dei colpetti sulla sabbia per renderla compatta. Raduna gli attrezzi: secchio, coltello, cazzuola e cucchiai
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3) Con il coltello disegna il contorno della scultura nella sabbia lisciata
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4) Scava la sabbia con un cucchiaio per fare lo stampo. Non scavare troppo in profondità.

7 SANDMAN FOTO 65) Riempi lo stampo con il gesso e, nell’attesa che si indurisca, puoi fare una nuotata veloce.

8 SANDMAN FOTO 76) Dopo 15 minuti, tira fuori la scultura e spazzola via la sabbia che è in più; il rivestimento di sabbia rimanen-te conferisce alla scultura l’aspetto simile a una pietra

9 SANDMAN FOTO 87) La tua soddisfazione sarà grande quanto quella di Tino quando vedrai il risultato.

L’articolo, con l’ausilio di alcune foto, illustra poi come Nivola utilizzi le sue opere.

La foto di apertura del servizio ritrae Nivola sulla spiaggia di Long Island con due sue opere appena realizzate: “Il Falco” e “La Dea

2 THE SANDMAN 1

Una delle foto inquadra uno scorcio della sala da pranzo di Nivola: a sinistra è visibile un dettaglio del murales realizzato da Le Corbusier nel 1950 durante uno dei suoi soggiorni a casa di Nivola, e alla parete una composizione di Saul Steinberg. La scultura colorata “La sposa” è fissata a due tubi ed è illuminata dal basso con una lampada realizzata utilizzando una costruzione-giocattolo, anche questa un’idea originale di Nivola: sfruttando le possibilità di incastro di una sorta di “meccano”, un gioco di costruzione per bambini, creava oggetti d’arredo e di uso pratico.

10 SANDMAN FOTO 9 bisIn un’altra foto, il figlio Pietro sorregge la scultura “Il Falco” mentre Nivola la fissa sul paravento di assicelle che divide il giardino in ambienti esterni, una di quelle strutture create da Nivola, in collaborazione con Bernard Rudosfky (1905-1988), che fecero di questo giardino un laboratorio di sperimentazioni architettoniche e artistiche.

11 SANDMAN FOTO 10Nell’ultima foto Tino indica la scultura “La vedova”, collocata vicino al barbecue, in uno spazio all’aperto dove un telaio in legno sorregge delle tapparelle di bambù per potersi riparare dal sole estivo.

12 SANDMAN FOTO 11Le foto illustrano i passaggi relativamente facili per riprodurre rapidamente sculture a basso costo con sorprendenti risultati grazie alla porosità dovuta alla superficie sabbiosa. L’autore dell’articolo alla fine osserva che: “anche se il gesso durerà un bel po’ al coperto, Nivola ora sta valutando le possibilità legate all’uso del calcestruzzo o di altri materiali più durevoli” da utilizzare in una “spiaggia assolata” che l’Artista definisce “lo studio perfetto dello scultore: salutare, buona luce, affitto basso”.

Arnaldo Miniati: tra arte e cucina

Ceramica - 1953

Ceramica – 1953

Ho conosciuto Arnaldo Miniati (1909-1979), pittore e ceramista fiorentino, nel 1978 e per circa un anno ho frequentato il suo studio. Andavo da lui tutte le mattine e, visto che era stato colpito da una paresi, eseguivo commissioni e lo aiutavo nelle sue attività artistiche e letterarie. Ricordo che corressi le bozze del libro “Il Conventino”, un volume dove Miniati raccontava gli ambienti artistici fiorentini e la lotta al fascismo che venne pubblicato dalle edizioni Gonnelli. Tra i diversi “utilizzi”, Miniati mi fece anche posare per alcuni suoi dipinti; in particolare per un San Sebastiano che aveva le mie perfette sembianze e che, magari, ora è anche adorato in qualche luogo di culto.
Oltre che per la sua arte, Miniati aveva altre due grandi passioni: il sigaro e la cucina. Carattere burbero ma schietto, i sigari li voleva acquistati solo dal tabacchino di Porta Romana (che evidentemente conosceva bene i suoi gusti). Per le sue commissioni mi spostavo in bici e una volta, da Porta Romana mi toccò pedalare sino al mercato di San Lorenzo per andare da uno specifico pollaiolo ad acquistare creste e bargigli di pollo da utilizzare per preparare il cibreo, tipico piatto fiorentino.
miniati dedica189Di quel periodo conservo sempre una cartella, curata da Romolo De Martino, che raccoglie disegni di Miniati e testi dei suoi amici poeti: Carlesi, Gatto, Luzi, Montale, Palazzeschi e Parronchi. Nel frontespizio la dedica “A Angelo Mereu ricordando la bella isola sarda…”, quell’isola che aveva lasciato un segno nelle esperienze di Miniati, come ebbe a scrivere lui stesso quando diede voce alla sua passione per la cucina nel volume “Storie di cucina”, pubblicato nel 1971 come settimo quaderno, supplemento a Giornale di Bordo, pubblicazione di cultura e arte curata dal libraio antiquario Alberto Maria Fortuna. Il volume era accompagnato anche da una cartella (con presentazione di Mario Luzi) contenente otto disegni di Miniati legati al tema del cibo.

