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Matera: una sorpresa

Un fine settimana di maggio dedicato alla scoperta di Matera. Arrivo di notte, con lo scenario dei Sassi illuminati da centinai di punti luce: una visione quasi da fiaba. La mattina lo spettacolo è ugualmente affascinante: davanti ai nostri occhi una visione unica che, appunto, rende unica Matera, non a caso considerata dall’UNESCO, patrimonio dell’umanità.
Girare, poi, nei vicoli dei Sassi è un’esperienza fatta di scoperte continue per le architetture “affastellate”, per le aperture verso la valle sottostante, verdissima, per l’incanto delle chiese rupestri che conservano antichissimi esempi di affreschi religiosi.
Ma la sorpresa continua anche con la scoperta di numerose attività artigiane di qualità (splendidi i fischietti multicolore di terracotta) e con la cucina, ricca di sapori e profumi, tipici delle terre del Sud.
La sorpresa più grossa, però, per quanto mi riguarda, è stata la visita al MUSMA (Museo della Scultura Contemporanea), collocato in uno splendido edificio, raggiungibile attraverso un dedalo di stradine nei Sassi.
Il MUSMA esiste dal 2006 e offre una panoramica della scultura tridimensionale, a partire dalla fine dell’800 e sino alle ultime tendenze dei giorni nostri.
Il Museo, oltre a una biblioteca d’arte, (2500 volumi) aperta agli studiosi e intestata a Vanni Scheiwiller, ha una estensione di 1500 metriquadri che occupano le stanze del palazzo, sette vasti ambienti (una volta adibiti a cantine) scavati direttamente nella roccia e alcuni cortili esterni.
L’effetto di profonda suggestione, dovuto all’evidente contrasto delle opere moderne collocate in un ambiente primordiale, permette una eccezionale fruibilità, con un sapiente dosaggio di luci che, ambiente dopo ambiente, cattura anche il visitatore non avvezzo all’arte contemporanea.
E’ stato dunque, interessante e sorprendente scoprire, nel percorso museale, due opere di Maria Lai e una di Costantino Nivola.
L’opera “La Torre”, di Maria Lai, realizzata tra il 1971 e il 2002 in legno dipinto e fili intrecciati, richiama le opere più conosciute dell’artista di Ulassai, mentre l’altra opera, “Sa domo de su dolo ”, (Occorre correggere il cartellino inserendo il titolo esatto dell’opera: “Sa domo de su dolu – la casa del dolore”), risalente al 2002, è realizzata in terracotta.
Di Nivola, invece, è presente un’opera realizzata nel 1959 sfruttando la tecnica del sand casting, da lui inventata, che prevedeva la realizzazione di stampi in negativo nella sabbia, dove poi veniva effettuata la colata di cemento. L’opera è stata donata al Museo dalla moglie di Nivola Ruth Guggenheim nel 2007.

Una presenza significativa, dunque, dei due più importanti artisti sardi, in un luogo insolito, lontano dalla loro terra sarda, che contribuisce ad affermare l’universalità dei due artisti e dell’Arte in generale. Il tutto in un ambiente in grado di avvicinare il pubblico a quanto di meglio l’arte contemporanea può offrire e che, sicuramente, rappresenta un’eccellenza, non solo per quanto riguarda il panorama museale italiano.

Costantino Nivola e Pietro Porcinai: una consolidata amicizia

Pietro Porcinai (1910-1986) è indubbiamente da considerare, a livello internazionale, come uno dei “padri” dell’Architettura del paesaggio.
Nel mio libro “Il Nivola ritrovato. Un artista tra l’America e il Mugello”, ampio spazio è dedicato al rapporto d’amicizia e professionale intercorso tra Costantino Nivola e Pietro Porcinai.

Tale rapporto è stato oggetto anche di un mio intervento presentato alla Giornata di studio “La ‘Scuola’ di Porcinai. L’eredità culturale di Pietro Porcinai e l’architettura del paesaggio contemporanea in Italia”, tenutasi Martedì 6 dicembre 2011 presso l’Aula Benvenuto della Facoltà di Architettura di Genova.

