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Costantino Nivola: The Sandman

1 copertina lookLa rivista americana Look del 19 giugno 1951, tra servizi su Eleanor Roosvelt, articoli sulla caccia ai comunisti in America, cronache sulle ultime avventure cinematografiche di Dean Martin e Jerry Lewis, dedica ampio spazio a Costantino Nivola (1911-1988) e alla sua innovativa tecnica per realizzare sculture sulla sabbia: non a caso Nivola è definito “The Sandman”, l’uomo della sabbia, che in soli 20 minuti realizza sculture in riva al mare utilizzando “il gesso e una vivace immaginazione”.
Molti bagnanti abbronzati – scrive l’anonimo articolista – hanno costruito capolavori nella sabbia, solo per vedere la marea portarseli via. L’estate scorsa, l’artista sardo Costantino Nivola ha trovato un modo per portarsi a casa il suo lavoro. Versando gesso liquido nella forma che aveva scavato nella sabbia, Tino ha creato sorprendenti forme scultoree. I critici nell’attesa di vedere queste sculture nelle gallerie di New York, hanno già evidenziato la loro primitiva, intrinseca qualità, in netto contrasto con l’esuberante indole dell’artista”.
Siamo alle origini del “Sand-casting”, uno dei pochi contributi innovativi per quanto riguarda la scultura del ‘900, la tecnica ideata da Nivola che contribuì enormemente ad accrescere la popolarità dell’artista.

E siccome l’intuizione avvenne quasi per caso, mentre Nivola giocava in spiaggia con i figli, ecco che l’articolo spiega dettagliatamente (con tanto di foto) come eseguire un “Sand-casting”, se non per realizzare una scultura, almeno per divertirsi.

3 SANDMAN FOTO 21) Cerca un luogo pulito, inumidisci la sabbia e assicurati che la marea non arrivi. Tino, con la figlia Chiara che indossa un poncho, ha trovato un buon posto
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2) Con le mani dai dei colpetti sulla sabbia per renderla compatta. Raduna gli attrezzi: secchio, coltello, cazzuola e cucchiai
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3) Con il coltello disegna il contorno della scultura nella sabbia lisciata
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4) Scava la sabbia con un cucchiaio per fare lo stampo. Non scavare troppo in profondità.

7 SANDMAN FOTO 65) Riempi lo stampo con il gesso e, nell’attesa che si indurisca, puoi fare una nuotata veloce.

8 SANDMAN FOTO 76) Dopo 15 minuti, tira fuori la scultura e spazzola via la sabbia che è in più; il rivestimento di sabbia rimanen-te conferisce alla scultura l’aspetto simile a una pietra

9 SANDMAN FOTO 87) La tua soddisfazione sarà grande quanto quella di Tino quando vedrai il risultato.

L’articolo, con l’ausilio di alcune foto, illustra poi come Nivola utilizzi le sue opere.

La foto di apertura del servizio ritrae Nivola sulla spiaggia di Long Island con due sue opere appena realizzate: “Il Falco” e “La Dea

2 THE SANDMAN 1

Una delle foto inquadra uno scorcio della sala da pranzo di Nivola: a sinistra è visibile un dettaglio del murales realizzato da Le Corbusier nel 1950 durante uno dei suoi soggiorni a casa di Nivola, e alla parete una composizione di Saul Steinberg. La scultura colorata “La sposa” è fissata a due tubi ed è illuminata dal basso con una lampada realizzata utilizzando una costruzione-giocattolo, anche questa un’idea originale di Nivola: sfruttando le possibilità di incastro di una sorta di “meccano”, un gioco di costruzione per bambini, creava oggetti d’arredo e di uso pratico.

10 SANDMAN FOTO 9 bisIn un’altra foto, il figlio Pietro sorregge la scultura “Il Falco” mentre Nivola la fissa sul paravento di assicelle che divide il giardino in ambienti esterni, una di quelle strutture create da Nivola, in collaborazione con Bernard Rudosfky (1905-1988), che fecero di questo giardino un laboratorio di sperimentazioni architettoniche e artistiche.

11 SANDMAN FOTO 10Nell’ultima foto Tino indica la scultura “La vedova”, collocata vicino al barbecue, in uno spazio all’aperto dove un telaio in legno sorregge delle tapparelle di bambù per potersi riparare dal sole estivo.

12 SANDMAN FOTO 11Le foto illustrano i passaggi relativamente facili per riprodurre rapidamente sculture a basso costo con sorprendenti risultati grazie alla porosità dovuta alla superficie sabbiosa. L’autore dell’articolo alla fine osserva che: “anche se il gesso durerà un bel po’ al coperto, Nivola ora sta valutando le possibilità legate all’uso del calcestruzzo o di altri materiali più durevoli” da utilizzare in una “spiaggia assolata” che l’Artista definisce “lo studio perfetto dello scultore: salutare, buona luce, affitto basso”.