Foglia di cavolo e pere gialle - 1968

Foglia di cavolo e pere gialle – 1968

E quelle raccontate da Miniati, come giustamente sottolineava Sergio Baldi nella premessa, erano “storie” e non “ricette”. In ogni pagina, infatti, raccontava i piatti inserendoli in un contesto di storie vissute personalmente nelle sue esperienze di vita.
Tra le altre storie Miniati ne racconta alcune ambientate in Sardegna, regione che aveva visitato negli anni ’50 e dove, durante la guerra, a La Maddalena, aveva servito la Regia Marina.
Un racconto di Miniati riguarda una cena a base di cinghiale a Villacidro: “Arrivai dal mio ospite anticipando i tempi e vi trovai tutte le donne, figlie, serve e padrona, sedute sui calcagni, accoccolate di fronte a un gran camino che era basso, appena un mattone in più dell’impiantito.
Ognuna aveva in mano uno spiedo che nella punta aveva infilato un pezzo di cinghiale. Il fuoco era senza fiamma, fatto con della radica d’ulivo.
Il segreto di quella cottura era la scelta del taglio, la grossezza del pezzo, il rigirarlo con mani sapienti, tenerlo esposto al fuoco, qualche parte di più, qualcuna meno; un lavoro paziente da artigiano”. E il “lavoro artigiano” diede i suoi frutti visto che una volta ultimata la cottura “ogni donna con il suo spiedo si alzò, posò sul pane, insieme a una coltella, il pezzo di cinghiale cotto. Io ebbi una mezza costata, cotta così perfetta che ne debbo ancora rimangiare; tagliavo fette succulente e ogni tanto sbocconcellavo quella grande ostia che mi serviva, oltre che per mangiare, da scodella”.

Paesaggio - 1971

Paesaggio – 1971

Che dire poi dell’agnello mangiato in Campidano, “una delizia, un sapore che non avevo mai sentito”, o della pastasciutta alla ricotta mangiata a Chilivani: “grandi ciotole di terra, grandi come catini, traboccavano di una pasta fatta di grano duro e cotta assieme al latte; cesti di ricotta calda fatta in quel momento, vassoi di pecorino sardo grattugiato. Con mano pratica alla giusta dosatura, come fosse un rito, il capo famiglia gettava nei catini ricotta e cacio”.
Miniati racconta di altri episodi sardi a Chilivani, a Gonnosfanadiga, nel Campidano, ed esalta sempre la delizia e la semplicità della cucina isolana.
Come quando racconta una storia di “quando durante la guerra fui sbattacchiato a La Maddalena”. “Uscivo avanti l’alba su due rimorchiatori d’alto bordo – scrive Miniati – che si tiravano dietro una rete pesante a strascicare, si pescava le mine che non c’eran sempre, ma sempre c’era, ritirando su la rete, pesce in abbondanza, a non finire”.
E quel pesce finiva regolarmente cucinato “in una spiaggia brulla di Caprera” dove veniva approntato un fuoco con arbusti di rosmarino, usando come unico condimento il sale trovato in qualche scoglio. Questa era la colazione alle otto del mattino. Il resto del pesce veniva poi consegnato a un soldato particolarmente bravo a cucinare e così era assicurato anche il pranzo.
Il ricordo di quel pesce e del suo gusto lasciò un segno indelebile, tanto che Miniati nel suo libro scrive “Ecco perché ritornando a Firenze non sono più stato al mercato del pesce e se un oste fiorentino lo propone lo guardo male che lo fo scappare”.

Frutta e ortaggi - 1935

Frutta e ortaggi – 1935

Un personaggio particolare Arnaldo Miniati, tipicamente fiorentino per il suo carattere burbero e polemico, attento, però, a tutto quello che costituiva novità e scoperta. Non a caso il suo libro “Storie di cucina” si apre con due consigli: “All’amico. Non commettere mai l’errore, trovandoti lontano dalla tua regione, di chiedere una specialità della tua terra.
All’oste. Smetti di fare i piatti internazionali che trovi in tutte le città del mondo. Sii geloso delle specialità della tua terra, adopra i suoi prodotti e stai attaccato alla sua tradizione. Ti consento solo di metterci un po’ del tuo sapere
”.