La ricerca da me svolta ha confermato l’impegno di Nivola nello sperimentare e investigare diverse forme espressive, in una ricerca a tutto campo, che lo portò a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel panorama artistico internazionale, stringendo rapporti con importanti nomi dell’architettura e dell’arte contemporanea. Già nel 1952, un articolo di Giò Ponti su Domus si occupava di Nivola e della sua abitazione americana di East Hampton, a Long Island, con un ampio resoconto incentrato sulle innovazioni introdotte dall’artista e sugli importanti interventi nell’opera di risistemazione della casa e del vasto giardino che, a più riprese, coinvolsero artisti come Le Corbusier (autore di un murales all’interno dell’abitazione) o come Bernard Rudofsky che contribuì a ridisegnare il giardino intorno alla casa.
È probabilmente da far risalire a quegli anni la conoscenza tra Costantino Nivola e Pietro Porcinai che, nel 1957, intervenendo a un congresso a Padova sul tema “il colore nei giardini e nel paesaggio”, cita Nivola come esempio di “felici risultati ottenuti” per quanto riguarda gli interventi dell’uomo ad integrare la natura, dimostrando, con ciò, di conoscere bene quanto realizzato da Nivola nel giardino della sua casa americana. Dal materiale consultato durante la mia ricerca, comunque, emerge un rapporto tra Nivola e Porcinai sempre improntato a una reciproca stima, aperto alle possibili collaborazioni professionali e attento a favorire scambi e contatti utili per la rispettiva crescita professionale.

I due, infatti, in più occasioni ebbero modo di segnalarsi a vicenda conoscenze e opportunità. A dimostrazione dello stretto rapporto tra i due, basta ricordare le vicende legate allo spostamento dei monumenti di Abu Simbel in Egitto, nel 1963, quando l’UNESCO istituì una Commissione internazionale incaricata di valutare il progetto per il necessario trasferimento dei templi che, in seguito alla costruzione della diga di Assuan, rischiavano di essere sommersi dalle acque del Nilo.
Porcinai faceva parte di quella commissione e il progetto era affidato al Vattenbyggnadsbyran (VBB), uno studio di ingegneri e architetti svedesi. Per completare il team incaricato del progetto, Porcinai segnalò Nivola e lo scultore giapponese Isamu Noguchi, unitamente ad un Landscape Architect,: “L’ho fatto soprattutto – scrive Porcinai a Nivola – per la stima che ho delle Sue capacità e per l’ampiezza delle Sue vedute”. Nivola conferma la su disponibilità ed entra, quindi, in contatto con il team di progettisti svedesi; si reca a Stoccolma e in Egitto, partecipa a una serrata serie di incontri, contribuisce in maniera determinante alla stesura delle proposte progettuali.
Il 30 settembre 1963 Nivola scrive una lunga lettera a Porcinai, caratterizzata da alcuni passaggi particolarmente critici sulla “lentezza” dei progettisti, nella quale riassume le conclusioni raggiunte con gli svedesi e illustra le tre proposte emerse dal confronto, da sottoporre alla commissione UNESCO. Nella lettera Nivola traccia anche alcuni schizzi illustrativi e riassuntivi delle ipotesi progettuali elaborate. Una di queste proposte (la cosiddetta ipotesi “3”) alla fine sarà quella prescelta e realizzata con i lavori ultimati nel 1968.

La vicenda di Abu Simbel è la significativa testimonianza di un rapporto di profonda amicizia e di reciproca stima tra Nivola e Porcinai. Un rapporto tra due personaggi fuori dalla norma, in perfetta sintonia creativa, consapevoli delle potenzialità che potevano scaturire da un eventuale rapporto di collaborazione.

La volontà di interagire tra Nivola e Porcinai trova ulteriore conferma nella sistemazione del piazzale antistante la chiesa di S.Ambrogio a Zoagli. In una lettera del 25 settembre 1981, Nivola invia a Porcinai alcune indicazioni che prevedono la realizzazione in marmo di “prodotti del mare nella piazza: sirene, pesci, nettuni, ecc., in scultura su di un pavimento di ciottoli bianchi e neri a disegno di ondine sulla sabbia”. Nella lettera è abbozzato anche uno schizzo dell’idea che poi Porcinai in parte realizzerà (il lavoro sarà ultimato nel 1983), almeno per quanto riguarda l’indicazione delle onde ottenute alternando sassi bianchi e neri.

