Archivi tag: arte

La “Mora di macchia” di Gaetano Spinelli

Gaetano Spinelli, pittore, era nato a Bitonto, in provincia di Bari, nel 1877. Morì a Firenze nel 1945.
Tra il 1903 e il 1906, si stabilì a Sassari con l’incarico di docente di pittura presso l’Accademia di belle Arti. A Sassari Spinelli incontrò la sua futura moglie e si dedicò con passione alla pittura, ispirato dalla bellezza dei costumi sardi e dai colori dell’isola.
Un articolo pubblicato dalla rivista Emporium nel settembre 1916, dal titolo “un interprete dell’anima sarda: Gaetano Spinelli”, dedica ampio spazio all’esperienza dell’artista in Sardegna, riproducendo anche alcune opere di figure in costume. Sono le stesse opere che possiamo vedere in una foto che ritrae Spinelli nel suo studio di piazzale Donatello a Firenze.
Nella foto sono chiaramente individuabili le opere “Dies mei sicut umbra”, alla sinistra di Spinelli, “Nell’ombra di Sardegna”, la tela con le tre figure femminili dietro il pittore, e “Mora di macchia”, la figura femminile col bambino.
Di quest’ultimo quadro posseggo anche una cartolina che riproduce l’opera a colori. La cartolina, stampata dall’Istituto Arti grafiche di Bergamo, risale al 1918 e risulta inviata da Asti a Firenze nel 1933.

Mario Delitala e la pubblicità

Una cartolina pubblicitaria spedita da Cagliari a Ballao nel 1937 riproduce un dipinto di Mario Delitala. Come riportato nel frontespizio della cartolina, il quadro risulta “espressamente eseguito per la Ditta Ing. F.Sisini Macchine per l’Agricoltura“ con sede a Sassari , Cagliari e Oristano.
Il dipinto, utilizzato sempre dalla ditta Sisini per un manifesto del 1913 è contemporaneo della tempera “Il guardiano della vigna” che Delitala realizzò per la ditta vinicola Zedda-Piras, e che ancora oggi è utilizzato nell’etichetta del “filu ferru”, la tipica grappa isolana.

“Pietro Burlone e l’avaro” ovvero le storie di “Predu trampas”

C’era nel Campidano un usuraio, uno di quegli uomini cui piace sfruttare la gente. Sentiva parlare dagli operai dell’esistenza di un certo Pietro Burlone.
— Mah, — diceva — già vorrei incontrarlo questo Pietro Burlone! Dove sarà?
— Eh, vada e lo cerchi, abita in tale paese, vada e lo cerchi Un giorno ha inforcato un bel cavallo con una bella sella,
sproni, s’è vestito con una abito di panno rigato, una giacca alla cacciatora, un bel cappello ed è uscito.
Se n’è uscito quest’uomo e ad un certo punto ha trovato un ragazzino, mezzo stracciato e che gli ha domandato:
— Dove va lei?
Ha risposto:
— Sto andando in cerca di Pietro Burlone.
Ha detto;
— Pietro Burlone sono io!
— Accidenti! Proprio trovato! Proprio te stavo cercando, — ha detto — me la faresti una burla?
— Sì, potrei farla, — ha detto, — ma non ho gli attrezzi, non ho gli attrezzi per farle una burla.
— E come vorresti fare per…
— Eh, — ha detto, — basta che mi diate il cavallo e vado a casa a prendere gli attrezzi per farle lo scherzo.
— E prendi il cavallo!
Quello si è seduto sul cavallo, ma siccome pungeva con gli sproni e tirava con le briglie, il cavallo non camminava.
— Eh, — ha detto, — non cammina, bisogna che mi diate anche il vestito.
Quello si è spogliato di tutto il vestito l’altro è risalito a cavallo e ha rifatto lo stesso tranello: pungeva con gli sproni e tirava con le briglie.
— No, — ha detto, — bisogna che mi diate anche il cappello.
E gli ha dato il cappello e quello è partito.
È partito Pietro Burlone u un bel cavallo, ben vestito… A un certo punto, cammina cammina, ha visto una compagnia di cacciatori con tutti i cani.
Ha gridato:
— Oh, oh! Cacciatori!
— Che cosa vuole?
—Ho visto un coniglio, ma bello! — ha detto.
— E dove?
— In quel cespuglio di rovi.
Hanno aizzato i cani verso il cespuglio di rovi e c’era quell’uomo nudo. C’era quell’uomo, poveretto, in quel cespuglio di rovi. E i cani: — Bau, bau, bau!
— Eh, cosa fate, cosa fate, ci sono io!
— E com’è che siete rimasto così? — hanno chiesto i cacciatori.
— Eh, — ha detto, — ho dato il cavallo a Pietro Burlone per andare a prendere gli attrezzi per farmi una burla!
— Una burla più grande di questa non esiste! — hanno detto i cacciatori.
Questo e altri racconti popolari incentrati sulla figura di Pietro Burlone, “Predu trampas”, erano molto diffusi in Sardegna. Ricordo da bambino, le sere davanti al caminetto, in un epoca non ancora dominata dalla televisione, quando mio padre ci raccontava le storie di Predu trampas e le sue “trampajolas”, gli attrezzi per burlare: una sorta di storia infinita, ogni volta con una variante o un finale diverso.

Il racconto è tratto dal bel volume “Il bandito pentito e altri racconti popolari sardi”, a cura di Chiarella Addari Rapallo, edito dalla EDES di Cagliari nel 1977. I racconti sono frutto di ricerche “sul campo” effettuate in tutta la Sardegna negli anni 60 e 70 e sono stati trascritti rispettando fedelmente la traduzione letterale dal sardo all’italiano.
La bella illustrazione in copertina, e le illustrazioni interne del volume, sono dell’artista Primo Pantoli.

