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Luigi Enrico Caldanzano tra grafica e arte

Autoritratto - 1917

Autoritratto – 1917

Luigi Enrico Caldanzano (Cagliari 1880 – Genova 1928) può essere considerato, a pieno titolo, uno dei massimi esponenti per quanto riguarda l’arte dell’affiche pubblicitaria.
Caldanzano, trasferitosi a Milano nel 1910, iniziò a lavorare come grafico presso le Officine Grafiche Ricordi al fianco di prestigiosi cartellonisti come Marcello Dudovich e Leopoldo Metlicovitz. In quel periodo realizzò alcune copertine d’ispirazione sarda per la rivista “Ars et Labor”, copertine per spartiti musicali, manifesti per opere teatrali, ecc. Fu anche tra i primi a cimentarsi nella nascente cartellonistica legata al cinema e, nel 1914, ebbe modo di lavorare, in felice sintonia con Metlicovitz, alla serie di manifesti per il film Cabiria di Giovanni Pastrone.

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Risalgono a quegli anni anche numerosi pastelli con vedute e scorci di Cagliari che l’editore Dessì utilizzò per realizzare una serie di 12 cartoline illustrate.

CALDANZANO CAGLIARI VIA DELLA MARINA 024 CALDANZANO GIARDINO DELLA STAZIONE E PALAZZO MUNICIPALECome illustratore collaborò alla rivista “Sardegna“, diretta dall’amico Attilio Deffenu, per il quale mise a disposizione anche la sua esperienza per aiutarlo a superare le difficoltà tecniche inerenti la stampa del mensile.
Caldanzano si cimentò anche nella pittura nella quale non riuscì, però, a dare il meglio di sé.
Durante la prima guerra mondiale venne ferito e trascorse la convalescenza a Roma dove frequentò lo studio del giornalista Pasquale Marica e conobbe altri illustratori sardi, come Tarquinio Sini e Mario Mossa De Murtas. Tornato in Sardegna, intraprese un viaggio a piedi e a cavallo all’interno dell’isola, raccogliendo studi di figura e di paesaggio. Nel 1919 realizzò la copertina per il volume di Stefano Susini “Intrepidi sardi” che conteneva un’ode alla Brigata Sassari. Il disegno riproduceva l’impugnatura di una baionetta con avvolto un nastro bianco e rosso, i colori della Brigata Sassari. Sul frontespizio della pubblicazione veniva precisato che la copertina era stata realizzata dal pittore Gigino Caldanzano “invalido di guerra“. caldanzano luigi intrepidi sardi

Nel 1920 Caldanzano sposò Lorenzina Serra, nata a Oristano ma residente a Genova e si stabilì in questa città dove riprese l’attività di grafico pubblicitario, eseguendo numerosi manifesti e tavole per diverse aziende.
Sorpreso da un temporale mentre si trovava a dipingere nella Riviera di Levante, si ammalò di broncopolmonite e, a soli 48 anni, morì nel gennaio del 1928.
Dopo la sua morte fu costituito a Cagliari un comitato che organizzò una grande mostra di suoi lavori che ne ripercorreva la carriera di cartellonista.

caldanzano copertina 094Un’altra grande mostra dedicata a Caldanzano si è tenuta da dicembre del 1993 a febbraio del 1994 presso il museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova. Per approfondire la conoscenza sull’Artista si consiglia la lettura e la visione del catalogo di quella mostra: Guido Giubbini (a cura di) “Luigi Enrico Caldanzano: un artista fra pittura e pubblicità”, Marco Sabatelli Editore – Savona, 1993

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BAKISFIGUS, GRAFICO E ILLUSTRATORE