Arnaldo Miniati: tra arte e cucina

Ceramica - 1953

Ceramica – 1953

Ho conosciuto Arnaldo Miniati (1909-1979), pittore e ceramista fiorentino, nel 1978 e per circa un anno ho frequentato il suo studio. Andavo da lui tutte le mattine e, visto che era stato colpito da una paresi, eseguivo commissioni e lo aiutavo nelle sue attività artistiche e letterarie. Ricordo che corressi le bozze del libro “Il Conventino”, un volume dove Miniati raccontava gli ambienti artistici fiorentini e la lotta al fascismo che venne pubblicato dalle edizioni Gonnelli. Tra i diversi “utilizzi”, Miniati mi fece anche posare per alcuni suoi dipinti; in particolare per un San Sebastiano che aveva le mie perfette sembianze e che, magari, ora è anche adorato in qualche luogo di culto.
Oltre che per la sua arte, Miniati aveva altre due grandi passioni: il sigaro e la cucina. Carattere burbero ma schietto, i sigari li voleva acquistati solo dal tabacchino di Porta Romana (che evidentemente conosceva bene i suoi gusti). Per le sue commissioni mi spostavo in bici e una volta, da Porta Romana mi toccò pedalare sino al mercato di San Lorenzo per andare da uno specifico pollaiolo ad acquistare creste e bargigli di pollo da utilizzare per preparare il cibreo, tipico piatto fiorentino.
miniati dedica189Di quel periodo conservo sempre una cartella, curata da Romolo De Martino, che raccoglie disegni di Miniati e testi dei suoi amici poeti: Carlesi, Gatto, Luzi, Montale, Palazzeschi e Parronchi. Nel frontespizio la dedica “A Angelo Mereu ricordando la bella isola sarda…”, quell’isola che aveva lasciato un segno nelle esperienze di Miniati, come ebbe a scrivere lui stesso quando diede voce alla sua passione per la cucina nel volume “Storie di cucina”, pubblicato nel 1971 come settimo quaderno, supplemento a Giornale di Bordo, pubblicazione di cultura e arte curata dal libraio antiquario Alberto Maria Fortuna. Il volume era accompagnato anche da una cartella (con presentazione di Mario Luzi) contenente otto disegni di Miniati legati al tema del cibo.

Foglia di cavolo e pere gialle - 1968

Foglia di cavolo e pere gialle – 1968

E quelle raccontate da Miniati, come giustamente sottolineava Sergio Baldi nella premessa, erano “storie” e non “ricette”. In ogni pagina, infatti, raccontava i piatti inserendoli in un contesto di storie vissute personalmente nelle sue esperienze di vita.
Tra le altre storie Miniati ne racconta alcune ambientate in Sardegna, regione che aveva visitato negli anni ’50 e dove, durante la guerra, a La Maddalena, aveva servito la Regia Marina.
Un racconto di Miniati riguarda una cena a base di cinghiale a Villacidro: “Arrivai dal mio ospite anticipando i tempi e vi trovai tutte le donne, figlie, serve e padrona, sedute sui calcagni, accoccolate di fronte a un gran camino che era basso, appena un mattone in più dell’impiantito.
Ognuna aveva in mano uno spiedo che nella punta aveva infilato un pezzo di cinghiale. Il fuoco era senza fiamma, fatto con della radica d’ulivo.
Il segreto di quella cottura era la scelta del taglio, la grossezza del pezzo, il rigirarlo con mani sapienti, tenerlo esposto al fuoco, qualche parte di più, qualcuna meno; un lavoro paziente da artigiano”. E il “lavoro artigiano” diede i suoi frutti visto che una volta ultimata la cottura “ogni donna con il suo spiedo si alzò, posò sul pane, insieme a una coltella, il pezzo di cinghiale cotto. Io ebbi una mezza costata, cotta così perfetta che ne debbo ancora rimangiare; tagliavo fette succulente e ogni tanto sbocconcellavo quella grande ostia che mi serviva, oltre che per mangiare, da scodella”.