Il Regno segreto. Sardegna e Piemonte: una visione postcoloniale

 

Il MAN di Nuoro, a cura di Luca Scarlini, ospita sino al prossimo 15 novembre, la mostra “Il regno segreto. Sardegna e Piemonte una visione postcoloniale” (Catalogo MAN/Ilisso), un’esposizione che indaga gli ultimi trecento anni di rapporti culturali tra Sardegna e Piemonte.

il regno segreto (6)In quest’anno 2020 ricorre, infatti, il trecentesimo anniversario di quanto stabilito dal trattato di Utrecht del 1720, quando il duca Vittorio Amedeo II di Savoia ottenne la corona del Regno di Sardegna. Iniziarono da allora quegli stretti rapporti che, nel bene e nel male, portarono la Sardegna ad essere indissolubilmente legata al Piemonte.

I rapporti non furono mai idilliaci, soprattutto per il fatto che la Sardegna non sempre era amministrata con attenzione e coinvolgimento, ma alla stregua di una colonia dove tutte le cariche amministrative, ad esempio, erano riservate a soggetti non sardi.

Tale atteggiamento portò anche a momenti di forte tensione tra Sardegna e Piemonte, come successe nella cosiddetta sommossa dei vespri sardi del 28 aprile 1794 che portò all’espulsione da Cagliari del viceré Vincenzo Balbiano e di tutti i funzionari sabaudi, in seguito al rifiuto di soddisfare la richiesta di riservare ai sardi le cariche pubbliche.

piemonte 01

Prima pagina di “Barones sa tirannia” in una edizione della fine del ‘700

D’altronde, se pensiamo alla canzone “Su patriottu Sardu a sos feudatarios”, conosciuta come “Procurad’ e moderare”, ci si rende conto di come erano visti allora i piemontesi e il governo sabaudo in Sardegna.
Una strofa recita:

Sos disculos nos mandana / Pro castigu e curressione, / Cun paga e cun pensione / Cun impleu e cun patente; / In Moscovia tale zente / Si mandat a sa Siberia / Pro chi morzat de miseria, / Però non pro guvernare
(Ci mandano i peggiori / per castigo e pena, / con salario e pensione, / con impiego e con patente. / A Mosca gente simile / La mandano in Siberia, / ma per farla morire di miseria, / non per governare )

La cacciata del viceré fu comunque un evento rivoluzionario, senza spargimento di sangue, ancora oggi ricordato, visto che una delibera della Regione del 1993 ha individuato proprio nel 28 aprile “sa die de sa Sardigna”, un giorno di festa da dedicare alla Sardegna.

Quello tra Piemonte e Sardegna, dunque, è stato un rapporto caratterizzato negli anni da momenti di aperture con riforme civili e sociali, e da momenti di interventi burocratici e repressivi non sempre accettati dai Sardi.

Basti pensare al famigerato “editto delle chiudende” emanato nel 1820 (altro anniversario che ricorre quest’anno) attraverso il quale l’autorità consentì la creazione di vaste proprietà private cancellando, di fatto, il sistema della proprietà collettiva dei terreni, che da sempre costituiva una delle principali caratteristiche della cultura e dell’economia agro/pastorale sarda.

Questo decreto è considerato dagli storici una delle principali cause di tutti i fenomeni di ribellione che dal 1820 hanno caratterizzato periodicamente la Sardegna e, se da un lato ha dato origine al cosiddetto banditismo sardo che ha funestato l’isola per oltre 100 anni, dall’altro ha portato una schiera di politici e intellettuali sardi, a partire dal politico Giorgio Asproni (1808-1876), a parlare apertamente di “colonialismo”.

piemonte 03

Gramsci in una caricatura di Piero Ciuffo “CIP” (1921)

Lo stesso Gramsci non esitò a definire quello della classe borghese di Torino uno “sfruttamento coloniale della Sardegna”, forte del fatto che tutte le attività imprenditoriali piemontesi (minerarie, agricole, ecc.) che operavano nell’Isola avevano la sede centrale fuori dalla Sardegna. E a proposito di Gramsci, che da sardo dovette convivere a lungo con Torino, occorre ricordare una figura come quella del suo amico Piero Ciuffo (Cagliari 1891 – Genova 1956), grafico e caricaturista, che ebbe un ruolo fondamentale nell’introdurre Gramsci negli ambienti degli operai sardi che lavoravano a Torino.

Ciuffo (che firmava i suoi disegni come CIP) collaborò, a Torino, con L’Ordine Nuovo, giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1919, ed è famoso per le caricature realizzate durante il congresso di Livorno del 1921, quando il partito socialista si divise e venne fondato il partito comunista. Antifascista da sempre, Ciuffo, che aveva deciso di fare politica con la satira, subì condanne e violenze a causa dei suoi disegni attraverso i quali mai smise di attaccare il regime e i suoi uomini più in vista.

Ma se il rapporto tra Sardegna e Piemonte nei secoli non è mai stato idilliaco, e nel migliore dei casi è stato vissuto con indifferente distacco, appare tuttavia caratterizzato da interessanti momenti di scambio per quanto riguarda l’ambito delle arti e della cultura. Si tratta quasi sempre di scambi a senso unico, con artisti e intellettuali sardi che riescono a emergere e ad affermarsi in Piemonte, grazie al fatto che fuori dalla Sardegna trovano imprese tipografiche ed editoriali in grado di soddisfare esigenze letterarie ed artistiche.

E’ il caso, ad esempio, dell’intellettuale Pasquale Tola che a Torino, tra il 1837 e il 1838, diede alle stampe i tre volumi del “Dizionario Biografico degli uomini illustri di Sardegna”, corredato da ben 60 ritratti litografici di sardi famosi eseguiti, come riporta lo stesso Tola nella prefazione, “dall’egregio giovane Salvatore Sini di Orani e dal sig. Luigi Aspetti di Firenze”.