Figus in un'autocaricatura degli anni '70

Figus in un’autocaricatura degli anni ’70

Bachisio Secondo Figus, meglio noto come Bakisfigus era nato ad Abbasanta il 18 marzo del 1905. Ricorre, quindi, quest’anno il 110° anniversario della sua nascita.
Figus inizia giovanissimo la sua carriera: a soli 24 anni, nel 1929, partecipa alla Sindacale d’arte di Sassari e alla prima Mostra della Primavera Sarda a Cagliari dove viene citato in un articolo di Remo Branca insieme ad altri “giovanissimi dei quali è prematuro discutere”.
Negli anni ’30 si trasferisce a Milano e inizia a lavorare nella nascente industria della pubblicità dove ha modo di mettere in evidenza un originale stile figurativo fatto di linee e forme essenziali caratterizzate da vaste aree di colore piatto.

Bozzetto di Bakisfigus per Ramazzotti (anni '30)

Bozzetto di Bakisfigus per Ramazzotti (anni ’30)

In questo periodo realizza bozzetti per la pubblicità del liquore Ramazzotti, illustrazioni per le confezioni dei fiammiferi Saffa, la pubblicità del sapone Sole. Sempre in quegli anni realizza alcuni bozzetti commemorativi per l’Aeronautica Militare, tra cui quelli in ricordo dell’aviatore Francesco Baracca.
Nella sua attività di grafico e illustratore raggiunge livelli di vera e propria maestria nell’illustrazione di cartoline postali: si devono al suo estro creativo alcune serie di cartoline degli editori Garanzini e Tognoli, che riproducono soggetti ispirati al folclore sardo e al folclore emiliano.

BAKISFIGUS ILLORAI 029BAKISFIGUS DESULO 033 BAKISFIGUS ORGOSOLO 037BAKISFIGUS NUORO 035Per alcuni anni realizza le illustrazioni pubblicitarie per il dentifricio Odol, ampiamente utilizzate sino ai primi anni ‘40, caratterizzate dall’esclusivo utilizzo dei colori nero e blu.

bakisfigus odol 12bakisfigus odol 04bakisfigus odol 01 346bakisfigus aeroshell 347Grande successo ebbe anche la pubblicità per il lubrificante Aeroshell, apparsa per la prima volta sulla rivista “Le Vie d’Italia” del Settembre 1933, e utilizzata per lungo tempo.
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A Bakisfigus si deve anche la realizzazione di alcune copertine per la rivista “Costruire” del 1936 che, come sottotitolo, recitava: “pagine di pensiero e di azione fascista”. Nella rivista, diretta da Dario Lischi, la grafica di Bakisfigus è, come al solito, pulita e lineare con un limitato numero di colori utilizzati in grandi campiture di tinte uniformi. I temi delle copertine, ovviamente, sono ispirati alla più pura e retorica propaganda del regime.
bakisfigus tripolitania felix 394Con la copertina del volume “Tripolitania Felix” (Pisa, 1937) continua la collaborazione tra Dario Lischi e Figus. La copertina del libro è caratterizzata dallo stile inconfondibile dell’illustratore, ispirato da motivi africani cari a quel pensiero coloniale dominante nel 1937. E d’altronde non poteva essere altrimenti, visto che lo scrittore e giornalista Dario Lischi ,“Darioski” nei suoi numerosi scritti e nei suoi libri, si era sempre distinto per una fiera e convinta esaltazione del pensiero coloniale, tanto che, nel 1935, era stato nominato “Grande Ufficiale del Regno”.
Nel dopoguerra Bakisfigus continua la sua attività di illustratore sino a che, negli anni Sessanta, non rientra in Sardegna dove dà vita al “Laboratorio di creazioni artistiche pubblicitarie Bakisfigus”. Nei primi anni ‘70 si stabilisce a Zerfaliu in provincia di Oristano, dove risiede sino al 1987. Si spegne a Oristano nel dicembre del 1990.

