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Orani, Piazza Convento

Un vecchio lotto di fotografie su internet (alcune le ho acquistate io, altre le ha comprate un amico collezionista di Nuoro), ci permettono di ammirare alcune vedute di una Orani oramai scomparsa.

Orani 2In particolare alcune foto, che risalgono ai primi del ‘900, ritraggono scorci della piazza del Convento con l’evidenza di alcuni dettagli che ci svelano come fosse la piazza oltre cent’anni fa.

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(foto Ciceri)

Le foto ritraggono diverse persone all’uscita dalla messa, allora celebrata nella chiesa del convento dato che la parrocchiale era ancora in costruzione, e paiono riprese in periodi diversi visto che una in particolare è scattata d’inverno, con la neve che imbianca la collina di sa Costa, mentre le altre appaiono abbastanza soleggiate e la neve non s’intravvede.

Orani 3La foto con la neve è con molta probabilità da attribuire al fotografo/farmacista nuorese Raffaele Ciceri, autore di uno scatto molto simile caratterizzato da una identica situazione climatica. Daltronde, come è stato documentato nella mostra tenutasi nel 2013 al TRIBU di Nuoro, Ciceri era assiduo frequentatore di Orani.

Orani 5Oltre che per la testimonianza sui costumi indossati, le foto sono interessanti perché documentano com’era la piazza del Convento prima degli interventi fascisti degli anni ’20 e prima di quelli degli anni ’60 che ne hanno determinato la fisionomia attuale.

Orani 4Intanto va evidenziato che la gradinata delle scale che collegava i due livelli della piazza non era centrale come ora, ma era più spostata sulla sinistra, mentre sul lato destro esisteva un’altra rampa più stretta che costeggiava il muro, demolita ed eliminata negli anni ‘60 in occasione del rifacimento della piazza.

La piazza superiore, oltre ad essere alberata, sul lato destro era ancora caratterizzata dallo splendido porticato (visibile nella foto di Ciceri), demolito negli anni ’20 quando fu costruita la “Casa del fascio”, diventata poi scuola materna e attualmente sede della pro-loco.

Orani 6Chiaramente la parte inferiore non aveva le sembianze di oggi visto che al posto dei due bar che oggi caratterizzano la piazza c’era un grande muraglione di contenimento, parzialmente visibile (dietro l’auto parcheggiata) in una foto degli anni ’30.

Orani: tracce d’arte nella Parrocchiale di S.Andrea

Orane no hat cresia prinzipale / ca sa c’hain si che l’han ghettada
(Orani non ha chiesa principale / perchè quella che avevano l’hanno butta giù).

Orani nel 1906. In primo piano "Campusantu vezzu"

Orani nel 1906. In primo piano “Campusantu vezzu”

Così inizia una vecchia canzone composta per prendere in giro gli oranesi che, nel 1816, furono costretti a demolire la copertura della Parrocchiale di S.Andrea, costruita nel XVI secolo, oramai pericolante e a rischio di crollo: rimasero in piedi solo le mura perimetrali e il campanile che ancora oggi

Interno della Parrocchiale

Interno della Parrocchiale

possiamo ammirare.
Il rudere di S.Andrea venne successivamente “riciclato” come cimitero e, sino al 1906 circa, ha assolto tale funzione ed è rimasto impresso nella conoscenza e nella parlata comune degli oranesi come “Campusantu vezzu”.
Con la demolizione della chiesa principale, le funzioni religiose vennero spostate nelle altre chiese del paese, in particolare in Santa Croce e nella chiesa di S.Giovanni Battista del Convento.
Si pose da subito il problema di costruire una nuova chiesa ma solo nel 1867, grazie al lascito di una nobildonna oranese, si riuscì a porre la prima pietra e ad avviare la costruzione della

"La gloria di S.Andrea" di Mario Delitala

“La gloria di S.Andrea” di Mario Delitala

nuova Parrocchiale in stile neoclassico, progettata dall’architetto nuorese Giacomo Galfrè.
La vicenda di tale costruzione risultò alquanto travagliata e, tra dispute ereditarie, liti con le imprese e mancanze di fondi, si arrivò alla consacrazione della nuova Parrocchiale nel 1932, sessantacinque anni dopo la posa della prima pietra. Ma se l’interno della chiesa era ultimato, i lavori di sistemazione all’esterno continuarono ancora per qualche anno e, di fatto, furono definitivamente conclusi intorno al 1960. Chi vuole approfondire le vicende della parrocchiale di S.Andrea può consultare

Retablo del XVI secolo

Retablo del XVI secolo

il libro “Orani. Storia e testimonianze di un popolo”, di Giacomino Zirottu, Ed. Solinas, Nuoro 2000.

Dopo la sua inaugurazione, la Parrocchiale è stata impreziosita da una serie di interventi artistici tra i quali assume notevole importanza la sistemazione dell’altare maggiore, conclusa nel 1955, ad opera dell’artista oranese Mario Delitala (1887/1990). Con tale intervento la Parrocchiale ha assunto l’aspetto definitivo che ancora oggi possiamo ammirare.