Scarse o nulle notizie ci sono giunte sul litografo Salvatore Sini, se non il fatto che esercitava con maestria la sua arte a Torino. Notizie certe e più compiute sono quelle che riguardano Carlo Chessa (Cagliari 1855 – Torino 1912), artista e incisore che, una volta lasciata la Sardegna, si affermò in Italia e all’estero come abile illustratore. Chessa si trasferì a Torino nel 1879, dove frequentò l’Accademia Albertina, ritrovandosi proiettato in un ambiente caratterizzato da movimenti politici e letterari d’avanguardia.

Grazie anche al fatto che il Regno di Sardegna non aveva reintrodotto la censura sulla stampa dopo i moti del 1848, Torino era diventata il centro di sviluppo dell’opinione pubblica, spodestando in ciò Milano e Firenze, ed aveva creato le condizioni affinché l’editoria assumesse quelle caratteristiche che dovevano portarla a diventare una vera e propria industria culturale.

farina ritratto

Salvatore Farina in uno schizzo a penna di Carlo Chessa

In questo ambiente Chessa inizia a collaborare con l’Illustrazione italiana, col Pasquino e con altre importanti riviste. Realizza le illustrazioni per il volume “Medusa” di Arturo Graf ed è probabile che stringa in questo periodo rapporti d’amicizia con lo scrittore sardo Salvatore Farina, oggi quasi dimenticato ma allora, a fine ‘800, protagonista indiscusso della vita letteraria e culturale tra Torino e Milano. È verosimile anche che Farina possa aver fatto da tramite con l’amico Giuseppe Giacosa per affidare proprio a Chessa l’esecuzione delle splendide illustrazioni a corredo del volume “Castelli Valdostani e Canavesi” pubblicato dall’editore Roux Frassati e C. di Torino nel 1897.

Una volta stabilitosi a Torino, Chessa avrà pochissimi contatti con la Sardegna. Metterà, invece, solide radici in Piemonte, sposando la pittrice Luisa Carelli e dando origine a una generazione di artisti, con il figlio Gigi (1898-1935) e con il nipote Mauro (1933), che hanno fortemente segnato il percorso delle avanguardie artistiche italiane del ‘900.

La città di Torino, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, registrò una proliferazione senza precedenti in campo artistico, letterario, associativo, musicale e teatrale, conferendo alla città un’apertura e una vitalità che fino ad allora le erano in buona misura mancate.

Case editrici da tempo esistenti, come la Paravia, o di nuova costituzione, come la S.E.I., trassero grandi vantaggi dalla favorevole situazione e svilupparono fortemente le pubblicazioni scolastiche o a carattere pedagogico.

In tale ambiente iniziarono la loro collaborazione illustratori e artisti come Edina Altara (Sassari 1898 – Lanusei 1983), Pino Melis (Bosa 1902 – Roma 1985) e Beppe Porcheddu (Torino 1898 – 1947) che, diversamente da Chessa, mantennero sempre stretti rapporti con la Sardegna.

Edina Altara, da sola o in coppia con il marito Vittorio Accornero (Max Ninon), illustrò una quindicina di libri per l’infanzia editi dalla Paravia nell’arco di una collaborazione che durò per oltre trent’anni.

Pino Melis collaborò assiduamente con la S.E.I., casa editrice originariamente fondata da Don Bosco, illustrando, con il suo tratto leggero e poetico, una serie di volumi destinati all’infanzia.

porcheddu beppe avventure del barone di munchhausen 068

Beppe Porcheddu, copertina per “Avventure del Barone di Munchhausen” – Paravia, 1934

Beppe Porcheddu, figlio di un ingegnere originario di Ittiri che in Piemonte aveva installato un’attività per la produzione di conglomerati in cemento, ebbe un’attività grafica intensissima che lo portò a innumerevoli collaborazioni con editori piemontesi e non. La sua collaborazione con la casa editrice De Agostini di Novara gli permise di illustrare numerosi libri, soprattutto romanzi, come, ad esempio, Angelo di Bontà di Ippolito Nievo o Colomba di Prosper Mérimée. Per modernità e concezione sono ancora oggi sorprendenti le illustrazioni realizzate da Porcheddu nel 1934 per Le avventure del barone di Munchausen di Rudolf Erich Raspe, pubblicato da Paravia. Su Porcheddu, misteriosamente scomparso nel nulla nel 1947, rimane il rimpianto per una carriera stroncata in un momento di grande successo che molto ancora avrebbe potuto dare al mondo dell’arte e della grafica.

La carrellata sui sardi che hanno contribuito a creare rapporti e legami artistici tra Sardegna e Piemonte potrebbe continuare con altri importanti nomi come Aligi Sassu, Tarquinio Sini, Giovanni Manca, Anna Marongiu o Enrico Gianeri (GEC). Mi limito e concludo ricordando solo due grandi artisti sardi che proprio dal Piemonte hanno spiccato il volo per una carriera artistica che li ha portati ad essere famosi nel mondo: si tratta di Costantino Nivola (Orani 1911 – Long Island 1988) e di Giovanni Pintori (Tresnuraghes 1912 – Milano 1999).

nivola costantino interiors 03

Costantino Nivola, copertina per “Interiors”, 1948

Nivola e Pintori (unitamente a Salvatore Fancello), grazie a una borsa di studio, si iscrissero all’ISIA di Monza, l’istituto Superiore per le Industrie Artistiche. Da questa esperienza maturò il percorso artistico che portò prima Nivola e poi Pintori, come designers, all’interno della Olivetti, permettendo loro di raggiungere livelli di fama internazionale.