REMO BRANCA E LA “BIBLIOGRAFIA DELEDDIANA”

bibliografia deleddiana copertina 079  Remo Branca (Sassari 1897 – Roma 1988), artista, scrittore e critico cinematografico, frequentò la scrittrice Grazia Deledda con la quale intrattenne un solido rapporto d’amicizia. Grande conoscitore della Deledda, Branca, nel 1938, due anni dopo la morte della scrittrice, pubblicò il volume “Bibliografia Deleddiana” per le edizioni “L’Eroica” di Milano.
Il volume, oltre a rappresentare un vero atto di venerazione di Remo Branca verso Grazia Deledda, analizza in maniera puntigliosa tutti i lavori della scrittrice (“350 novelle … 30 racconti … 8 fiabe … poco più di 15 bozzetti … 35 romanzi”), fornendo una bibliografia esaustiva, arricchita da un’appendice che raccoglie l’elenco completo (oltre 250 scritti) delle recensioni che, a partire dalla prima del 1889, furono dedicate alle opere della Deledda.
bibliografia deleddiana ritratto 1890bibliografia deleddiana ritratto BrancaIl volume (la copia in mio possesso riporta la dedica autografa di Branca a Ugo Ojetti) contiene la riproduzione di una stampa del 1890, che costituisce il primo ritratto (bruttino) pubblicato della scrittrice, e un disegno di Branca (bruttino anche questo) che mostra la Deledda quando aveva 65 anni. Nel libro sono intercalate, inoltre, alcune tavole con disegni di Remo Branca raffiguranti importanti luoghi deleddiani legati a Nuoro e ad alcune località dell’interno della Sardegna che hanno inciso fortemente nell’ambientazione dei romanzi della scrittrice.
Eccoli questi disegni, riprodotti con le didascalie descrittive compilate da Branca per meglio comprendere i luoghi e il peso che questi hanno avuto nell’ispirare la vena narrativa di Grazia Deledda.

bibliografia deleddiana copertina 081bibliografia deleddiana copertina 082bibliografia deleddiana copertina 083bibliografia deleddiana copertina 084bibliografia deleddiana copertina 085bibliografia deleddiana copertina 086bibliografia deleddiana copertina 087

La Scuola di Atene a Cambridge

Una parete bianca e una porta.
Questo è lo scenario che si presentò a Costantino Nivola quando, alla fine degli anni ’70, da parte dello studio di Architettura Cambridge Seven Associates di Cambridge, gli venne commissionato un murales per gli uffici siti al numero 1050 sulla Massachusetts Avenue.
Una parete bianca dove la porta d’accesso alle scale d’emergenza dello stabile rischiava di essere un elemento di disturbo e che necessariamente doveva essere “coinvolta” nella stesura definitiva dell’opera, diventandone anzi un elemento caratterizzante.

Nivola studia, riflette e ad un tratto la geniale intuizione: dagli scrigni della memoria riaffiora una soluzione analoga, già magistralmente risolta da un grande artista del passato. In quel momento Costantino Nivola vede il murales finito che abbraccia tutta la parete, sviluppando un racconto di forme e colori che trova degna conclusione aggirando la porta e facendola diventare tutt’uno con la sua idea.
Raffaello Stanza della SegnaturaNella mente di Nivola si palesano e iniziano a prendere vita le forme e i colori dell’affresco “La Scuola di Atene”, dipinto nelle stanze vaticane tra il 1509 e il 1510, da Raffaello Sanzio.
Nivola, in innumerevoli bozzetti a carboncino o con inserti cromatici, reinterpreta le figure e le volumetrie dipinte da Raffaello: la parete si riempie e il disegno aggira quella porta che diventa parte integrante della costruzione pittorica, così come aveva fatto Raffaello nelle stanze vaticane quando la inglobò tra le architetture dipinte.

