Arrivare in Sardegna

Una bella “Guida-orario” delle Ferrovie della Sardegna, pubblicata da Richter &Co. di Napoli ai primi del ‘900, descrive dettagliatamente itinerari e percorsi per visitare l’isola utilizzando il mezzo ferroviario e gli altri mezzi a disposizione. E’ una Sardegna d’altri tempi, senza auto, dove, ad esempio a Sassari, una corsa dalla stazione a qualsiasi punto della città, costa lire 0.60 con vettura a 1 cavallo e lire 1,00 con vettura a due cavalli.
La guida, oltre 100 pagine, è impreziosita dalla copertina a colori illustrata da Filippo Figari (autore anche delle 4 tavole a colori interne che raffigurano altrettanti costumi sardi), ed è ricchissima di immagini fotografiche che raffigurano vedute e scene di vita.

Altra caratteristica sono le pagine iniziali di ogni capitolo, illustrate con disegni di Giacinto Satta (1851-1912), artista e scrittore originario di Orosei.

Ma la guida offre anche altre curiosità, come ad esempio le avvertenze iniziali per i passeggeri che arrivano a Golfo Aranci, l’unico approdo giornaliero dell’isola.
Le riporto, invitando chi legge a uno sforzo supplementare di concentrazione per poter comprendere pienamente gli infernali meccanismi previsti.

Avvertenze.
In caso di breve ritardo del piroscafo da Civitavecchia, il treno che dovrebbe partire da Golfo Aranci alle 5,12 potrà ritardare la partenza fino alle ore 6,45 se il piroscafo sarà in vista del molo almeno alle ore 5,45.
Quando invece il piroscafo arrivi dopo partito il treno da Golfo Aranci si effettuerà un facoltativo alle ore 11,25 fino a Terranova, consentendo anche un ulteriore ritardo di un ora quando all’ora stabilita per la partenza il piroscafo sia in vista.
In tal caso i passeggeri diretti a Cagliari dovranno pernottare a Macomer per ripartire l’indomani col treno delle 4,50 o con quello delle 11,55; gli altri diretti a Sassari giungeranno in questa città nella stessa giornata alle 18,9.
Se il ritardo è tale che non consenta la coincidenza col treno che parte da Terranova alle 12,50 i passeggeri e la posta partiranno l’indomani col treno delle 5,12.

 Tutto Chiaro? e allora, che dire? Buon Viaggio!!

Il Regno segreto. Sardegna e Piemonte: una visione postcoloniale

 

Il MAN di Nuoro, a cura di Luca Scarlini, ospita sino al prossimo 15 novembre, la mostra “Il regno segreto. Sardegna e Piemonte una visione postcoloniale” (Catalogo MAN/Ilisso), un’esposizione che indaga gli ultimi trecento anni di rapporti culturali tra Sardegna e Piemonte.

il regno segreto (6)In quest’anno 2020 ricorre, infatti, il trecentesimo anniversario di quanto stabilito dal trattato di Utrecht del 1720, quando il duca Vittorio Amedeo II di Savoia ottenne la corona del Regno di Sardegna. Iniziarono da allora quegli stretti rapporti che, nel bene e nel male, portarono la Sardegna ad essere indissolubilmente legata al Piemonte.

I rapporti non furono mai idilliaci, soprattutto per il fatto che la Sardegna non sempre era amministrata con attenzione e coinvolgimento, ma alla stregua di una colonia dove tutte le cariche amministrative, ad esempio, erano riservate a soggetti non sardi.

Tale atteggiamento portò anche a momenti di forte tensione tra Sardegna e Piemonte, come successe nella cosiddetta sommossa dei vespri sardi del 28 aprile 1794 che portò all’espulsione da Cagliari del viceré Vincenzo Balbiano e di tutti i funzionari sabaudi, in seguito al rifiuto di soddisfare la richiesta di riservare ai sardi le cariche pubbliche.

piemonte 01

Prima pagina di “Barones sa tirannia” in una edizione della fine del ‘700

D’altronde, se pensiamo alla canzone “Su patriottu Sardu a sos feudatarios”, conosciuta come “Procurad’ e moderare”, ci si rende conto di come erano visti allora i piemontesi e il governo sabaudo in Sardegna.
Una strofa recita:

Sos disculos nos mandana / Pro castigu e curressione, / Cun paga e cun pensione / Cun impleu e cun patente; / In Moscovia tale zente / Si mandat a sa Siberia / Pro chi morzat de miseria, / Però non pro guvernare
(Ci mandano i peggiori / per castigo e pena, / con salario e pensione, / con impiego e con patente. / A Mosca gente simile / La mandano in Siberia, / ma per farla morire di miseria, / non per governare )

La cacciata del viceré fu comunque un evento rivoluzionario, senza spargimento di sangue, ancora oggi ricordato, visto che una delibera della Regione del 1993 ha individuato proprio nel 28 aprile “sa die de sa Sardigna”, un giorno di festa da dedicare alla Sardegna.