Paesaggio - 1971

Paesaggio – 1971

Che dire poi dell’agnello mangiato in Campidano, “una delizia, un sapore che non avevo mai sentito”, o della pastasciutta alla ricotta mangiata a Chilivani: “grandi ciotole di terra, grandi come catini, traboccavano di una pasta fatta di grano duro e cotta assieme al latte; cesti di ricotta calda fatta in quel momento, vassoi di pecorino sardo grattugiato. Con mano pratica alla giusta dosatura, come fosse un rito, il capo famiglia gettava nei catini ricotta e cacio”.
Miniati racconta di altri episodi sardi a Chilivani, a Gonnosfanadiga, nel Campidano, ed esalta sempre la delizia e la semplicità della cucina isolana.
Come quando racconta una storia di “quando durante la guerra fui sbattacchiato a La Maddalena”. “Uscivo avanti l’alba su due rimorchiatori d’alto bordo – scrive Miniati – che si tiravano dietro una rete pesante a strascicare, si pescava le mine che non c’eran sempre, ma sempre c’era, ritirando su la rete, pesce in abbondanza, a non finire”.
E quel pesce finiva regolarmente cucinato “in una spiaggia brulla di Caprera” dove veniva approntato un fuoco con arbusti di rosmarino, usando come unico condimento il sale trovato in qualche scoglio. Questa era la colazione alle otto del mattino. Il resto del pesce veniva poi consegnato a un soldato particolarmente bravo a cucinare e così era assicurato anche il pranzo.
Il ricordo di quel pesce e del suo gusto lasciò un segno indelebile, tanto che Miniati nel suo libro scrive “Ecco perché ritornando a Firenze non sono più stato al mercato del pesce e se un oste fiorentino lo propone lo guardo male che lo fo scappare”.

Frutta e ortaggi - 1935

Frutta e ortaggi – 1935

Un personaggio particolare Arnaldo Miniati, tipicamente fiorentino per il suo carattere burbero e polemico, attento, però, a tutto quello che costituiva novità e scoperta. Non a caso il suo libro “Storie di cucina” si apre con due consigli: “All’amico. Non commettere mai l’errore, trovandoti lontano dalla tua regione, di chiedere una specialità della tua terra.
All’oste. Smetti di fare i piatti internazionali che trovi in tutte le città del mondo. Sii geloso delle specialità della tua terra, adopra i suoi prodotti e stai attaccato alla sua tradizione. Ti consento solo di metterci un po’ del tuo sapere
”.

Luigi Enrico Caldanzano tra grafica e arte

Autoritratto - 1917

Autoritratto – 1917

Luigi Enrico Caldanzano (Cagliari 1880 – Genova 1928) può essere considerato, a pieno titolo, uno dei massimi esponenti per quanto riguarda l’arte dell’affiche pubblicitaria.
Caldanzano, trasferitosi a Milano nel 1910, iniziò a lavorare come grafico presso le Officine Grafiche Ricordi al fianco di prestigiosi cartellonisti come Marcello Dudovich e Leopoldo Metlicovitz. In quel periodo realizzò alcune copertine d’ispirazione sarda per la rivista “Ars et Labor”, copertine per spartiti musicali, manifesti per opere teatrali, ecc. Fu anche tra i primi a cimentarsi nella nascente cartellonistica legata al cinema e, nel 1914, ebbe modo di lavorare, in felice sintonia con Metlicovitz, alla serie di manifesti per il film Cabiria di Giovanni Pastrone.

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Risalgono a quegli anni anche numerosi pastelli con vedute e scorci di Cagliari che l’editore Dessì utilizzò per realizzare una serie di 12 cartoline illustrate.

CALDANZANO CAGLIARI VIA DELLA MARINA 024 CALDANZANO GIARDINO DELLA STAZIONE E PALAZZO MUNICIPALECome illustratore collaborò alla rivista “Sardegna“, diretta dall’amico Attilio Deffenu, per il quale mise a disposizione anche la sua esperienza per aiutarlo a superare le difficoltà tecniche inerenti la stampa del mensile.
Caldanzano si cimentò anche nella pittura nella quale non riuscì, però, a dare il meglio di sé.
Durante la prima guerra mondiale venne ferito e trascorse la convalescenza a Roma dove frequentò lo studio del giornalista Pasquale Marica e conobbe altri illustratori sardi, come Tarquinio Sini e Mario Mossa De Murtas. Tornato in Sardegna, intraprese un viaggio a piedi e a cavallo all’interno dell’isola, raccogliendo studi di figura e di paesaggio. Nel 1919 realizzò la copertina per il volume di Stefano Susini “Intrepidi sardi” che conteneva un’ode alla Brigata Sassari. Il disegno riproduceva l’impugnatura di una baionetta con avvolto un nastro bianco e rosso, i colori della Brigata Sassari. Sul frontespizio della pubblicazione veniva precisato che la copertina era stata realizzata dal pittore Gigino Caldanzano “invalido di guerra“. caldanzano luigi intrepidi sardi

Nel 1920 Caldanzano sposò Lorenzina Serra, nata a Oristano ma residente a Genova e si stabilì in questa città dove riprese l’attività di grafico pubblicitario, eseguendo numerosi manifesti e tavole per diverse aziende.
Sorpreso da un temporale mentre si trovava a dipingere nella Riviera di Levante, si ammalò di broncopolmonite e, a soli 48 anni, morì nel gennaio del 1928.
Dopo la sua morte fu costituito a Cagliari un comitato che organizzò una grande mostra di suoi lavori che ne ripercorreva la carriera di cartellonista.