Nivola, sposato con Ruth Guggenheim di origine ebraica, costretto a rifugiarsi prima a Parigi e poi in America per evitare le persecuzioni razziali, è considerato uno dei principali nomi dell’arte contemporanea del ‘900.

Il periodo alla Olivetti si dimostrò fondamentale per Nivola che, grazie all’esperienza acquisita divenne apprezzato designer e direttore artistico di importanti riviste americane.

pintori giovanni olivetti

Giovanni Pintori, copertina per il volume celebrativo dei 50 anni Olivetti, 1958

Pintori, subentrato a Nivola nell’incarico alla Olivetti, ha mantenuto quel ruolo sino al 1967 ed è stato la mente di tutte le principali campagne pubblicitarie della Casa di Ivrea. Per il prestigio raggiunto è considerato uno dei designers più influenti del ventesimo secolo.

Due storie, quelle di Nivola e Pintori, che sono la perfetta testimonianza e sintesi dei tanti contributi che i sardi hanno fornito allo sviluppo dei rapporti tra Sardegna e Piemonte. Due storie tra le tante, fatte di eccellenze, che hanno avuto origine in Sardegna e che toccando altri luoghi, altre culture, hanno avuto la possibilità di crescere e di affermarsi, così come è giusto che sia quando le idee hanno la libertà di potersi muovere e confrontare, senza barriere, senza pregiudizi e senza “colonialismi”, culturali o economici che siano: e questo vale per la Sardegna, per il Piemonte e per qualsiasi angolo del mondo, per quanto piccolo o recondito sia.

Angelino Mereu

Casanova sui pattini

“Orsù – disse l’affascinante fanciulla per far tornare l’allegria -, mettiamo i pattini e andiamo subito a divertirci sull’Amstel: temo che il ghiaccio cominci a sciogliersi. – Mi vergognai di pregarla di dispensarmi, mentre l’avrei fatto volentieri; ma che mai non può l’amore? Il signor D. O. ci lasciò. Il fidanzato della signorina Casanova mi legò i pattini, ed ecco le damigelle pronte, in gonnellino corto e con forti calzoncini di velluto nero, per premunirsi contro certi accidenti. Scendemmo sul fiume, e il lettore può immaginare la figura che facevo, novellino com’ero in quell’esercizio. Volli ostinarmi a vincere la mia inesperienza e caddi una ventina di volte sul dorso, rischiando di fracassarmi le reni. Avrei dovuto abbandonare la partita, ma la vergogna mi trattenne, e smisi solo quando, con mia grande soddisfazione, vennero a chiamarci per il pranzo. Però la pagai cara: quando si trattò di alzarci da tavola, mi sentii rattrappito in tutte le membra. Esther mi compianse, e disse che m’avrebbe guarito. Si rise molto, ed io lasciai fare, perché m’accorsi che quella partita era stata pensata soltanto per ridere alle mie spalle, e, volendo farmi amare da Esther, mi mostravo compiacente, sicuro che la mia compiacenza mi avrebbe condotto certamente allo scopo.

La mattina seguente, quando mi svegliai, mi credetti perduto. Soffrivo un vero martirio. Mi sembrava di avere l’ultima vertebra, quella detta osso sacro, ridotta in pezzi. Eppure avevo fatto consumare in frizioni quasi tutto un vaso di pomata datomi da Esther. Malgrado le mie sofferenze, non avevo dimenticato i suoi desideri.Mi feci portare da un libraio, dal quale presi tutti i libri che credetti potessero divertirla, e glieli mandai, pregandola di rimandarmi via via quelli che avrebbe letti. Ella fece così, e ringraziandomi molto, mi mandò a dire di andare a baciarla prima di partire, se volevo avere un bel regalo”.

Brano tratto da pagina 347 del secondo volume (libro quinto, capitolo sesto) dell’opera autobiografica “La storia della mia vita” di Giacomo Casanova (1725 – 1798), pubblicata dalle Edizioni Casini di Roma tra il 1961 e il 1963.
L’opera, quattro volumi di oltre 800 pagine l’uno, curata da Carlo Cordiè, ha la sovraccoperta e tantissime illustrazioni interne realizzate dal pittore nuorese (ma la mamma era di Orani!) Bernardino Palazzi (Nuoro 1907 – Roma 1986)

Nivola e “Il sovversivo” Serantini

sovversivo 1975

Copertina de “Il sovversivo” nella prima edizione Einaudi del 1975

Costantino Nivola non smette di stupire. Nonostante sia scomparso da più di trent’anni, continua ad appassionare con novità e inediti che riemergono dall’oblio.

sovversivo nivola 2019 (1)

Copertina de “Il sovversivo” 2019 con disegni di Nivola

E’ il caso della nuova edizione del volume “Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini” del giornalista Corrado Stajano (il Saggiatore 2019), pubblicato originariamente nel 1975.

Il volume, a suo tempo, rappresentò un vero e proprio atto di denuncia riguardo la morte del giovane anarchico sardo Franco Serantini, morto a Pisa quando aveva 21 anni, il 5 maggio del 1972, e diede vita a numerose iniziative di protesta, finalizzate al raggiungimento della verità sugli eventi.

Scesero in campo artisti, come Dario Fo, e non mancarono le ballate popolari di denuncia, cantate nelle numerose manifestazioni che spontaneamente si svolsero a Pisa e in tutt’Italia.

Serantini era nato a Cagliari nel 1951, figlio di N.N., come si usava scrivere allora nei documenti di nascita e morì a seguito delle percosse della polizia. L’esame necroscopico sul corpo di Serantini evidenziò un feroce accanimento da parte di almeno dieci poliziotti che, con i calci dei moschetti, i manganelli, gli scarponi, i pugni lo massacrano. Con ferocia e crudeltà riversarono su quel povero ragazzo tutta la loro furia e le loro frustrazioni.