Quello tra Piemonte e Sardegna, dunque, è stato un rapporto caratterizzato negli anni da momenti di aperture con riforme civili e sociali, e da momenti di interventi burocratici e repressivi non sempre accettati dai Sardi.

Basti pensare al famigerato “editto delle chiudende” emanato nel 1820 (altro anniversario che ricorre quest’anno) attraverso il quale l’autorità consentì la creazione di vaste proprietà private cancellando, di fatto, il sistema della proprietà collettiva dei terreni, che da sempre costituiva una delle principali caratteristiche della cultura e dell’economia agro/pastorale sarda.

Questo decreto è considerato dagli storici una delle principali cause di tutti i fenomeni di ribellione che dal 1820 hanno caratterizzato periodicamente la Sardegna e, se da un lato ha dato origine al cosiddetto banditismo sardo che ha funestato l’isola per oltre 100 anni, dall’altro ha portato una schiera di politici e intellettuali sardi, a partire dal politico Giorgio Asproni (1808-1876), a parlare apertamente di “colonialismo”.

piemonte 03

Gramsci in una caricatura di Piero Ciuffo “CIP” (1921)

Lo stesso Gramsci non esitò a definire quello della classe borghese di Torino uno “sfruttamento coloniale della Sardegna”, forte del fatto che tutte le attività imprenditoriali piemontesi (minerarie, agricole, ecc.) che operavano nell’Isola avevano la sede centrale fuori dalla Sardegna. E a proposito di Gramsci, che da sardo dovette convivere a lungo con Torino, occorre ricordare una figura come quella del suo amico Piero Ciuffo (Cagliari 1891 – Genova 1956), grafico e caricaturista, che ebbe un ruolo fondamentale nell’introdurre Gramsci negli ambienti degli operai sardi che lavoravano a Torino.

Ciuffo (che firmava i suoi disegni come CIP) collaborò, a Torino, con L’Ordine Nuovo, giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1919, ed è famoso per le caricature realizzate durante il congresso di Livorno del 1921, quando il partito socialista si divise e venne fondato il partito comunista. Antifascista da sempre, Ciuffo, che aveva deciso di fare politica con la satira, subì condanne e violenze a causa dei suoi disegni attraverso i quali mai smise di attaccare il regime e i suoi uomini più in vista.

Ma se il rapporto tra Sardegna e Piemonte nei secoli non è mai stato idilliaco, e nel migliore dei casi è stato vissuto con indifferente distacco, appare tuttavia caratterizzato da interessanti momenti di scambio per quanto riguarda l’ambito delle arti e della cultura. Si tratta quasi sempre di scambi a senso unico, con artisti e intellettuali sardi che riescono a emergere e ad affermarsi in Piemonte, grazie al fatto che fuori dalla Sardegna trovano imprese tipografiche ed editoriali in grado di soddisfare esigenze letterarie ed artistiche.

E’ il caso, ad esempio, dell’intellettuale Pasquale Tola che a Torino, tra il 1837 e il 1838, diede alle stampe i tre volumi del “Dizionario Biografico degli uomini illustri di Sardegna”, corredato da ben 60 ritratti litografici di sardi famosi eseguiti, come riporta lo stesso Tola nella prefazione, “dall’egregio giovane Salvatore Sini di Orani e dal sig. Luigi Aspetti di Firenze”.

Scarse o nulle notizie ci sono giunte sul litografo Salvatore Sini, se non il fatto che esercitava con maestria la sua arte a Torino. Notizie certe e più compiute sono quelle che riguardano Carlo Chessa (Cagliari 1855 – Torino 1912), artista e incisore che, una volta lasciata la Sardegna, si affermò in Italia e all’estero come abile illustratore. Chessa si trasferì a Torino nel 1879, dove frequentò l’Accademia Albertina, ritrovandosi proiettato in un ambiente caratterizzato da movimenti politici e letterari d’avanguardia.

Grazie anche al fatto che il Regno di Sardegna non aveva reintrodotto la censura sulla stampa dopo i moti del 1848, Torino era diventata il centro di sviluppo dell’opinione pubblica, spodestando in ciò Milano e Firenze, ed aveva creato le condizioni affinché l’editoria assumesse quelle caratteristiche che dovevano portarla a diventare una vera e propria industria culturale.

farina ritratto

Salvatore Farina in uno schizzo a penna di Carlo Chessa

In questo ambiente Chessa inizia a collaborare con l’Illustrazione italiana, col Pasquino e con altre importanti riviste. Realizza le illustrazioni per il volume “Medusa” di Arturo Graf ed è probabile che stringa in questo periodo rapporti d’amicizia con lo scrittore sardo Salvatore Farina, oggi quasi dimenticato ma allora, a fine ‘800, protagonista indiscusso della vita letteraria e culturale tra Torino e Milano. È verosimile anche che Farina possa aver fatto da tramite con l’amico Giuseppe Giacosa per affidare proprio a Chessa l’esecuzione delle splendide illustrazioni a corredo del volume “Castelli Valdostani e Canavesi” pubblicato dall’editore Roux Frassati e C. di Torino nel 1897.