caldanzano copertina 094Un’altra grande mostra dedicata a Caldanzano si è tenuta da dicembre del 1993 a febbraio del 1994 presso il museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova. Per approfondire la conoscenza sull’Artista si consiglia la lettura e la visione del catalogo di quella mostra: Guido Giubbini (a cura di) “Luigi Enrico Caldanzano: un artista fra pittura e pubblicità”, Marco Sabatelli Editore – Savona, 1993

BAKISFIGUS, GRAFICO E ILLUSTRATORE

Figus in un'autocaricatura degli anni '70

Figus in un’autocaricatura degli anni ’70

Bachisio Secondo Figus, meglio noto come Bakisfigus era nato ad Abbasanta il 18 marzo del 1905. Ricorre, quindi, quest’anno il 110° anniversario della sua nascita.
Figus inizia giovanissimo la sua carriera: a soli 24 anni, nel 1929, partecipa alla Sindacale d’arte di Sassari e alla prima Mostra della Primavera Sarda a Cagliari dove viene citato in un articolo di Remo Branca insieme ad altri “giovanissimi dei quali è prematuro discutere”.
Negli anni ’30 si trasferisce a Milano e inizia a lavorare nella nascente industria della pubblicità dove ha modo di mettere in evidenza un originale stile figurativo fatto di linee e forme essenziali caratterizzate da vaste aree di colore piatto.

Bozzetto di Bakisfigus per Ramazzotti (anni '30)

Bozzetto di Bakisfigus per Ramazzotti (anni ’30)

In questo periodo realizza bozzetti per la pubblicità del liquore Ramazzotti, illustrazioni per le confezioni dei fiammiferi Saffa, la pubblicità del sapone Sole. Sempre in quegli anni realizza alcuni bozzetti commemorativi per l’Aeronautica Militare, tra cui quelli in ricordo dell’aviatore Francesco Baracca.
Nella sua attività di grafico e illustratore raggiunge livelli di vera e propria maestria nell’illustrazione di cartoline postali: si devono al suo estro creativo alcune serie di cartoline degli editori Garanzini e Tognoli, che riproducono soggetti ispirati al folclore sardo e al folclore emiliano.

BAKISFIGUS ILLORAI 029BAKISFIGUS DESULO 033 BAKISFIGUS ORGOSOLO 037BAKISFIGUS NUORO 035Per alcuni anni realizza le illustrazioni pubblicitarie per il dentifricio Odol, ampiamente utilizzate sino ai primi anni ‘40, caratterizzate dall’esclusivo utilizzo dei colori nero e blu.

bakisfigus odol 12bakisfigus odol 04bakisfigus odol 01 346bakisfigus aeroshell 347Grande successo ebbe anche la pubblicità per il lubrificante Aeroshell, apparsa per la prima volta sulla rivista “Le Vie d’Italia” del Settembre 1933, e utilizzata per lungo tempo.
bakisfigus costruire 1bakisfigus costruire 2bakisfigus costruire 4bakisfigus costruire 3

A Bakisfigus si deve anche la realizzazione di alcune copertine per la rivista “Costruire” del 1936 che, come sottotitolo, recitava: “pagine di pensiero e di azione fascista”. Nella rivista, diretta da Dario Lischi, la grafica di Bakisfigus è, come al solito, pulita e lineare con un limitato numero di colori utilizzati in grandi campiture di tinte uniformi. I temi delle copertine, ovviamente, sono ispirati alla più pura e retorica propaganda del regime.
bakisfigus tripolitania felix 394Con la copertina del volume “Tripolitania Felix” (Pisa, 1937) continua la collaborazione tra Dario Lischi e Figus. La copertina del libro è caratterizzata dallo stile inconfondibile dell’illustratore, ispirato da motivi africani cari a quel pensiero coloniale dominante nel 1937. E d’altronde non poteva essere altrimenti, visto che lo scrittore e giornalista Dario Lischi ,“Darioski” nei suoi numerosi scritti e nei suoi libri, si era sempre distinto per una fiera e convinta esaltazione del pensiero coloniale, tanto che, nel 1935, era stato nominato “Grande Ufficiale del Regno”.
Nel dopoguerra Bakisfigus continua la sua attività di illustratore sino a che, negli anni Sessanta, non rientra in Sardegna dove dà vita al “Laboratorio di creazioni artistiche pubblicitarie Bakisfigus”. Nei primi anni ‘70 si stabilisce a Zerfaliu in provincia di Oristano, dove risiede sino al 1987. Si spegne a Oristano nel dicembre del 1990.