La nuova edizione del libro di Stajano ha la particolarità di essere stata “appuntata” da Costantino Nivola che, con la sua matita, ha creato alcune immagini che danno vita e corpo al testo scritto da Stajano.

Sono disegni che Nivola inserisce negli spazi bianchi della copia del libro in suo possesso: disegni che riempiono e commentano visivamente una vicenda che aveva fortemente colpito l’artista.

Ed ecco allora Nivola che ripropone il suo tratto scarno, fatto di pochi e incisivi segni in bianco e nero, in grado di raccontare, però, una triste vicenda in tutta la sua drammaticità.

nivola schirru

Litografia di Nivola per l’anarchico Schirru

Nivola riprende dal suo vissuto quanto aveva già realizzato nella celebrazione dell’anarchico Schirru (Michele Schirru, il giovane sardo rientrato nel 1931 dagli Stati Uniti dove era emigrato, con il preciso intento di uccidere Mussolini e che, una volta catturato dalla polizia fascista, per vendicare “l’offesa” di chi voleva attentare alla vita del duce, venne fucilato da un plotone d’esecuzione composto da soli militi sardi) e riprende ritmi e motivi dei disegni realizzati in occasione delle contestazioni studentesche di Chicago nel ‘68.

NIVOLA 1968 2

Disegno di Nivola per i fatti di Chicago del ’68

La scoperta dei disegni su Serantini realizzati da Nivola nel 1977, non aggiunge nulla al percorso dell’Artista; rappresenta, però, una ulteriore dimostrazione dell’attenzione riservata da Nivola a quelle situazioni che avevano la forza e il coraggio di contestare il potere e combattere le diseguaglianze.

I disegni dedicati a Serantini (come quelli su Schirru e quelli di Chicago) dimostrano anche la chiara volontà di Nivola di lasciare una traccia, una memoria, su fatti e avvenimenti “scomodi” che in maniera molto sbrigativa si era cercato di sminuire o occultare. Un vero e proprio atto di denuncia a favore di quella “verità” che sempre deve rappresentare l’obiettivo primario della giustizia.

E a rileggere oggi il libro di Stajano corredato dai disegni di Nivola si prova ancora un certo disagio, per la vicenda specifica di Serantini, morto a 21 anni nel 1972, e per tutte le vicende dei nostri giorni che la lettura evoca (Caserma Diaz, Aldrovandi, Cucchi, ecc.) e che, oggi come allora, attendono quella “verità” che troppo spesso, purtroppo, tarda ad arrivare.

Disegni di Nivola per la nuova edizione de “Il sovversivo”

 

 

Maria Lai. Il filo e l’infinito

Inaugurata a Firenze la mostra dedicata alla grande artista di Ulassai

2 inaugurazione maria lai (4)8 marzo, Festa della Donna: non poteva esserci data migliore per l’inaugurazione della mostra “Maria Lai. Il filo e l’infinito”, curata da Elena Pontiggia e visitabile sino al prossimo 3 giugno.

La mostra, organizzata dalla Galleria degli Uffizi presso l’ Andito degli Angiolini in Palazzo Pitti, presenta una sintesi della vastissima produzione di Maria Lai.

Le opere in mostra, come ha sottolineato la curatrice Elena Pontiggia, hanno in comune il tema del filo che crea percorsi e costruisce legami.

 

3 inaugurazione maria lai (5)E il “filo”, è il caso di dirlo, è il filo conduttore di tutta la mostra, a partire dal filmato realizzato da  Tonino Casula che documenta l’intervento di “arte relazionale” legarsi alla montagna, messo in pratica da Maria Lai nel 1981 coinvolgendo tutto il paese di Ulassai. Nei “telai”, poi, gli oggetti di uso comune e del fare quotidiano delle donne sarde, sono ripensati e rivisitati da Maria Lai che li ripropone secondo la rilettura propria dell’arte concettuale, con l’oggetto che mantiene una valenza simbolica e, svuotato della sua utilità pratica, diventa arte.

6 inaugurazione maria lai (15)Accanto ai telai spiccano le tele cucite, dove la tessitura e il cucito hanno lo scopo precipuo di “mettere in relazione”, di creare rapporti e contatti stretti che non siano semplici accostamenti. Un messaggio profondo che dalle opere di Maria Lai si irradia a tutto quello che nella nostra vita, nel nostro quotidiano, ha bisogno di “relazione”, sia tra gli esseri umani che con la natura e il mondo che ci circonda.

4 inaugurazione maria lai (9)Nella ricerca di Maria Lai il “filo” a un certo punto diventa scrittura; una scrittura che non si legge ma che permette a ognuno di leggere e vedere la propria storia. Lo spettatore diventa protagonista e con la sua personale lettura riesce a dare un senso compiuto all’opera dell’artista.

Lo stesso dicasi per i libri di stoffa, “libri tattili” li definisce Elena Pontiggia, nati dalla fantasia di Maria Lai per raccogliere brandelli di stoffa, “il calore di qualcosa di cucito legato alla freschezza del contemporaneo” che ci tuffa dentro storie fantastiche fatte per viaggiare verso mondi infiniti.

16 inaugurazione maria lai (60) pontiggia nipote maria lai

Le stoffe, come ha raccontato Maria Sofia Pisu, nipote di Maria Lai, sono sempre state protagoniste indiscusse nei lavori dell’artista: “In casa le stoffe dominavano. Erano ammucchiate in tutte le stanze e tutti eravamo coinvolti in una sorta di gioco che ci vedeva protagonisti nello scegliere una stoffa, nel dare giudizi sull’opera finita. Maria non dava mai giudizi sulle sue opere. Ci chiamava e chiedeva cosa ne pensavamo. Noi parlavamo esprimendo il nostro pensiero e lei ci guardava in silenzio. A volte sorrideva”.