Una volta stabilitosi a Torino, Chessa avrà pochissimi contatti con la Sardegna. Metterà, invece, solide radici in Piemonte, sposando la pittrice Luisa Carelli e dando origine a una generazione di artisti, con il figlio Gigi (1898-1935) e con il nipote Mauro (1933), che hanno fortemente segnato il percorso delle avanguardie artistiche italiane del ‘900.

La città di Torino, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, registrò una proliferazione senza precedenti in campo artistico, letterario, associativo, musicale e teatrale, conferendo alla città un’apertura e una vitalità che fino ad allora le erano in buona misura mancate.

Case editrici da tempo esistenti, come la Paravia, o di nuova costituzione, come la S.E.I., trassero grandi vantaggi dalla favorevole situazione e svilupparono fortemente le pubblicazioni scolastiche o a carattere pedagogico.

In tale ambiente iniziarono la loro collaborazione illustratori e artisti come Edina Altara (Sassari 1898 – Lanusei 1983), Pino Melis (Bosa 1902 – Roma 1985) e Beppe Porcheddu (Torino 1898 – 1947) che, diversamente da Chessa, mantennero sempre stretti rapporti con la Sardegna.

Edina Altara, da sola o in coppia con il marito Vittorio Accornero (Max Ninon), illustrò una quindicina di libri per l’infanzia editi dalla Paravia nell’arco di una collaborazione che durò per oltre trent’anni.

Pino Melis collaborò assiduamente con la S.E.I., casa editrice originariamente fondata da Don Bosco, illustrando, con il suo tratto leggero e poetico, una serie di volumi destinati all’infanzia.

porcheddu beppe avventure del barone di munchhausen 068

Beppe Porcheddu, copertina per “Avventure del Barone di Munchhausen” – Paravia, 1934

Beppe Porcheddu, figlio di un ingegnere originario di Ittiri che in Piemonte aveva installato un’attività per la produzione di conglomerati in cemento, ebbe un’attività grafica intensissima che lo portò a innumerevoli collaborazioni con editori piemontesi e non. La sua collaborazione con la casa editrice De Agostini di Novara gli permise di illustrare numerosi libri, soprattutto romanzi, come, ad esempio, Angelo di Bontà di Ippolito Nievo o Colomba di Prosper Mérimée. Per modernità e concezione sono ancora oggi sorprendenti le illustrazioni realizzate da Porcheddu nel 1934 per Le avventure del barone di Munchausen di Rudolf Erich Raspe, pubblicato da Paravia. Su Porcheddu, misteriosamente scomparso nel nulla nel 1947, rimane il rimpianto per una carriera stroncata in un momento di grande successo che molto ancora avrebbe potuto dare al mondo dell’arte e della grafica.

La carrellata sui sardi che hanno contribuito a creare rapporti e legami artistici tra Sardegna e Piemonte potrebbe continuare con altri importanti nomi come Aligi Sassu, Tarquinio Sini, Giovanni Manca, Anna Marongiu o Enrico Gianeri (GEC). Mi limito e concludo ricordando solo due grandi artisti sardi che proprio dal Piemonte hanno spiccato il volo per una carriera artistica che li ha portati ad essere famosi nel mondo: si tratta di Costantino Nivola (Orani 1911 – Long Island 1988) e di Giovanni Pintori (Tresnuraghes 1912 – Milano 1999).

nivola costantino interiors 03

Costantino Nivola, copertina per “Interiors”, 1948

Nivola e Pintori (unitamente a Salvatore Fancello), grazie a una borsa di studio, si iscrissero all’ISIA di Monza, l’istituto Superiore per le Industrie Artistiche. Da questa esperienza maturò il percorso artistico che portò prima Nivola e poi Pintori, come designers, all’interno della Olivetti, permettendo loro di raggiungere livelli di fama internazionale.

Nivola, sposato con Ruth Guggenheim di origine ebraica, costretto a rifugiarsi prima a Parigi e poi in America per evitare le persecuzioni razziali, è considerato uno dei principali nomi dell’arte contemporanea del ‘900.

Il periodo alla Olivetti si dimostrò fondamentale per Nivola che, grazie all’esperienza acquisita divenne apprezzato designer e direttore artistico di importanti riviste americane.

pintori giovanni olivetti

Giovanni Pintori, copertina per il volume celebrativo dei 50 anni Olivetti, 1958

Pintori, subentrato a Nivola nell’incarico alla Olivetti, ha mantenuto quel ruolo sino al 1967 ed è stato la mente di tutte le principali campagne pubblicitarie della Casa di Ivrea. Per il prestigio raggiunto è considerato uno dei designers più influenti del ventesimo secolo.