Questi e altri contatti, dunque, confermano l’apprezzamento e il reciproco coinvolgimento professionale che tra i due rimarrà continuo e vivo sino alla scomparsa di Porcinai, morto nel1986 a76 anni (Nivola muore nella sua casa di Long Island nel1988 a77 anni). Un rapporto solido e consolidato che andrebbe ulteriormente approfondito per mettere in risalto l’operato e le sinergie esistenti tra due soggetti particolarmente predisposti agli scambi culturali, accomunate da un’ampia visione di orizzonti internazionali, non consueta tra gli artisti e i professionisti del loro tempo, spesso legati a limitate visioni provinciali.

I primi dieci minuti di un artista

Carte Segrete”, Rivista trimestrale di lettere e arti, come recita il sottotitolo, nel numero 21 di gennaio/marzo 1973, pubblica un articolo di Sandra Giannattasio dedicato a Costantino Nivola.
L’articolo “Nivola ’73: un ritorno alla poetica artigianale” (introdotto nel titolo da un autoritratto dell’Artista), si sofferma proprio sul ritorno di Nivola alla “prassi artigianale” ed esalta la arcaica plasticità delle opere riprodotte (opere che nel 1973 Nivola espose a Roma alla galleria Marlborough).
Il servizio sull’artista di Orani continua con la descrizione del progetto decorativo per la facciata del “Provident institution for Savings” di Boston, e con uno scritto dello stesso Nivola, “I primi dieci minuti della mia vita” (dove è riprodotto anche un brano autografo), destinato a diventare il primo capitolo del libro “Memorie di Orani”, pubblicato da Scheiwiller nel 1996 e ristampato dalla Ilisso di Nuoro nel 2003.
Mi piace riprodurre integralmente tale scritto che conferma (se mai ce ne fosse bisogno) anche le capacità narrative di Nivola. E mi piace farlo proprio in questo inizio di 2011 che sarà sicuramente portatore di grandi eventi dedicati a Nivola, di cui, quest’anno, ricorre il centenario della nascita.

I primi dieci minuti della mia vita
di Costantino Nivola 

Vedete, è successo proprio così: la levatrice mi ha consegnato tutto rosso, come un coniglio appena sgusciato, alla giovane vicina di casa che aveva assistito al mio parto… parto del resto facile, essendo io il sesto dei figli. Si è lavata le mani nell’acqua che doveva servire al mio bagno e se n’è andata brontolando.
Adriana mi prese nelle sue grosse mani di contadina. Si sedette davanti al recipiente di terracotta pieno d’acqua riscaldata al sole e mi lavò con cura affettuosa. Dopo avermi asciugato, mi sparse di polvere di talco che lei stessa aveva ottenuto, grattugiando nel granito duro questa pietra morbida che abbonda a Orani.
Mi avvolse in una lunga benda di lino quasi rigida dalle ascelle fino ai piedi, secondo l’usanza di quel tempo. In questo modo, ordinato e lindo sereno come un piccolo morto, mi collocò accanto a mia madre, quasi accanto. Questo quasi non verrà mai superato da me (o da lei) e costituirà una barriera psicologica permanente, che si rifletterà in tutti i miei rapporti con le donne. Mia madre aveva osservato, con tristezza e anche con ansietà, l’operare di Adrianedda. E quando questa ebbe finito, le chiese di portarle il fratellino appena più anziano di me, di qualche anno… 
Questi era nato con un piede deforme e un’espressione angelica. Inoltre la madre aveva intuito che il piccolo non sarebbe sopravvissuto agli stenti e al disagio della nostra condizione… Cose che devono aver contribuito a far rinascere in lei una seconda vampata di passione materna. (Mia madre dopo il primo figlio avrebbe voluto non averne altri, piuttosto che vederci soffrire la fame).
Quel giorno era stata la prima volta che l’aveva ceduto alla cura di altri: temeva con ragione — che il fratello nato prima di lui per gelosia l’avrebbe strangolato.
Quando Adriana ritornò col bambino appena nettato e glielo mise dall’altro lato, la mamma se lo strinse vicino, lasciò andare un sospiro di sollievo e si addormentarono entrambi.
Io sentii la breve distanza che. mi separava dalla madre allargarsi, distanziarsi all’infinito. Mi sono sentito solo, non voluto. Ho desiderato allora (e anche spesso in seguito) cancellare la mia nascita e, per un processo di inversione — come un film proiettato alla rovescia — di essere ripreso da Adriana disvolto dalla benda, rimesso nell’acqua riscaldata al sole, rientrato nel grembo della mamma, riassorbito come sperma da mio padre… e da mio nonno e così via, sempre più indietro nel tempo.
Ma proprio quando l’abbandono mi è parso più totale, ho sentito altrettanto forte la sensazione, che non ero solo. Dopo tutto, le mani di Adriana mi avevano lavato e accarezzato modellandomi come un pane da festa. E ora dalla finestra della stanza entrava l’aria tiepida e con essa migliaia di suoni gradevoli, prodotti dagli uccelli, i grilli, le api… e anche dagli scoppi dei piselli selvatici e tante altre diavolerie della natura e della stagione, che in quel modo sembrava che festeggiassero la mia nascita e che mi invitassero a unirmi a loro in questa curiosa avventura che è l’esistenza. 
Era mezzogiorno e mezzo, il 5 luglio 1911