REMO BRANCA E LA “BIBLIOGRAFIA DELEDDIANA”

bibliografia deleddiana copertina 079  Remo Branca (Sassari 1897 – Roma 1988), artista, scrittore e critico cinematografico, frequentò la scrittrice Grazia Deledda con la quale intrattenne un solido rapporto d’amicizia. Grande conoscitore della Deledda, Branca, nel 1938, due anni dopo la morte della scrittrice, pubblicò il volume “Bibliografia Deleddiana” per le edizioni “L’Eroica” di Milano.
Il volume, oltre a rappresentare un vero atto di venerazione di Remo Branca verso Grazia Deledda, analizza in maniera puntigliosa tutti i lavori della scrittrice (“350 novelle … 30 racconti … 8 fiabe … poco più di 15 bozzetti … 35 romanzi”), fornendo una bibliografia esaustiva, arricchita da un’appendice che raccoglie l’elenco completo (oltre 250 scritti) delle recensioni che, a partire dalla prima del 1889, furono dedicate alle opere della Deledda.
bibliografia deleddiana ritratto 1890bibliografia deleddiana ritratto BrancaIl volume (la copia in mio possesso riporta la dedica autografa di Branca a Ugo Ojetti) contiene la riproduzione di una stampa del 1890, che costituisce il primo ritratto (bruttino) pubblicato della scrittrice, e un disegno di Branca (bruttino anche questo) che mostra la Deledda quando aveva 65 anni. Nel libro sono intercalate, inoltre, alcune tavole con disegni di Remo Branca raffiguranti importanti luoghi deleddiani legati a Nuoro e ad alcune località dell’interno della Sardegna che hanno inciso fortemente nell’ambientazione dei romanzi della scrittrice.
Eccoli questi disegni, riprodotti con le didascalie descrittive compilate da Branca per meglio comprendere i luoghi e il peso che questi hanno avuto nell’ispirare la vena narrativa di Grazia Deledda.

bibliografia deleddiana copertina 081bibliografia deleddiana copertina 082bibliografia deleddiana copertina 083bibliografia deleddiana copertina 084bibliografia deleddiana copertina 085bibliografia deleddiana copertina 086bibliografia deleddiana copertina 087

La Scuola di Atene a Cambridge

Una parete bianca e una porta.
Questo è lo scenario che si presentò a Costantino Nivola quando, alla fine degli anni ’70, da parte dello studio di Architettura Cambridge Seven Associates di Cambridge, gli venne commissionato un murales per gli uffici siti al numero 1050 sulla Massachusetts Avenue.
Una parete bianca dove la porta d’accesso alle scale d’emergenza dello stabile rischiava di essere un elemento di disturbo e che necessariamente doveva essere “coinvolta” nella stesura definitiva dell’opera, diventandone anzi un elemento caratterizzante.

Nivola studia, riflette e ad un tratto la geniale intuizione: dagli scrigni della memoria riaffiora una soluzione analoga, già magistralmente risolta da un grande artista del passato. In quel momento Costantino Nivola vede il murales finito che abbraccia tutta la parete, sviluppando un racconto di forme e colori che trova degna conclusione aggirando la porta e facendola diventare tutt’uno con la sua idea.
Raffaello Stanza della SegnaturaNella mente di Nivola si palesano e iniziano a prendere vita le forme e i colori dell’affresco “La Scuola di Atene”, dipinto nelle stanze vaticane tra il 1509 e il 1510, da Raffaello Sanzio.
Nivola, in innumerevoli bozzetti a carboncino o con inserti cromatici, reinterpreta le figure e le volumetrie dipinte da Raffaello: la parete si riempie e il disegno aggira quella porta che diventa parte integrante della costruzione pittorica, così come aveva fatto Raffaello nelle stanze vaticane quando la inglobò tra le architetture dipinte.

E’ in questo modo che mi piace pensare sia avvenuta la genesi del murales realizzato da Nivola al numero 1050 della Massachusetts Avenue di Cambridge negli Stati Uniti.
E così mi piace pensare quando guardo uno dei suoi bozzetti, acquistato in un’asta americana, che ora campeggia su una parete del mio studio a Firenze.

nivola mereu bozzettoUno di quei bozzetti che hanno contribuito alla nascita del murales e che, unitamente ai tanti altri esistenti (sono ben otto quelli in possesso dell’architetto Peter Chermayeff) testimoniano della grande capacità creativa di Nivola, in grado di trarre ispirazione ma anche di confrontarsi con un’opera collocata nell’Olimpo dell’Arte come “La Scuola di Atene” di Raffaello.

nivola chermayeff bozzetto grande 1

nivola chermayeff bozzetto grande 2

nivola chermayeff bozzetto piccolo 1 bisnivola chermayeff bozzetto piccolo 2nivola chermayeff bozzetto piccolo 3nivola chermayeff bozzetto piccolo 4nivola chermayeff bozzetto piccolo 5nivola chermayeff bozzetto piccolo 7Il risultato dell’operazione artistica di Nivola, oltre che coraggioso, è stupefacente ed emozionante per la sfida intrapresa e per quello che è riuscita a produrre.
Nivola, che forse per la prima volta si confronta con un’opera classica, trasforma i diversi personaggi de “La Scuola di Atene” in forme stilizzate, scultoree che comunque, nella composizione del graffito, mantengono una riconoscibile identità, quasi una traccia genetica rispetto al dipinto di Raffaello.