Due storie, quelle di Nivola e Pintori, che sono la perfetta testimonianza e sintesi dei tanti contributi che i sardi hanno fornito allo sviluppo dei rapporti tra Sardegna e Piemonte. Due storie tra le tante, fatte di eccellenze, che hanno avuto origine in Sardegna e che toccando altri luoghi, altre culture, hanno avuto la possibilità di crescere e di affermarsi, così come è giusto che sia quando le idee hanno la libertà di potersi muovere e confrontare, senza barriere, senza pregiudizi e senza “colonialismi”, culturali o economici che siano: e questo vale per la Sardegna, per il Piemonte e per qualsiasi angolo del mondo, per quanto piccolo o recondito sia.

Angelino Mereu

Loris Riccio

 Illustratore, nato a Palermo nel 1899, morto a Sassari nel 1988. Figlio di Medardo Riccio, storico direttore de “La Nuova Sardegna”, fratello di Myriam, giornalista, e Floria, illustratrice.
Illustratore raffinato, a lui si deve la realizzazione di numerose copertine di riviste di moda e diversi manifesti pubblicitari. Alla fine degli anni 20 si trasferisce a Parigi e anche qui conosce un notevole successo come illustratore, collaborando con riviste del calibro di “Vogue”.
La cartolina riprodotta fa parte di una serie di quattro dedicate alla musica e danza nel mondo, con chiara allusione al jazz e alle sfrenate esibizioni di Josephine Baker che imperversava nella Parigi degli anni ‘30.

Casanova sui pattini

“Orsù – disse l’affascinante fanciulla per far tornare l’allegria -, mettiamo i pattini e andiamo subito a divertirci sull’Amstel: temo che il ghiaccio cominci a sciogliersi. – Mi vergognai di pregarla di dispensarmi, mentre l’avrei fatto volentieri; ma che mai non può l’amore? Il signor D. O. ci lasciò. Il fidanzato della signorina Casanova mi legò i pattini, ed ecco le damigelle pronte, in gonnellino corto e con forti calzoncini di velluto nero, per premunirsi contro certi accidenti. Scendemmo sul fiume, e il lettore può immaginare la figura che facevo, novellino com’ero in quell’esercizio. Volli ostinarmi a vincere la mia inesperienza e caddi una ventina di volte sul dorso, rischiando di fracassarmi le reni. Avrei dovuto abbandonare la partita, ma la vergogna mi trattenne, e smisi solo quando, con mia grande soddisfazione, vennero a chiamarci per il pranzo. Però la pagai cara: quando si trattò di alzarci da tavola, mi sentii rattrappito in tutte le membra. Esther mi compianse, e disse che m’avrebbe guarito. Si rise molto, ed io lasciai fare, perché m’accorsi che quella partita era stata pensata soltanto per ridere alle mie spalle, e, volendo farmi amare da Esther, mi mostravo compiacente, sicuro che la mia compiacenza mi avrebbe condotto certamente allo scopo.

La mattina seguente, quando mi svegliai, mi credetti perduto. Soffrivo un vero martirio. Mi sembrava di avere l’ultima vertebra, quella detta osso sacro, ridotta in pezzi. Eppure avevo fatto consumare in frizioni quasi tutto un vaso di pomata datomi da Esther. Malgrado le mie sofferenze, non avevo dimenticato i suoi desideri.Mi feci portare da un libraio, dal quale presi tutti i libri che credetti potessero divertirla, e glieli mandai, pregandola di rimandarmi via via quelli che avrebbe letti. Ella fece così, e ringraziandomi molto, mi mandò a dire di andare a baciarla prima di partire, se volevo avere un bel regalo”.

Brano tratto da pagina 347 del secondo volume (libro quinto, capitolo sesto) dell’opera autobiografica “La storia della mia vita” di Giacomo Casanova (1725 – 1798), pubblicata dalle Edizioni Casini di Roma tra il 1961 e il 1963.
L’opera, quattro volumi di oltre 800 pagine l’uno, curata da Carlo Cordiè, ha la sovraccoperta e tantissime illustrazioni interne realizzate dal pittore nuorese (ma la mamma era di Orani!) Bernardino Palazzi (Nuoro 1907 – Roma 1986)

Il satiro di Porcheddu

Beppe Porcheddu (1898 – 1947), artista di origini sarde (era nato a Torino e il padre era di Ittiri), scomparve misteriosamente nel 1947 senza lasciare alcuna traccia di sè. Porcheddu, negli anni ’20 e ’30, ebbe grande successo come grafico, illustratore e ceramista: sono tantissimi i libri e le riviste da lui illustrati, e sue sono alcune splendide ceramiche disegnate per la Lenci.
La cartolina, stampata dalla tipografia Vogliotti di Torino, raffigura un satiro intento a versare il vino in una coppa. La cartolina è firmata e datata 1913, quando Porcheddu aveva appena quindici anni.
L’immagine ben rappresenta le caratteristiche della grafica di Porcheddu, minuziosamente concentrata sui dettagli e sulle sfumature dei soggetti raffigurati. La cartolina è stata riprodotta anche nel volume “Il vino in Sardegna”, edito dalla casa editrice Ilisso di Nuoro nel 2010.