La Sardegna di Costantino Nivola

Nel 1952 Costantino Nivola rientra per la prima volta in Sardegna dopo la fuga negli USA per evitare le persecuzioni del fascismo a seguito delle leggi razziali.
Nivola percorre in lungo e in largo l’isola con l’incarico di realizzare una serie di illustrazioni per documentare la lotta contro la malaria condotta dall’ERLAAS (Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna), un ente che godeva dei finanziamenti della Fondazione Rockefeller.
L’articolo (anonimo) dal titolo “DDT in Sardinia” e i gli acquerelli di Nivola vennero pubblicati sul numero di Marzo del 1953 della rivista “Fortune” che, tra l’altro, ha la particolarità di avere la copertina illustrata da Giovanni Pintori, grafico dell’Olivetti e grande amico di Nivola.
Il lavoro di Nivola diventa un vero e proprio reportage costituito da 21 illustrazioni dove l’artista si sofferma sui tratti salienti della lotta alle zanzare, senza trascurare di documentare caratteristiche e dettagli della vita quotidiana in Sardegna.
Una testimonianza che, ancora una volta, dimostra il profondo legame di Nivola con la Sardegna e che, nella serie delle immagini, si dipana come un film: quasi un susseguirsi di fotogrammi che hanno senso compiuto di testimonianza anche senza l’ausilio del testo o delle didascalie.
Uno spaccato interessantissimo che testimonia delle condizioni in cui versava la Sardegna nell’immediato dopoguerra, di come potevano essere le strade o le abitazioni, di quali erano gli usi e i costumi: il carro della prima figura, la venditrice di “testine d’agnello”, le bancarelle della festa, il pastore che prepara il formaggio, l’interno delle povere case, le donne che filano, il pianto per il figlio morto, il banditore (chiaramente riferito a Orani, con lo sfondo del Monte Gonare, che sembra quasi la foto del banditore fatta da Bavagnoli per la mostra di Nivola del ’58 a Orani), il brulicare del porto di Cagliari.
E poi i dettagli della lotta alla malaria, perfetti nella loro estrema sintesi, comprensibili ai più e molto più efficaci di qualsiasi spiegazione tecnica o accademica.
L’articolo spiega in dettaglio quanto fatto in Sardegna e quanto l’azione sia stata incisiva per la tempestività con cui venne condotta, anche se, come conclude l’anonimo estensore, “Con la sconfitta della malaria, che è stato definito come il più grande evento nella storia della Sardegna, i Sardi sperano che sia stata aperta la strada allo sviluppo delle risorse agricole e minerarie. Ma i processi dei politici e della società si muovono a un ritmo ben più lento che la campagna anti malarica. Gli italiani solo ora cominciano a fare studi approfonditi sulle loro possibilità economiche. Le speranze dei Sardi non potranno diventare realtà prima che questi processi siano sviluppati e messi in pratica”.
Ed eccoli gli acquerelli di Nivola, riprodotti con le loro didascalie originali.

Figura 1
Una bandiera gialla e rossa identifica questa casa di un pastore nelle montagne sarde come un ufficio di distretto nella recente campagna contro le zanzare portatrici della malaria, conclusa con successo. Dopo quattro anni e mezzo la zanzara è stata sconfitta, e l’isola liberata da un’antica piaga.

 

Figura 2
Le caverne e le costruzioni della preistorica civiltà nuragica simboleggiano ancora l’indipendenza e l’orgoglio dei Sardi.

 Figura 3
Villaggio pietroso tra le montagne.