E’ in questo modo che mi piace pensare sia avvenuta la genesi del murales realizzato da Nivola al numero 1050 della Massachusetts Avenue di Cambridge negli Stati Uniti.
E così mi piace pensare quando guardo uno dei suoi bozzetti, acquistato in un’asta americana, che ora campeggia su una parete del mio studio a Firenze.

nivola mereu bozzettoUno di quei bozzetti che hanno contribuito alla nascita del murales e che, unitamente ai tanti altri esistenti (sono ben otto quelli in possesso dell’architetto Peter Chermayeff) testimoniano della grande capacità creativa di Nivola, in grado di trarre ispirazione ma anche di confrontarsi con un’opera collocata nell’Olimpo dell’Arte come “La Scuola di Atene” di Raffaello.

nivola chermayeff bozzetto grande 1

nivola chermayeff bozzetto grande 2

nivola chermayeff bozzetto piccolo 1 bisnivola chermayeff bozzetto piccolo 2nivola chermayeff bozzetto piccolo 3nivola chermayeff bozzetto piccolo 4nivola chermayeff bozzetto piccolo 5nivola chermayeff bozzetto piccolo 7Il risultato dell’operazione artistica di Nivola, oltre che coraggioso, è stupefacente ed emozionante per la sfida intrapresa e per quello che è riuscita a produrre.
Nivola, che forse per la prima volta si confronta con un’opera classica, trasforma i diversi personaggi de “La Scuola di Atene” in forme stilizzate, scultoree che comunque, nella composizione del graffito, mantengono una riconoscibile identità, quasi una traccia genetica rispetto al dipinto di Raffaello.

Murales image1Murales image2Murales image3Murales image4Un risultato che dimostra come l’Arte sia universale e non abbia tempo. L’Arte che nasce, cresce, si sviluppa, si muove e si trasforma, stimola sensazioni e genera emozioni. L’Arte che viaggia veloce come un’idea, come un raggio di luce e, partendo dalle stanze vaticane romane del 1500, è capace di approdare persino negli uffici di uno studio di architettura a Cambridge, negli Usa, negli anni ’70 del Novecento.

 

Nelle foto:

Stanze vaticane – la Stanza della Signatura con gli affreschi di Raffaello, il bozzetto di proprietà Mereu, gli otto bozzetti di proprietà Chermayeff, il murales realizzato a Cambridge – USA (foto di Kewsi Arthur di Cambridge 7 )

Un ringraziamento di cuore a Claire Nivola e a Peter Chermayeff per la grande gentilezza e disponibilità.

SVEGLIATEVI SARDI!

FaticoniAnche se non arriva a essere una nevrosi, è un sentimento di nostalgia. Sento la necessità di tornare. Mi muovo comodamente in qualsiasi ambiente, ma come la sento in Sardegna non l’ho mai sentita in alcun altro luogo, la sensazione di appartenenza: di natura, di affinità col clima, piante, natura, biologia. Se passo per la Sardegna in auto, mi vedo coricato in qualsiasi posto, e in quel posto come parte integrante. Sensazione di appartenere atavicamente“.
Questa è la risposta di Costantino Nivola a Mario Faticoni che gli chiedeva: “Che sentimenti ha per la Sardegna in questi anni?”.
Questa e altre domande e risposte oggi possiamo leggerle in un piccolo volume, “Svegliatevi Sardi!“, che raccoglie un intervista al grande artista di Orani, fatta da Faticoni a New York nel 1978.
L’intervista, rimasta per tutti questi anni chiusa in un cassetto, è ora disponibile grazie alla casa editrice AM&D Edizioni di Cagliari che, nel 2013, l’ha pubblicata nella collana “I Piccoli Griot”. Il volumetto costa 8 euro ed è costituito da 73 pagine di cui alcune fotografiche, con foto di Nivola e vedute di New York scattate dallo stesso Faticoni.
Mario Faticoni, giornalista e attore (è stato, dagli anni ’60 in poi, uno dei protagonisti della nascita del teatro in Sardegna), bene ha fatto a pubblicare l’intervista a Nivola che, a quasi quarant’anni di distanza, appare ancora attuale, soprattutto per la lucida visione dell’artista rispetto ai problemi della sua terra che, in massima parte, sono ancora irrisolti o malamente affrontati.
Nella prefazione, Faticoni scrive: “Nivola parla a dirotto, con passione e candore. Denuncia la mancata opera su Gramsci ad Ales, l’infatuazione per la civiltà esterna, la superstrada rettilinea in stile olandese, il disamore dei sardi per la propria terra, il tradimento della lingua, uno spirito ancora intriso di crudeltà, l’insensibilità estetica, l’assenza di poesia, la sciatteria nel costruire, “ovili come porcili”, plastica al posto dei cesti, alberi tagliati…
Ma la denuncia ha un tono dolce, sereno:“La loro non è ostilità, è indifferenza”. E quando dice “Vi fate fare queste cose”, c’è sorriso, bontà, come dire: “Sbagliate, ma vi potete correggere, se volete”. Il viso è sereno, la voce lieve, si è a tavola, si mangia.
E non è la levità disincantata dell’emigrato. Altri emigrati non hanno questa voce … La voce di Nivola è di un dolore distillato, voce paziente di un’esigua speranza, dell’uomo bambino che racconta Orani, dell’uomo incantato dalla vita, che di notte si fonde con la sua terra sdraiato su un prato“.
Un libro che aggiunge un altro piccolo tassello per conoscere e comprendere meglio l’uomo e l’artista Nivola. Un libro da comprare e da leggere!