Antonino Pirari, pittore di Nuoro

Ho recentemente acquistato due cartoline. La prima cartolina riproduce il quadro “Venerdì santo” del pittore nuorese Antonino Pirari (1893-1957) e risulta viaggiata da Sassari per Roma nel 1935. La seconda cartolina è viaggiata nel 1902 e riproduce un contadino di Nuoro intento a smuovere un covone. Questa cartolina, oltre alla scritta “proprietà privata”, non riporta alcuna indicazione sull’editore o sull’autore della foto.

Appare singolare, però, che la cartolina del contadino ricordi tantissimo il quadro “Il covone” che proprio Pirari presentò alla Biennale di Venezia nel 1920 e la copertina che l’artista nuorese realizzò per il numero 17 dell’ottobre 1921 de “Il giornalino della Domenica” fondato da Vamba e diretto da Giuseppe Fanciulli.
In quel numero de “Il giornalino”, Fanciulli parla di Pirari in questi termini: “ … Antonino Pirari, giovane ed eccellente pittore di Nuoro, che, quasi ragazzo, illustrò per il Giornalino, nel 1911, una novella di Grazia Deledda, e da allora sempre conserva la più viva simpatia per queste pagine … La composizione riprodotta nella copertina, con una magnifica tricromia, rappresenta un Contadino di Nuoro sull’aia, nell’atto di raccogliere il grano con la pala; la forte figura dal vivido costume è circonfusa di sole, in un’immensità di silenzio ardente”.

Può darsi che si tratti di una semplice coincidenza, ma è probabile che Antonino Pirari abbia avuto per le mani la cartolina del contadino e che a questa si sia ispirato. Occorre tener presente, inoltre, che dai Pirari la fotografia era di casa, visto che il fratello di Antonino, Piero Pirari (1886-1972), ha legato il suo nome all’attività di fotografo, tanto che un fondo di sue foto dei primi del ‘900 è raccolto presso l’Istituto Etnografico della Sardegna.

Antonio Piu fotografo

Antonio Piu fotografo

L’ACSIT, Associazione Culturale Sardi in Toscana di Firenze, e il Circolo “Peppino Mereu” di Siena, tra gennaio e febbraio, hanno reso omaggio al genio  creativo del fotografo Antonio Piu con l’esposizione di una rassegna di ritratti da lui realizzati negli anni ‘60

La mostra è stata inaugurata domenica 19 Gennaio a Firenze e domenica 9 Febbraio a Siena. A Firenze la mostra si è tenuta presso la sede ACSIT in Piazza Santa Croce, 19  ed è andata avanti sino a domenica 2 febbraio. A Siena, invece, le foto sono rimaste esposte esposte da domenica 9  Febbraio a Domenica 23 Febbraio presso il Circolo “Peppino Mereu”  in Via Sant’Agata 24

Antonio Piu (1921-2005), nato e vissuto sempre a Orani (NU), era considerato un personaggio al limite dell’eccentricità, uno di quei “geni” un po’ fuori dalla norma che spesso si ritrovano nei piccoli centri della Sardegna e non solo: accanto alle attività “ufficiali” svolte per oltre quarant’anni come fotografo, orologiaio e calzolaio, Piu coltivava, infatti, molteplici interessi che andavano dalla chimica all’astronomia.

In campo fotografico la sua attività era quella tipica del classico fotografo di paese, “ingaggiato” all’occasione per matrimoni, battesimi, compleanni, ecc., e molta della sua produzione era destinata agli scatti per fototessere da utilizzare per documenti vari.

Come fotografo era molto “naif”: nelle sue foto gli accorgimenti tecnici erano praticamente inesistenti. Non utilizzava, ad esempio, paraventi o fondali dipinti e lo sfondo per le fototessere era quasi sempre la finestra del suo fatiscente laboratorio di ciabattino, dove un grosso armadio fungeva da camera oscura per lo sviluppo dei negativi e dove le cianfrusaglie accatastate e le ragnatele la facevano da padrona.

Alcuni anni fa, in maniera del tutto fortunosa, è stato recuperato un archivio di oltre 1300 negativi, la maggioranza dei quali sicuramente attribuibili a Antonio Piu, soprattutto per quanto riguarda i ritratti per fototessera. Si tratta di foto che coprono un periodo di circa cinquant’anni, dai primi anni ’40 sino alla fine degli anni ’80. L’intero “corpus” fotografico, valutato nel complesso dei suoi 1300 scatti, ha la particolarità di presentare visivamente la testimonianza del vissuto di un paese, Orani, nel suo complesso e per un vasto lasso di tempo e, anche se molti negativi risultano purtroppo irrimediabilmente rovinati, sono in grado tuttavia di offrire uno spaccato di vita oranese, con immagini di feste, cerimonie, ritratti, ecc. dalle quali emergono persone, eventi privati e pubblici che messi insieme descrivono quello spirito di comunità che ha sempre segnato i ritmi di vita dei paesi in Sardegna.