18 inaugurazione maria lai (73) sindaco schmidt pontiggia

Il Direttore della Galleria degli Uffizi, Eike Schmidt, intervenendo all’inaugurazione, ha ribadito l’universalità dell’arte di Maria Lai che “coniuga la tradizione della civiltà sarda con i linguaggi dell’arte contemporanea”. Schmidt, assecondando quanto detto dal sindaco di Ulassai Gianluigi Serra, ha invitato a scoprire Maria Lai visitando la Sardegna, andando a Ulassai a scoprire i suoi mondi e le tante sue opere che lì è possibile ammirare.

Intanto, sino al 3 di giugno, Maria Lai è visibile a Firenze. In contemporanea è in corso l’altro grande evento a lei dedicato organizzata a New York dalla Marianne Boesky Gallery in una triangolazione ideale che, partendo da Ulassai tocca Firenze e approda negli USA. Un percorso “mondiale” destinato a non arrestarsi e a far conoscere quel messaggio di dialogo e relazione tra i popoli e con la natura che Maria Lai nelle sue opere ha sempre cercato e privilegiato.

GEC e la “Mostra d’Arte sarda”

gec-autocaricatura

Autocaricatura di GEC

Alla fine della Prima Guerra Mondiale la Sardegna si ritrovò al centro di un rinnovato interesse grazie anche al clamore suscitato dalle imprese belliche della Brigata Sassari, ampiamente raccontate e amplificate dalla stampa popolare.

In tale interesse venne coinvolto anche il mondo dell’arte e la vita culturale nell’Isola si caratterizzò per un entusiasmo e un fermento che la Sardegna non aveva mai conosciuto.

È in quel clima che, nel maggio del 1921, Felice Melis Marini, importante artista e incisore sardo, organizzò con il Circolo Universitario Cattolico di Cagliari la prima “Mostra d’Arte sarda”.

mostra-sarda-bLa mostra si presentava come una vasta rassegna che raccoglieva le opere di artisti sardi già affermati (Francesco Ciusa, Antonio Ballero, Mario Delitala, lo stesso Melis Marini) accanto a giovani destinati a ricoprire un ruolo importante nella storia dell’arte sarda, e non solo.

La Mostra, infatti, rappresentò l’esordio artistico di Stanis Dessy (presente con sculture e pitture) e Albino Manca, e registrò la partecipazione di Edina Altara, Carmelo Floris, Cesare Cabras, Federico e Pino Melis, tutti destinati a diventare colonne portanti nella storia dell’arte della Sardegna del ‘900.

La Mostra ebbe vasta eco nella stampa locale e nazionale e suscitò anche qualche polemica per il fatto che un’intera sala era stata dedicata al fotografo Alfredo Ferri di Cagliari. Il fatto di equiparare la fotografia alle altre Arti scatenò, infatti, le ire di tanti critici che non le riconoscevano quel ruolo.

Tra i tanti articoli che recensirono la Mostra d’Arte sarda, il giornale “Il popolo romano” pubblicò (31 luglio 1921) un’estesa recensione, che occupava quasi un’intera pagina, firmata GEC.
GEC era il nome d’arte di Enrico Gianeri ed era l’acronimo di “Gianeri Enrico Cagliari”.

Gianeri, nato nel 1900 a Firenze da genitori sardi, visse e studiò a Cagliari sino all’età di vent’anni. La sua attività cagliaritana fu caratterizzata da una notevole propensione per la caricatura e la satira, tanto che fu l’animatore di innumerevoli riviste e giornali che proprio nella satira avevano il loro punto di forza. Trasferitosi a Torino, GEC iniziò la collaborazione con diverse testate tra cui Il Pasquino (1922) di cui divenne anche direttore.

Le sue idee socialiste lo portarono spesso a scontri con gli apparati di regime, tanto che per tutta la durata del fascismo dovette utilizzare degli pseudonimi e affiancare all’attività di vignettista quella di traduttore.

Dopo la caduta del fascismo GEC riprese in pieno il suo lavoro e si concentrò in particolar modo sullo studio della storia della satira. Tali studi, che proseguirono fino alla sua morte (1984), sfociarono nella pubblicazione di numerosi testi che lo hanno reso uno dei più importanti studiosi per quanto riguarda questa materia.

L’articolo di GEC sulla Mostra d’Arte sarda è una dimostrazione del suo “stile” di lavoro: un testo critico sugli artisti presenti in mostra accompagnato da una serie di vignette, caratterizzate da un segno teso ed essenziale che esalta la sintesi del bianco/nero, illustra in caricatura alcuni protagonisti della mostra stessa.

1-lo-scultore-ciusa-2Francesco Ciusa, che alla mostra partecipava con una propria sala dove erano raccolte tutte le sue opere (“Una piccola saletta immersa in una penombra verde e dove si entra silenziosi come in un santuario”), è raffigurato con il suo classico pizzetto e con un cappello a tesa larga che conferiscono allo scultore di Nuoro quasi un’aria da bohemienne.

1-lo-scultore-s-dessyLa stessa aria la ritroviamo nella caricatura di Stanis Dessy. L’artista, pizzetto nero, occhialini, grande papillon e cappellaccio nero, viene presentato da GEC come pittore e scultore e viene segnalato per “qualche acquerello di paesaggio che dimostra buone doti”, anche se la sua ceramica “Cuffietta risente un po’ troppo l’influenza del maestro”.