Giuseppe Verzocchi tra industria e arte

 

Il logo "V&D" in un'opera di Depero

Il logo “V&D” in un’opera di Depero

Giuseppe Verzocchi (1887-1970)era un industriale nato a Forlì.
Costruì la sua fortuna grazie a una fabbrica di mattoni refrattari, la “V&D”, con sede a La Spezia, dove dava lavoro a oltre 280 operai.
Verzocchi era anche un grande appassionato d’arte e tale passione lo spinse a sviluppare un progetto che esaltasse il lavoro umano e che coinvolgesse i principali artisti contemporanei.
Fu così che contattò i protagonisti della pittura italiana invitandoli a dipingere un quadro sul tema del lavoro. Unici vincoli il formato della tela (90 x 70), l’obbligo di far comparire nel dipinto un mattoncino refrattario con la sigla della sua azienda “V&D” e l’obbligo di accompagnare il dipinto con un autoritratto dell’artista.

Verzocchi e la sua collezione

Verzocchi e la sua collezione

All’invito di Verzocchi risposero 72 artisti tra i maggiori protagonisti dell’arte contemporanea italiana (Carrà, De Chirico, Guttuso, Rosai, Sironi, Vedova, De Pisis, Depero, Vittorini, Tosi, Campigli e altri): nacque così un’originale e importantissima collezione, testimonianza delle principali tendenze artistiche italiane del ‘900.
Nel 1961, il 1° maggio, Festa del Lavoro, Giuseppe Verzocchi donò la sua collezione a Forlì, sua città natale, dove attualmente è ospitata e visitabile presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea presso il Palazzo Romagnoli.
Tra i vari artisti che risposero all’invito di Verzocchi, figurano anche il sardo/milanese Aligi Sassu, il sassarese Mario Sironi e Francesco Menzio, pittore originario di Tempio Pausania, attivo soprattutto a Torino.

Autoritratto di Francesco Menzio

Autoritratto di Francesco Menzio

Francesco Menzio (Tempio Pausania 1899-Torino 1979) è presente con il dipinto “lo studio”. “Dovendo scegliere un soggetto per rappresentare il lavoro – scrive Menzio a Verzocchi – mi sono tenuto a quello che ho di continuo sotto gli occhi, e ho dipinto la mia famiglia nello studio nei felici momenti di silenzio, quando ognuno, grande o piccino, è occupato, assorbito completamente da ciò che sta facendo o dal proprio pensiero. È questo un soggetto che io amo: e mi piace assai dipingere gli oggetti ed i luoghi del mio studio. Dire il perché del tavolo nel mezzo? Del pavimento rosso? Ho cercato di avere un disegno continuo che occupasse giustamente tutta la superficie e che il colore vi si adattasse bene; poi ho lasciato che la mano si muovesse il più possibile a suo talento”.