Da questo materiale sono state selezionate 24 scatti per fototessera di Antonio Piu, databili al 1966.
Sono foto che ritraggano bambini di 10 o 11 anni, e quindi nati nel 1955 e nel 1956, e  probabilmente furono scattate in occasione della preparazione dei documenti per l’iscrizione alla prima media.

Si tratta di un gruppo di bambini che nella comunità di Orani ha vissuto, è cresciuto e si è affermato in diversi campi: le foto scelte per la mostra sono in grado, pertanto, di offrire sia una testimonianza per immagini sull’attività di Piu sia quella di una generazione di paese. I ventiquattro ritratti esposti rappresentano, quindi, un piccolo e limitato spaccato della comunità di

Orani e costituiscono, indubbiamente, un primo nucleo destinato ad allargarsi in una mostra ben più ampia e rappresentativa dei lavori di Antonio Piu.

Come detto, però, Piu oltre a svolgere una multiforme attività, era anche un curioso della natura con una grande passione, la mineralogia. Girava per le campagne in cerca di minerali da analizzare e classificare. Tale passione lo ha portato a lasciare un segno indelebile per la comunità di Orani. Alla fine degli anni ’80, infatti, Antonio Piu individuò un giacimento di feldspati, minerali di primaria importanza per la produzione della ceramica di qualità. Segnalò la sua scoperta a un’azienda di Sassuolo e, per le informazioni fornite, venne ricompensato con un vitalizio: Antonio Piu smise di fare il fotografo, l’orologiaio e il ciabattino e, per il resto dei suoi giorni, visse di rendita, mentre a Orani venne avviata un’attività estrattiva che, ancora oggi, dà lavoro a diverse persone

 

Le foto (dall’alto):
Antonio Piu con la sua ‘600;
Inaugurazione della mostra a Firenze;
Inaugurazione della mostra a Siena;
Vecchio oranese in costume;
Bambino a cavallo in un vicolo di Orani;
Ritratto di Angelino Mereu;
Fuori dal Bar a Orani;
Ballo sardo a Oniferi;
Paginone su La Nuova Sardegna.

 

Nivola e “Il sovversivo” Serantini

sovversivo 1975

Copertina de “Il sovversivo” nella prima edizione Einaudi del 1975

Costantino Nivola non smette di stupire. Nonostante sia scomparso da più di trent’anni, continua ad appassionare con novità e inediti che riemergono dall’oblio.

sovversivo nivola 2019 (1)

Copertina de “Il sovversivo” 2019 con disegni di Nivola

E’ il caso della nuova edizione del volume “Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini” del giornalista Corrado Stajano (il Saggiatore 2019), pubblicato originariamente nel 1975.

Il volume, a suo tempo, rappresentò un vero e proprio atto di denuncia riguardo la morte del giovane anarchico sardo Franco Serantini, morto a Pisa quando aveva 21 anni, il 5 maggio del 1972, e diede vita a numerose iniziative di protesta, finalizzate al raggiungimento della verità sugli eventi.

Scesero in campo artisti, come Dario Fo, e non mancarono le ballate popolari di denuncia, cantate nelle numerose manifestazioni che spontaneamente si svolsero a Pisa e in tutt’Italia.

Serantini era nato a Cagliari nel 1951, figlio di N.N., come si usava scrivere allora nei documenti di nascita e morì a seguito delle percosse della polizia. L’esame necroscopico sul corpo di Serantini evidenziò un feroce accanimento da parte di almeno dieci poliziotti che, con i calci dei moschetti, i manganelli, gli scarponi, i pugni lo massacrano. Con ferocia e crudeltà riversarono su quel povero ragazzo tutta la loro furia e le loro frustrazioni.

La nuova edizione del libro di Stajano ha la particolarità di essere stata “appuntata” da Costantino Nivola che, con la sua matita, ha creato alcune immagini che danno vita e corpo al testo scritto da Stajano.

Sono disegni che Nivola inserisce negli spazi bianchi della copia del libro in suo possesso: disegni che riempiono e commentano visivamente una vicenda che aveva fortemente colpito l’artista.