1-federico-e-pino-melisFederico Melis, “modellatore savio ed accorto”, elogiato per gli ottimi risultati ottenuti con la ceramica, è ritratto in caricatura assieme al fratello Pino Melis, autore di “notevoli” disegni colorati, “benché un po’ troppo stiracchiati nella stilizzazione”.

1-il-prof-melis-mariniFelice Melis Marini, con un’ aria quasi corrucciata, viene presentato in caricatura come uno degli organizzatori e le sue acqueforti in mostra “sono di una severa ed astratta classicità, di una impeccabile precisione di segno”.

Altre vignette di GEC riguardano B.Fadda e G.Manca che esponevano in mostra alcune caricature, l’architetto Cova e Diodata Delitala, autrice di una serie di merletti a filet di Bosa.

1-edina-altaraL’ultima caricatura a corredo dell’articolo è dedicata da GEC a Edina Altara, e alla sua opera “I ciechi di S.Domenico”, che viene così presentata: “Fra gli artisti che non possono essere compresi tra i pittori né tra gli scultori capeggia, come in qualunque circolo, l’elegantissima Edina Altara che è oggi fra le donne l’artista più discussa, più designata, più levata alle stelle. Se i suoi primi lavori possono dar campo, e forse largo, ad una discussione, però “I ciechi di S.Domenico” segna un gran passo avanti nella produzione della giovinetta artista. Qui alla freddezza della policromia delle carte magistralmente riunite in un tutto armonico si unisce il caldo sentimento e il dolore di due anime prive di luce. Noi siamo certi che Edina Altara, liberandosi dalle indecisioni e da falsi profeti, riuscirà ad evolversi e a calcare la via giusta che mena ad una gloria non effimera ma duratura quale Lei può aspirare e quale ce la promette “I ciechi di S.Domenico”.

L’articolo rappresenta una bella testimonianza per quanto riguarda una importante pagina dell’Arte in Sardegna e per quanto attiene ad una figura di primo piano come quella di Enrico Gianeri che, con le sue vignette e con il marchio GEC, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della satira del ‘900.

 

Le “Cartoline” di Nivola

nivola-i-miss-you-heather-1978 Nel 1978 per la Artists’ Postcard di New York, una associazione che coinvolgeva artisti nella realizzazione di cartoline postali, Costantino Nivola realizza una cartolina che sarà esposta anche nel Cooper-Hewitt Museum del Smithsonian Institution’s National Museum of Design.

La cartolina, dal titolo “I miss you Heather” (mi manchi Heather), sarà lo spunto per una serie di lavori realizzati da Nivola, a penna e pastello su carta, dal titolo “Cartoline da…”. Alcune di queste opere sono state pubblicate nel volume Nivola dipinti e grafica (Jaca Book, Milano 1995) curato da Alberto Crespi, Fred Licht e Salvatore Naitza.

foto-088-dicomano-2-013bisDi questa serie fa parte anche la litografia del 1980 “Cartoline da Cagliari”.

In questo lavoro delle cinque cartoline che compongono il quadro, in una sorta di falso collage, solo una è in bianco; le altre sono riprodotte come se fossero state spedite da Cagliari a indirizzi e persone realmente esistenti.

L’opera assume così il senso di un messaggio collettivo, mediato tramite la narrazione breve e discorsiva riservata normalmente alle cartoline.

Con questo artifizio Nivola fa emergere tutto il suo carattere, “un poco rude nelle sue espressioni laconiche e tassative che sembravano provenire da un profondo silenzio e da una assorta meditazione”(U.Collu, 1995).

Così, dal groviglio di segni che fanno intuire alcune peculiari caratteristiche di Cagliari, emergono le cartoline indirizzate alla moglie Ruth, alla nipote Tonina e al marito Antonio Rusui, a Miriam Chiaromonte e a Richard Bender.

foto-089-dicomano-2-007Sono cartoline personali, con osservazioni mirate e acute che, come nel caso della cartolina indirizzata a Ruth, saranno riportate nel volume postumo “Ho bussato alle porte di questa città meravigliosa”, pubblicato dalla Arte Duchamp di Cagliari nel 1993, che raccoglie scritti e riflessioni di Nivola.

Scrive Nivola: “Cagliari, maggio 17 ’80. Cagliari, come Atene, è una foresta di balconi di cemento. Tra queste trivialità architettoniche, il Bastione e il Castello, come il Partenone, sono un’apparizione inaspettata e felice. Ti abbraccio. Costantino

foto-090-dicomano-2-017La cartolina a Tonina (Tonia, scrive Nivola), figlia della sorella Maria, e al marito Antonio Rusui è scritta in sardo. Ai due, che a Orani gestivano un bar, Nivola scrive: “Cagliari, 17 maggio 80. Tonia e Antoni istimaos, in sa profescione de Sant’Efisiu sas bellas zovanas in costumes de gala sun coladas caminande a passos de pudda abbizzandesi abbadiadas chin ispantu. Nos àna crepau in cara bulloncas maccas de cingomma. A menzus biere, ziu Titinu (Tonia e Antonio stimati, durante la processione di Sant’Efisio le belle giovani con i costumi di gala hanno sfilato a passo di gallina sentendosi osservate e ammirate. E ci hanno fatto scoppiare in faccia le bolle con la gomma da masticare. Arrivederci a presto. Zio Titino”.)

foto-092-dicomano-2-005A Bender Nivola scrive in inglese: “Caro Richard, l’architettura che amo di più a Cagliari è quella che non esiste, negli spazi vuoti, dove in questa stagione sbocciano i papaveri e i carciofi selvatici. I migliori auguri. Tino”

Dello stesso tenore è anche la cartolina indirizzata a Miriam Chiaromonte a Roma. “Cara Miriam, come nella Russia di Tolstoi quando si parlava tanto in francese per dire poco, a Cagliari si foto-091-dicomano-2-008parla molto – e assai bene – in italiano anche se per dire ancora meno. Si vede che ciò che veramente conta si può dire, magari brontolando, soltanto nella lingua materna. Con affetto Titino. Cagliari 17 maggio 1980”.