 

 

 

Figura 4
Venditori di dolci a una festa.

 

 

Figura 5
Le testine di pecora costituiscono parte dell’alimentazione.

 

Figura 6
L’interno di una casa di pastori, con il forno e il caminetto; i letti sono fatti con stuoie sparse sul pavimento.

 

  

Figura 7
Il formaggio è prodotto nelle capanne dei pastori.

 

 

Figura 8
Le donne vegliano sedute un moribondo disteso sul pavimento, vittima della malaria.

 

Figura 9
Dopo la morte l’emozione è forte, e le donne cantano il lamento funebre.

 

 

 Figura 10
La lotta alla malaria è arrivata troppo tardi, le vedove vestono in bianco e nero.

 Figura 11
Il banditore del villaggio annuncia l’inizio della campagna anti malarica

 

Figura 12
Le paludi sono state bonificate e disinfestate.

 

 

Figura 13
Gli esemplari di larve sono trasferiti dalle acque infestate a ciottole fissate a lunghi pali.

Figura 14
È stata un’ardua impresa trovare i siti di deposizione delle uova.

Figura 15
Dopo la campagna, i disoccupati sono tornati nelle piazze.

Figura 16
Ogni strada e ogni vicoletto sono stati trattati con lo spray.

 

Figura 17
Cimici e pulci sono state eliminate

 

Figura 18
Ogni casa trattata col DDT è stata segnata con la data della disinfestazione.

 

Figura 19
Anche gli asinelli sono stati spruzzati di DDT.

Figura 20
Il mercato del pesce a Cagliari, la capitale.

 

Figura 21 – Cagliari, al sud, è la città più grande (130.000 abitanti) e il maggior porto della Sardegna.

 

 

 

Ritornare a Itaca

Ma in questa sera di gelo e di vento non c’è un lume, una persona. Passato Sarule, illuminiamo coi fari la facciata nuova della chiesa di Orani dove il pittore Nivola, che è nato qui e vive in America, ha graffito, al suo ultimo ritorno, tra la meraviglia dei pastori, una grande decorazione. ...”.
Così scriveva Carlo Levi nel 1964 (Carlo Levi, Tutto il miele è finito – Torino, Einaudi, 1964 – Pag. 74), riassumendo in poche parole la sensazione che creò a Orani, nel 1958, il ritorno di Nivola: quel “ritorno a Itaca” che si celebra proprio in questi giorni, grazie alla riproposta della mostra fotografica che riproduce le immagini allora scattate da Carlo Bavagnoli.
E, a quanto mi dicono, dopo 50 anni, a Orani la sensazione è ancora di meraviglia e stupore nel rivedere le immagini, i luoghi, le persone, il paese non ancora “civilizzato” invaso dalle opere d’arte di un oranese, visto dai compaesani più come uno “strano” emigrato che come un artista di fama mondiale.
E si! ancora nessuno aveva capito la portata dell’opera di Nivola, e nessuno (almeno a Orani), poteva immaginare che di quella mostra del 1958 ne avrebbero parlato ancora a lungo giornali e riviste di tutto il mondo.
Sfoglio, ad esempio, il numero 34 del 1961 della rivista d’arte e architettura “Aujourd’hui” che si stampava a Parigi e che dedica ben 7 pagine fotografiche a Nivola, tra cui due alla mostra di Orani.
E guardo le foto e rivedo volti e persone, vecchi che ho conosciuto e amici d’infanzia. E mi chiedo anche a cosa pensava chi nel 1961 a Parigi vedeva la foto di Ziu Deddone che con mano leggera accarezzava una scultura sotto lo sguardo attento di Ziu Soro, cognato di Nivola e fratello di mia nonna. Oppure qualcuno, come faccio io oggi, si soffermava a guardare un gruppo di ragazzi dove mio cognato Nicola, poggiato al muro, sembra il ritratto di mio nipote Alessandro.

E che dire della foto di Nivola che spiega i suoi disegni ad un attento Don Lai, parroco di Orani, dando vita, forse, a quella “leggenda” che vuole che sia stato il prete a dare il nome di “Battaglia di Lepanto” al graffito, tanto per dare una spiegazione logica a quei segni incomprensibili.
Ma io mi chiedo anche: chi sarà mai quel ragazzino, seminascosto dai fogli di Nivola, che si soffia il naso e regge le spatole dell’artista?
Tutte domande che non vedo l’ora di appurare. E appena rientrerò a Orani, andrò, come fanno in questi giorni tutti gli oranesi, a vedere la mostra e  “giocare” con la memoria che ricorda, ricerca e rivive, facendoci viaggiare e ritornare a quella personale Itaca che abbiamo tutti, e che tutti conserviamo e curiamo nel nostro intimo più profondo.