Francesco Menzio, "Lo studio"

Francesco Menzio, “Lo studio”

Ernst Hacker artista e incisore

Il Mercatino delle Pulci in Piazza dei Ciompi, a Firenze, con i suoi 28 stand è una delle mie mete preferite quando c’è da rovistare tra vecchi libri e oggettistica varia.
Mi è capitato, in passato, di trovare qualche rarità e mi capita spesso di trovare qualcosa (un libro, una cartolina, una stampa…) che colpisce il mio interesse e la mia curiosità.
È successo anche lo scorso 30 marzo, ultima domenica del mese, quando in Piazza dei Ciompi si è svolto il mercatino mensile dell’antiquariato che ospita un centinaio di espositori.
hacker bustaRovistando in uno scatolone di vecchie lettere e cartoline, ho notato una piccola busta (cm 13 x 10,5) dove il nome del mittente, Ernst Hacker, era accompagnato da un monogramma raffigurante un omino stilizzato che dipinge.
All’interno della bustina una piccola incisione su carta di riso, firmata Ernst Hacker e raffigurante un gattone che ha catturato un soldato armato di fucile e baionetta.
hacker incisionePer pochi spiccioli ho comprato la bustina.
Tornato a casa ho avviato una ricerca in rete e ho scoperto che Ernst Hacker è stata una figura importante per il mondo dell’arte e dell’incisione e, in particolare, un importante tramite per la conoscenza degli artisti giapponesi in occidente.
Ernst Hacker, ebreo, nato a Vienna nel 1917, studiò presso l’Accademia di Belle Arti di quella città dove frequentò anche la facoltà di ingegneria. Nel 1938, a causa dell’avvento del nazismo, lasciò l’Austria e si trasferì negli USA.

Ernst Hacker nel 1946

Ernst Hacker nel 1946

A New York frequentò la American Artists School ove perfezionò la tecnica dell’incisione xilografica ispirandosi, soprattutto, ai movimenti espressionisti europei. In questa scuola conobbe l’artista Lucia Vernarelli (1920-1995) che diventò sua moglie.
Ottenuta la cittadinanza americana, nel 1946 si arruolò nell’esercito e fu inviato a Manila e poi in Giappone. Qui si interessò delle tecniche incisorie giapponesi ed entrò in contatto con l’artista Onchi Koshiro (1891-1955) con il quale stringerà un forte legame d’amicizia.

Hacker con la famiglia di Onchi Koshiro nel 1946

Hacker con la famiglia di Onchi Koshiro nel 1946

Durante la sua permanenza in Giappone Hacker acquisì numerose opere di incisori giapponesi, tra cui diverse di Munakata Shiko (1903-1975), uno dei principali artisti giapponesi del dopoguerra.
Tornato negli USA, iniziò a utilizzare le tecniche della xilografia giapponese e continuò la sua ricerca artistica.
Nel 1974 Hacker si trasferì in Italia, a Firenze, dove soggiornò per diversi anni. Morì nel 1987 dopo una lunga malattia.

Hacker: Autoritratto con la cupola del Duomo di Firenze

Hacker: Autoritratto con la cupola del Duomo di Firenze

La vedova, Lucia Vernarelli, nel 1994, ha donato la raccolta delle stampe giapponesi di Hacker al British Museum di Londra.
La collezione è stata utilizzata dal museo nel 2002 per la grande mostra “Stampe giapponesi durante l’occupazione alleata, 1945 – 1952” . La mostra, oltre a celebrare l’opera dei giapponesi Koshiro e Shiko, ha dato ampio spazio anche alle incisioni di Ernst Hacker.