Ed ecco allora Nivola che ripropone il suo tratto scarno, fatto di pochi e incisivi segni in bianco e nero, in grado di raccontare, però, una triste vicenda in tutta la sua drammaticità.

nivola schirru

Litografia di Nivola per l’anarchico Schirru

Nivola riprende dal suo vissuto quanto aveva già realizzato nella celebrazione dell’anarchico Schirru (Michele Schirru, il giovane sardo rientrato nel 1931 dagli Stati Uniti dove era emigrato, con il preciso intento di uccidere Mussolini e che, una volta catturato dalla polizia fascista, per vendicare “l’offesa” di chi voleva attentare alla vita del duce, venne fucilato da un plotone d’esecuzione composto da soli militi sardi) e riprende ritmi e motivi dei disegni realizzati in occasione delle contestazioni studentesche di Chicago nel ‘68.

NIVOLA 1968 2

Disegno di Nivola per i fatti di Chicago del ’68

La scoperta dei disegni su Serantini realizzati da Nivola nel 1977, non aggiunge nulla al percorso dell’Artista; rappresenta, però, una ulteriore dimostrazione dell’attenzione riservata da Nivola a quelle situazioni che avevano la forza e il coraggio di contestare il potere e combattere le diseguaglianze.

I disegni dedicati a Serantini (come quelli su Schirru e quelli di Chicago) dimostrano anche la chiara volontà di Nivola di lasciare una traccia, una memoria, su fatti e avvenimenti “scomodi” che in maniera molto sbrigativa si era cercato di sminuire o occultare. Un vero e proprio atto di denuncia a favore di quella “verità” che sempre deve rappresentare l’obiettivo primario della giustizia.

E a rileggere oggi il libro di Stajano corredato dai disegni di Nivola si prova ancora un certo disagio, per la vicenda specifica di Serantini, morto a 21 anni nel 1972, e per tutte le vicende dei nostri giorni che la lettura evoca (Caserma Diaz, Aldrovandi, Cucchi, ecc.) e che, oggi come allora, attendono quella “verità” che troppo spesso, purtroppo, tarda ad arrivare.

Disegni di Nivola per la nuova edizione de “Il sovversivo”

 

 

Il viaggio, Marisa e la vigna

Viaggiare, oggi, è molto semplice. Mezzi e trasporti sono in grado di condurci rapidamente nei luoghi più remoti e, se uno si accontenta del viaggio “virtuale”, oggi con telefonini, computer e tecnologie varie, è possibile spostarsi in un nanosecondo in qualsiasi punto del globo terracqueo.

Fino a qualche anno fa spostarsi era un po’ più complicato, e anche distanze che oggi sembrano risibili apparivano lontane e complicate da raggiungere.

Lo spostarsi dalla Sardegna verso il continente, ad esempio, dava l’impressione del “viaggio lungo” e richiedeva una preparazione, soprattutto “mentale”, per coordinare i tempi e le coincidenze dei mezzi di trasporto con i tempi e i ritmi delle persone destinate al “distacco”.

Si, proprio il “distacco”, perché questo voleva dire lasciare la Sardegna per altri lidi.

Io nel 1975 lasciai la Sardegna per andare a studiare a Firenze. Avevo 19 anni e, di fatto, se si esclude una gita scolastica, era la prima volta che lasciavo l’isola.

Ricordo un pomeriggio col magone a salutare amici e parenti, a “mi dispedire”, così come facevano normalmente quelli che, armati di valigia, emigravano in Germania o in Francia.

Il primo “distacco”, dunque, era quello dal paese e dagli affetti più cari.

La seconda tappa era l’approdo a Nuoro da dove, alle 20.00, partiva la “Freccia” dell’allora SATAS che collegava direttamente la città con il porto di Olbia. Si salutavano i parenti che ti avevano accompagnato sin lì e il pullman partiva. Ancora non esisteva la superstrada a quattro corsie e, così, dopo aver superato la chiesa della Solitudine, il mezzo affrontava il tortuoso discendere della strada di Marreri, ricavata sul dorso ondulato delle pendici del monte Orthobene.

In quei pochi chilometri di strada, prima ancora di arrivare a Olbia, prima ancora di salpare verso il mare aperto,  avveniva il vero “distacco”, iniziava quel viaggio “mentale” che ti portava a entrare in altre dimensioni non più sarde.

La prima volta che partii era una grigia serata di novembre; mentre il pullman scendeva lentamente da Marreri, ero assorto nei miei pensieri quando, dopo una curva a gomito, nel grigiore generale, nel bel mezzo di una vigna, i fari illuminarono una sagoma colorata.

Era una Marisa Sannia di cartone, a grandezza naturale, che pubblicizzava una nota marca di caramelle.

Una Sannia con un vestito coloratissimo (come d’altronde lo erano le caramelle pubblicizzate) che spiccava nel buio della sera, tra i monotoni colori dell’autunno. Una Sannia che, con il suo sorriso e la sua mano alzata, in mezzo a una vigna deserta mandava un saluto sereno ai viaggiatori che sapevano coglierlo.

Quell’immagine mi ha accompagnato per tanto tempo e ogni volta che ripassavo per la strada di Marreri andavo a cercare quella figura diventata in qualche modo un riferimento rassicurante, tanto che ancora oggi, quando mi capita di percorrere quella strada, lo sguardo corre a cercare Marisa tra le viti della vigna. E se anche la sagoma cartonata non c’è più, nel mio viaggio “mentale” quella Marisa Sannia rimarrà sempre lì, colorata e sorridente.