Murales image1Murales image2Murales image3Murales image4Un risultato che dimostra come l’Arte sia universale e non abbia tempo. L’Arte che nasce, cresce, si sviluppa, si muove e si trasforma, stimola sensazioni e genera emozioni. L’Arte che viaggia veloce come un’idea, come un raggio di luce e, partendo dalle stanze vaticane romane del 1500, è capace di approdare persino negli uffici di uno studio di architettura a Cambridge, negli Usa, negli anni ’70 del Novecento.

 

Nelle foto:

Stanze vaticane – la Stanza della Signatura con gli affreschi di Raffaello, il bozzetto di proprietà Mereu, gli otto bozzetti di proprietà Chermayeff, il murales realizzato a Cambridge – USA (foto di Kewsi Arthur di Cambridge 7 )

Un ringraziamento di cuore a Claire Nivola e a Peter Chermayeff per la grande gentilezza e disponibilità.

SVEGLIATEVI SARDI!

FaticoniAnche se non arriva a essere una nevrosi, è un sentimento di nostalgia. Sento la necessità di tornare. Mi muovo comodamente in qualsiasi ambiente, ma come la sento in Sardegna non l’ho mai sentita in alcun altro luogo, la sensazione di appartenenza: di natura, di affinità col clima, piante, natura, biologia. Se passo per la Sardegna in auto, mi vedo coricato in qualsiasi posto, e in quel posto come parte integrante. Sensazione di appartenere atavicamente“.
Questa è la risposta di Costantino Nivola a Mario Faticoni che gli chiedeva: “Che sentimenti ha per la Sardegna in questi anni?”.
Questa e altre domande e risposte oggi possiamo leggerle in un piccolo volume, “Svegliatevi Sardi!“, che raccoglie un intervista al grande artista di Orani, fatta da Faticoni a New York nel 1978.
L’intervista, rimasta per tutti questi anni chiusa in un cassetto, è ora disponibile grazie alla casa editrice AM&D Edizioni di Cagliari che, nel 2013, l’ha pubblicata nella collana “I Piccoli Griot”. Il volumetto costa 8 euro ed è costituito da 73 pagine di cui alcune fotografiche, con foto di Nivola e vedute di New York scattate dallo stesso Faticoni.
Mario Faticoni, giornalista e attore (è stato, dagli anni ’60 in poi, uno dei protagonisti della nascita del teatro in Sardegna), bene ha fatto a pubblicare l’intervista a Nivola che, a quasi quarant’anni di distanza, appare ancora attuale, soprattutto per la lucida visione dell’artista rispetto ai problemi della sua terra che, in massima parte, sono ancora irrisolti o malamente affrontati.
Nella prefazione, Faticoni scrive: “Nivola parla a dirotto, con passione e candore. Denuncia la mancata opera su Gramsci ad Ales, l’infatuazione per la civiltà esterna, la superstrada rettilinea in stile olandese, il disamore dei sardi per la propria terra, il tradimento della lingua, uno spirito ancora intriso di crudeltà, l’insensibilità estetica, l’assenza di poesia, la sciatteria nel costruire, “ovili come porcili”, plastica al posto dei cesti, alberi tagliati…
Ma la denuncia ha un tono dolce, sereno:“La loro non è ostilità, è indifferenza”. E quando dice “Vi fate fare queste cose”, c’è sorriso, bontà, come dire: “Sbagliate, ma vi potete correggere, se volete”. Il viso è sereno, la voce lieve, si è a tavola, si mangia.
E non è la levità disincantata dell’emigrato. Altri emigrati non hanno questa voce … La voce di Nivola è di un dolore distillato, voce paziente di un’esigua speranza, dell’uomo bambino che racconta Orani, dell’uomo incantato dalla vita, che di notte si fonde con la sua terra sdraiato su un prato“.
Un libro che aggiunge un altro piccolo tassello per conoscere e comprendere meglio l’uomo e l’artista Nivola. Un libro da comprare e da leggere!

Giuseppe Verzocchi tra industria e arte

 

Il logo "V&D" in un'opera di Depero

Il logo “V&D” in un’opera di Depero

Giuseppe Verzocchi (1887-1970)era un industriale nato a Forlì.
Costruì la sua fortuna grazie a una fabbrica di mattoni refrattari, la “V&D”, con sede a La Spezia, dove dava lavoro a oltre 280 operai.
Verzocchi era anche un grande appassionato d’arte e tale passione lo spinse a sviluppare un progetto che esaltasse il lavoro umano e che coinvolgesse i principali artisti contemporanei.
Fu così che contattò i protagonisti della pittura italiana invitandoli a dipingere un quadro sul tema del lavoro. Unici vincoli il formato della tela (90 x 70), l’obbligo di far comparire nel dipinto un mattoncino refrattario con la sigla della sua azienda “V&D” e l’obbligo di accompagnare il dipinto con un autoritratto dell’artista.