L’opera è la sintesi dell’uomo Nivola, con l’utilizzo delle tre lingue a lui congeniali (sardo, italiano e inglese) e con le cartoline alla moglie, ai parenti di Orani, al decano di Berkeley (quell’anno Nivola insegnava lì) all’amica Miriam Rosenthal, moglie di Nicola Chiaromonte, un intellettuale italiano che, come Nivola, era scappato prima in Francia poi negli Usa per le sue idee ostili al fascismo.

Dalle cartoline emerge chiaramente anche una sottile “antipatia” per Cagliari, che in quell’anno vede Nivola esporre alla Galleria Arte Duchamp e che, in quel momento, rappresenta la punta più avanzata della Sardegna che cambia e non risponde più ai canoni dell’artista: l’irriverenza delle ragazze in costume che fanno le bolle col chewing-gum, i discorsi vuoti in italiano e la selva di balconi e il cemento che riempie tutti gli spazi.

(Brano tratto dal mio libro “Il Nivola ritrovato”, Nardini Editore, Firenze 2012)

Italiani a Harvard

italiani a harvard 284Costantino Nivola è morto nel 1988 e, a quasi trent’anni dalla sua scomparsa, l’interesse sulla sua figura e sulla sua opera non accennano a diminuire.
Prova ne sia il libro “Italiani a Harvard. Costantino Nivola, Mirko Basaldella e il Design workshop (1954-1970)” che si va ad aggiungere alla numerosa pubblicistica comparsa negli ultimi anni sull’artista di Orani.
L’autore di questo testo, pubblicato nel luglio 2015 da Franco Angeli Editore, è Kevin McManus, docente di Istituzioni di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Contemporary Art presso la sede milanese di IES Abroad.

Nivola a Harvard

Nivola a Harvard

Come riportato nella presentazione, “il volume analizza l’attività didattica degli artisti Costantino Nivola (dal 1954 al 1957, e nel 1970) e Mirko Basaldella (1957-69) presso la Graduate School of Design della Harvard University, concentrando, in particolare, l’attenzione sul Design Workshop, fondato nel 1956 anche grazie al contributo di Nivola, suo primo direttore, e poi coordinato da Basaldella fino alla sua morte nel 1969”.
Siamo a Cambridge, Massachusetts, nel 1954 quando l’artista sardo Costantino Nivola riceve l’incarico di direttore del corso di “Fondamenti del Design”.
In quella che ancora oggi è considerata una delle più importanti università al mondo, in un dipartimento che contava tra le sue file alcuni dei più importanti progettisti, storici e teorici al mondo impegnati nel portare avanti gli ideali sviluppati in Germania nel Bauhaus, e ereditati direttamente dal grande maestro Walter Gropius, si diede vita a un’esperienza didattica destinata a lasciare un segno indelebile nell’arte e nella storia del design americano del secondo ‘900.
Quella del Design Workshop della Harvard University fu un’esperienza tutta italiana, diretta prima da Nivola (1956-57, e 1970) e poi dal collega Mirko Basaldella (1957-69) nell’ambito della Graduate School of Design. Questo laboratorio costituì una delle più interessanti applicazioni sul campo, oltre che degli insegnamenti del Bauhaus, di quell’idea di “learning by doing” (imparare facendo) che animava il mondo dei college fin dall’inizio del ‘900 e che da sempre aveva caratterizzato il percorso artistico e professionale di Nivola e Basaldella.
L’Autore, nel libro, spiega come tale aspetto influì sul perché un insegnamento legato al problematico concetto di “design” venne affidato ai due artisti italiani in un momento sto-rico in cui l’America, anche in campo culturale, aveva ormai assunto un ruolo da protagonista.
McManus, dopo un inquadramento storico e teorico relativo alla definizione di “design”, sottolinea l’ importanza di tale pratica per quanto riguarda i contenuti e le metodiche di insegnamento dell’arte nell’università americana, soprattutto in considerazione della grande importanza rivestita dall’applicazione del modello-Bauhaus.
Non a caso il volume sottolinea proprio la distanza che si venne a determinare tra l’arte prodotta dall’avanguardia americana e quella insegnata a livello universitario: due diverse formulazioni del “modernismo” che caratterizzava la produzione artistica del periodo.

Autoritratto di Mirko Basaldella

Autoritratto di Mirko Basaldella

Il lavoro di Nivola e Basaldella, ma anche di Bruno Munari, che fu invitato a Harvard nel 1967 dove tenne alcune lezioni, si colloca tra queste due tendenze, in una situazione che riesce a mediare tra una visione accademica, più legata al mondo delle università, e una più creativa, libera da vincoli teorici, in grado di spingersi verso nuovi e sperimentali terreni di ricerca.
Fu così che l’esperienza di Harvard divenne unica nel mondo dell’arte e del design in quanto, ispirandosi alla tradizione del Bauhaus e di Walter Gropius, permise a Nivola prima e a Basaldella poi, di portare avanti un insegnamento e una didattica in grado di incidere profondamente sulla cultura artistica americana del secondo dopoguerra, contribuendo così non poco alla formazione di diverse generazioni di artisti.
Un’esperienza che conferma ancora una volta il ruolo di primo piano svolto da Nivola e le sue grandi capacità organizzative e di comunicazione che, non a caso, lo porteranno ad essere uno dei pochi docenti nella storia ad aver insegnato presso ben quattro degli otto college dell’Ivy league, titolo che accomuna le otto più prestigiose ed elitarie università degli Stati Uniti d’America.