 

Il 15 ottobre Marisa Sannia sarà la protagonista dello spettacolo “Con passo leggero”, di e con Maria Grazia Campus e Gianna Deidda, che sarà rappresentato al Teatro della Compagnia di Firenze. Una serata eccezionale per ricordare una grande Artista, la sua musica, la sua poesia, le sue canzoni.

Maria Lai. Il filo e l’infinito

Inaugurata a Firenze la mostra dedicata alla grande artista di Ulassai

2 inaugurazione maria lai (4)8 marzo, Festa della Donna: non poteva esserci data migliore per l’inaugurazione della mostra “Maria Lai. Il filo e l’infinito”, curata da Elena Pontiggia e visitabile sino al prossimo 3 giugno.

La mostra, organizzata dalla Galleria degli Uffizi presso l’ Andito degli Angiolini in Palazzo Pitti, presenta una sintesi della vastissima produzione di Maria Lai.

Le opere in mostra, come ha sottolineato la curatrice Elena Pontiggia, hanno in comune il tema del filo che crea percorsi e costruisce legami.

 

3 inaugurazione maria lai (5)E il “filo”, è il caso di dirlo, è il filo conduttore di tutta la mostra, a partire dal filmato realizzato da  Tonino Casula che documenta l’intervento di “arte relazionale” legarsi alla montagna, messo in pratica da Maria Lai nel 1981 coinvolgendo tutto il paese di Ulassai. Nei “telai”, poi, gli oggetti di uso comune e del fare quotidiano delle donne sarde, sono ripensati e rivisitati da Maria Lai che li ripropone secondo la rilettura propria dell’arte concettuale, con l’oggetto che mantiene una valenza simbolica e, svuotato della sua utilità pratica, diventa arte.

6 inaugurazione maria lai (15)Accanto ai telai spiccano le tele cucite, dove la tessitura e il cucito hanno lo scopo precipuo di “mettere in relazione”, di creare rapporti e contatti stretti che non siano semplici accostamenti. Un messaggio profondo che dalle opere di Maria Lai si irradia a tutto quello che nella nostra vita, nel nostro quotidiano, ha bisogno di “relazione”, sia tra gli esseri umani che con la natura e il mondo che ci circonda.

4 inaugurazione maria lai (9)Nella ricerca di Maria Lai il “filo” a un certo punto diventa scrittura; una scrittura che non si legge ma che permette a ognuno di leggere e vedere la propria storia. Lo spettatore diventa protagonista e con la sua personale lettura riesce a dare un senso compiuto all’opera dell’artista.

Lo stesso dicasi per i libri di stoffa, “libri tattili” li definisce Elena Pontiggia, nati dalla fantasia di Maria Lai per raccogliere brandelli di stoffa, “il calore di qualcosa di cucito legato alla freschezza del contemporaneo” che ci tuffa dentro storie fantastiche fatte per viaggiare verso mondi infiniti.

16 inaugurazione maria lai (60) pontiggia nipote maria lai

Le stoffe, come ha raccontato Maria Sofia Pisu, nipote di Maria Lai, sono sempre state protagoniste indiscusse nei lavori dell’artista: “In casa le stoffe dominavano. Erano ammucchiate in tutte le stanze e tutti eravamo coinvolti in una sorta di gioco che ci vedeva protagonisti nello scegliere una stoffa, nel dare giudizi sull’opera finita. Maria non dava mai giudizi sulle sue opere. Ci chiamava e chiedeva cosa ne pensavamo. Noi parlavamo esprimendo il nostro pensiero e lei ci guardava in silenzio. A volte sorrideva”.

18 inaugurazione maria lai (73) sindaco schmidt pontiggia

Il Direttore della Galleria degli Uffizi, Eike Schmidt, intervenendo all’inaugurazione, ha ribadito l’universalità dell’arte di Maria Lai che “coniuga la tradizione della civiltà sarda con i linguaggi dell’arte contemporanea”. Schmidt, assecondando quanto detto dal sindaco di Ulassai Gianluigi Serra, ha invitato a scoprire Maria Lai visitando la Sardegna, andando a Ulassai a scoprire i suoi mondi e le tante sue opere che lì è possibile ammirare.

Intanto, sino al 3 di giugno, Maria Lai è visibile a Firenze. In contemporanea è in corso l’altro grande evento a lei dedicato organizzata a New York dalla Marianne Boesky Gallery in una triangolazione ideale che, partendo da Ulassai tocca Firenze e approda negli USA. Un percorso “mondiale” destinato a non arrestarsi e a far conoscere quel messaggio di dialogo e relazione tra i popoli e con la natura che Maria Lai nelle sue opere ha sempre cercato e privilegiato.