Verzocchi e la sua collezione

Verzocchi e la sua collezione

All’invito di Verzocchi risposero 72 artisti tra i maggiori protagonisti dell’arte contemporanea italiana (Carrà, De Chirico, Guttuso, Rosai, Sironi, Vedova, De Pisis, Depero, Vittorini, Tosi, Campigli e altri): nacque così un’originale e importantissima collezione, testimonianza delle principali tendenze artistiche italiane del ‘900.
Nel 1961, il 1° maggio, Festa del Lavoro, Giuseppe Verzocchi donò la sua collezione a Forlì, sua città natale, dove attualmente è ospitata e visitabile presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea presso il Palazzo Romagnoli.
Tra i vari artisti che risposero all’invito di Verzocchi, figurano anche il sardo/milanese Aligi Sassu, il sassarese Mario Sironi e Francesco Menzio, pittore originario di Tempio Pausania, attivo soprattutto a Torino.

Autoritratto di Francesco Menzio

Autoritratto di Francesco Menzio

Francesco Menzio (Tempio Pausania 1899-Torino 1979) è presente con il dipinto “lo studio”. “Dovendo scegliere un soggetto per rappresentare il lavoro – scrive Menzio a Verzocchi – mi sono tenuto a quello che ho di continuo sotto gli occhi, e ho dipinto la mia famiglia nello studio nei felici momenti di silenzio, quando ognuno, grande o piccino, è occupato, assorbito completamente da ciò che sta facendo o dal proprio pensiero. È questo un soggetto che io amo: e mi piace assai dipingere gli oggetti ed i luoghi del mio studio. Dire il perché del tavolo nel mezzo? Del pavimento rosso? Ho cercato di avere un disegno continuo che occupasse giustamente tutta la superficie e che il colore vi si adattasse bene; poi ho lasciato che la mano si muovesse il più possibile a suo talento”.

Francesco Menzio, "Lo studio"

Francesco Menzio, “Lo studio”

Ernst Hacker artista e incisore

Il Mercatino delle Pulci in Piazza dei Ciompi, a Firenze, con i suoi 28 stand è una delle mie mete preferite quando c’è da rovistare tra vecchi libri e oggettistica varia.
Mi è capitato, in passato, di trovare qualche rarità e mi capita spesso di trovare qualcosa (un libro, una cartolina, una stampa…) che colpisce il mio interesse e la mia curiosità.
È successo anche lo scorso 30 marzo, ultima domenica del mese, quando in Piazza dei Ciompi si è svolto il mercatino mensile dell’antiquariato che ospita un centinaio di espositori.
hacker bustaRovistando in uno scatolone di vecchie lettere e cartoline, ho notato una piccola busta (cm 13 x 10,5) dove il nome del mittente, Ernst Hacker, era accompagnato da un monogramma raffigurante un omino stilizzato che dipinge.
All’interno della bustina una piccola incisione su carta di riso, firmata Ernst Hacker e raffigurante un gattone che ha catturato un soldato armato di fucile e baionetta.
hacker incisionePer pochi spiccioli ho comprato la bustina.
Tornato a casa ho avviato una ricerca in rete e ho scoperto che Ernst Hacker è stata una figura importante per il mondo dell’arte e dell’incisione e, in particolare, un importante tramite per la conoscenza degli artisti giapponesi in occidente.
Ernst Hacker, ebreo, nato a Vienna nel 1917, studiò presso l’Accademia di Belle Arti di quella città dove frequentò anche la facoltà di ingegneria. Nel 1938, a causa dell’avvento del nazismo, lasciò l’Austria e si trasferì negli USA.

Ernst Hacker nel 1946

Ernst Hacker nel 1946

A New York frequentò la American Artists School ove perfezionò la tecnica dell’incisione xilografica ispirandosi, soprattutto, ai movimenti espressionisti europei. In questa scuola conobbe l’artista Lucia Vernarelli (1920-1995) che diventò sua moglie.
Ottenuta la cittadinanza americana, nel 1946 si arruolò nell’esercito e fu inviato a Manila e poi in Giappone. Qui si interessò delle tecniche incisorie giapponesi ed entrò in contatto con l’artista Onchi Koshiro (1891-1955) con il quale stringerà un forte legame d’amicizia.