P.s.: Veloci arrivano le precisazioni. Mi scrive Tina (una delle bambine che ridono divertite guardando Nivola che disegna): “Ciao Angelino, l’uomo che accarezza la scultura di Nivola non è Ziu Deddone ma Ziu Antoni Fadda (il padre di Ziu Giuanchinu). E il ragazzino che si soffia il naso è Andria Comeddu. Ciao Ciao“. Grazie! … e ciao, ciao!

Storie di emigrazione e d’anarchia

Di Ezio Taddei (1895-1956), scrittore livornese, anarchico e antifascista, si conosce poco, visto che i suoi libri non sono stati ristampati. Basti pensare che quella che è considerata la sua opera più importante, “Il pino e la rufola”, uscito originariamente nel 1945 negli Stati Uniti con il titolo “The Pine Tree and the Mole”, è stato pubblicato in Italia solo nel 2004 grazie alla casa editrice Spoon River di Torino.
Taddei ha avuto una vita avventurosa (si rimanda a: http://it.wikipedia.org/wiki/Ezio_Taddei), fatta di prigionia nelle carceri fasciste, di emigrazione negli USA, di impegno sociale accanto ai diseredati.
Esiste una biografia scritta da Domenico Javarone (Vita di scrittore (Ezio Taddei), Macchia Ed.,  1958), che racconta le mille traversie che Taddei ha dovuto affrontare nella sua travagliata esistenza.
Proprio Javarone racconta della militanza anarchica di Taddei negli USA e della stretta collaborazione con Carlo Tresca, editore del giornale anarchico Il Martello, ed impegnato attivamente nel cercare di fermare i tentativi da parte di Benito Mussolini di organizzare gli immigrati italiani in gruppi di appoggio al Fascismo.
Pare che proprio questo sia stato il motivo per cui nel 1943 Tresca venne assassinato. Un omicidio questo sul quale Taddei svolse una sua personale indagine dove individuava come responsabili i mafiosi Carmine Galante e Frank Garofolo, ipotizzando un mandato diretto di Mussolini. (l’inchiesta di Taddei sul caso Tresca è stata ristampata nel 2006 dalle EdizioniIl Grappolo).
Nel suo libro, raccogliendo la testimonianza di Taddei, Javarone descrive la scena dell’omicidio di Tresca e racconta che i primi ad accorrere furono lo stesso Taddei e lo scultore sardo Costantino Nivola.
Una testimonianza questa sullo stretto legame tra Taddei e Nivola e tra Nivola e gli ambienti anarchici e antifascisti americani.
Non a caso uno dei libri pubblicato da Taddei in America è illustrato proprio da Costantino Nivola.

Il volume, “Parole collettive”, che fu pubblicato nel 1941 dalla S.E.A. di New York in italiano con una lettera di Taddei dal carcere di Civitavecchia e la prefazione di Alfredo Segre, raccoglie sette racconti di Taddei ed ha la copertina e sette illustrazioni interne di Nivola.
La copia in mio possesso riporta la dedica autografa di Taddei a Adrianne Foulke che, nel 1942, firmerà la prefazione all’edizione in inglese del libro, apparso nella traduzione di Frances Keene con il titolo “Hard as Stone”.

Rispetto all’edizione in italiano la copertina dell’edizione inglese non è più illustrata e non è stata inserita la lettera dal carcere di Civitavecchia.
Allegate alla copia in mio possesso, due note dattiloscritte, di Arturo Giovanniti e di G.A.Borgese, datate 1940, che incoraggiano Taddei alla pubblicazione di un testo incentrato sul crudo realismo e  “dove si raggiunge il limite estremo della letteratura nuda e feroce”.
Una nota che riassume l’essenza dei racconti di Taddei, sempre scarni, scritti con un linguaggio poco incline a travisare una realtà popolata da emarginati, diseredati e figure ai margini della società, impegnate in una continua lotta quotidiana, per la sopravvivenza, ma anche per la libertà.