Hacker con la famiglia di Onchi Koshiro nel 1946

Hacker con la famiglia di Onchi Koshiro nel 1946

Durante la sua permanenza in Giappone Hacker acquisì numerose opere di incisori giapponesi, tra cui diverse di Munakata Shiko (1903-1975), uno dei principali artisti giapponesi del dopoguerra.
Tornato negli USA, iniziò a utilizzare le tecniche della xilografia giapponese e continuò la sua ricerca artistica.
Nel 1974 Hacker si trasferì in Italia, a Firenze, dove soggiornò per diversi anni. Morì nel 1987 dopo una lunga malattia.

Hacker: Autoritratto con la cupola del Duomo di Firenze

Hacker: Autoritratto con la cupola del Duomo di Firenze

La vedova, Lucia Vernarelli, nel 1994, ha donato la raccolta delle stampe giapponesi di Hacker al British Museum di Londra.
La collezione è stata utilizzata dal museo nel 2002 per la grande mostra “Stampe giapponesi durante l’occupazione alleata, 1945 – 1952” . La mostra, oltre a celebrare l’opera dei giapponesi Koshiro e Shiko, ha dato ampio spazio anche alle incisioni di Ernst Hacker.

 

Nivola a Harvard

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Una foto acquistata su Ebay ritrae lo scultore Costantino Nivola (1911-1988) sorridente e il figlio Pietro davanti al murale, appena ultimato, nella mensa della Quincy House dell’Università americana di Harvard. Scattata da un fotografo dell’agenzia fotografica UPI (United Press International), riporta la data del 16/09/1959 anche se l’opera venne realizzata da Nivola nell’agosto del 1959, nell’arco di una sola giornata.
nivola harvard177Nel retro della foto un appunto dattiloscritto riassume le informazioni poi puntualmente riprese dal giornale The Harvard Crimson, quotidiano del College di Harvard, nel numero del 21 settembre 1959, che così da notizia dell’evento: “lo scultore sardo Costantino Nivola ha realizzato due opere per la nuova ala del Quincy House. Il suo graffito – una combinazione di affresco e incisione su stucco bianco – adorna la parete ovest della sala principale, mentre un bassorilievo di Nivola è stato collocato sul muro che separa il vano scale dalla sala da pranzo.
Il graffito, che l’artista e il suo figlio quindicenne Peter hanno completato in un giorno di lavoro nel mese di agosto, è di 30 piedi di larghezza e 16 piedi di altezza. L’artista ha eseguito il suo lavoro seguendo una squadra di stuccatori che stendevano uno strato di intonaco bianco sopra la parete nera. Nivola prima ha delineato le sue figure con la pittura e con un pennello sottile. Poi lui e suo figlio hanno riempito i contorni con il blu intenso, il giallo e l’arancio. Infine Nivola ha graffito linee profonde attraverso i colori e l’intonaco, sino a giungere alla parete nera.
Il bassorilievo, invece, è stato realizzato all’inizio dell’anno nello studio di Nivola a Long Island ed è stato spedito a Cambridge in sezioni. Il lavoro è stato poi montato sulla parete dove è stato fissato con cemento e con bordure di ottone per legare insieme i pezzi”.
QuincyHouseLo stile del Graffito rientra nella tecnica già sperimentata da Nivola anche nel decoro della facciata della chiesa di Sa Itria a Orani (1958), con lo strato di intonaco bianco steso sopra un intonaco scuro, in modo da far dettaglio muralesrisaltare le figure incise e con, in più, rispetto a Orani, l’aggiunta di zone colorate a colori vivaci.
Il bassorilievo, invece, è un classico sand-casting realizzato da Nivola seguendo la tecnica da lui inventata, quella che il critico d’arte Gillo Dorfles definì “negativizzazione dell’impronta”, e che consisteva nell’eseguire una colata di cemento su figure in negativo realizzate nella sabbia.
Il graffito, anche se ancora visibile nella sua collocazione originaria, non ha mai goduto di grande apprezzamento. Nella pubblicazione “Quincy House, Its Art and Architecture” apparsa nel 1969 per commemorare i 10 anni della struttura, ad esempio, si parla di “reazioni di rabbia” per il graffito che viene definito come un “folle scarabocchio dipinto con le dita” e, ancora nel 2003, un articolo su The Harvard Crimson sottolinea che “gli oppositori del graffito saranno felici di sapere che esistono delle tende per coprirlo”.
murales OlivettiPer un’opera non apprezzata, comunque, c’è sempre un’opera che riscuote grande successo.
E proprio ad Harvard, nello Science Center, è possibile ammirare lo splendido bassorilievo realizzato originariamente da Nivola nel 1952 per lo show room della Olivetti a New claire nivolaYork. Dopo la chiusura del negozio nel 1970, il bassorilievo è stato smontato e rimontato ad Harvard dove è stato restaurato, nel 2002, per quanto riguarda le parti cromatiche, dalla figlia di Nivola, Claire.