"S.Antonio Pacificatore" di Mario Delitala

“S.Antonio Pacificatore” di Mario Delitala

Sull’altare, che presenta la base in marmi policromi eseguita intorno al 1930 dalla ditta Tilocca di Sassari, venne collocata l’opera pittorica che raffigura l’ascesa in cielo di S.Andrea, appositamente realizzata da Mario Delitala. L’Artista, che dal 1949 ricopriva la carica di Direttore dell’Istituto Statale d’Arte di Palermo, progettò e fece realizzare in Sicilia anche la parte lignea dell’altare costituita dalla cornice in legno per il dipinto e dai due angeli inginocchiati posti ai lati. Delitala dipinse il Santo che ascende al regno dei cieli, circondato da un nugolo di cherubini che sorreggono la croce. Per la realizzazione dell’opera il pittore fece posare diversi bambini del paese: fu così che a Orani S.Andrea si avviò a conquistare il

Formella della Via Crucis

Formella della Via Crucis

Paradiso accompagnato dai gioiosi sorrisi di Mario Bruno (Bruneddu “Quaranta”), Giuseppe Bande, Mario Loddo e Giovanni Puggioni.
Mario Delitala, già in passato, aveva avuto modo di intervenire nella Parrocchiale di Orani quando aveva effettuato il restauro del retablo cinquecentesco proveniente dalla chiesa di Santa Maria e ora collocato sopra la porta della sagrestia di destra. Nel 1956 l’artista dipinse il quadro “S.Antonio Pacificatore”, collocato nell’altare della navata di destra. Tale dipinto colmò un vuoto

"S.Francesco predica agli uccelli" di Stanis Dessy

“S.Francesco predica agli uccelli” di Stanis Dessy

nella parete del lato sinistro dell’altare, visto che il lato destro era occupato dal dipinto “S.Francesco predica agli uccelli”, realizzato da Stanis Dessy nel 1932 durante una delle frequenti visite effettuate dall’artista a Orani. Il dipinto, molto curato nei dettagli e nei particolari dei volatili ritratti, ha tra l’altro una curiosa particolarità in quanto, per il frate compagno di S.Francesco, fece da modello il pittore sassarese Mauro Manca.
Nel 1961 Delitala interviene ancora nella parrocchiale e firma un paio delle formelle in ceramica della Via Crucis realizzata in collaborazione con il fratello Franceschino, noto medico ortopedico che, però, si dilettava di pittura con risultati più che dignitosi. Lo dimostrano i due dipinti posizionati nella navata di sinistra della Parrocchiale, raffiguranti San Pietro e San Paolo che, per stessa ammissione di Franceschino Delitala, “parevano tolti dalla cornice della Pinacoteca vaticana, in cui stanno a ricordare l’opera pittorica di fra Bartolomeo della Scala”.

"San Pietro" di Franceschino Delitala

“San Pietro” di Franceschino Delitala

"San Paolo" di Franceschinoo Delitala

“San Paolo” di Franceschinoo Delitala

La festa di Gonare in un brano di Grazia Deledda

Cumbessias e santuario in una foto dei primi del '900

Cumbessias e santuario in una foto dei primi del ‘900

“I venditori ambulanti vigilavano le loro mercanzie di latta, e gridavano i prezzi e lanciavano scherzi grossolani alle ragazze che passavano; donne di Tonara, strette fasciate in un ruvido costume, insensibili al sole e ai rumori della folla, misuravano nocciuole o segavano e vendevano i loro torroni bianchi che si scioglievano al caldo.

Sotto capanne di frasche i negozianti esponevano le loro stoffe d’occasione; lo scarlatto sanguinava al sole, i broccati scintillavano; tutta una flora inverosimile sbocciava sui fazzoletti e gli scialli paesani.

E intorno alle botti e alle bottiglie dei liquori si accalcavano comitive d’uomini, di amici nuovi e d’amici vecchi incontratisi per caso lassù, e fra i quali spiccava con bizzarro contrasto la figura di qualche borghese. E il vino e i liquori rallegravano l’anima dei fieri paesani: e l’acquavite odorava con un profumo di fiore fatale.

Maria e le compagne mangiarono e poi indossarono la tunica e si avviarono nuovamente verso la chiesa.

Il sentiero s’allargava, aspro, a scalinata, quasi tutto tagliato sulla roccia, fra massi enormi e macchie e alberi sempre più selvaggi e contorti. I costumi colorati delle donne sfolgoravano sullo sfondo luminoso della salita; le voci si perdevano nel silenzio puro delle cime incoronate d’azzurro.”

Tratto da La via del male, Torino, Speirani e Figli, 1896

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La cartolina, edita da S.Porca di Sassari verso il 1910, Mostra le carovane che si radunavano presso il santuario della Madonna di Gonare, per la novena e per la festa dell’otto settembre.
Lo scorcio della foto mostra il tratto di strada che porta dal piazzale delle cumbessias verso la ex colonia

La “Venere” di Leisone

Giovanni Spano

Giovanni Spano

Era il 14 marzo del 1873 quando il Teologo Cavalier Ciriaco Pala, Arciprete della Cattedrale di Nuoro, scriveva al Canonico Giovanni Spano, senatore del Regno e illustre archeologo, per informarlo di un importante ritrovamento in località Leisone, a circa tre chilometri dall’abitato di Orani.
Le devo dare una bella notizia che le sarà gradita; – scrive Pala – la scoperta cioè di un idolo di bronzo”.

Succedeva, infatti, che il sig. Pietro Fiori, nell’eseguire alcuni lavori in una vigna di sua proprietà, spostando alcune pietre scalpellinate, rinvenne un’idoletto di bronzo. Pala lo descrive come “una donna nuda seduta sulla schiena di un drago colla coda attortigliata terminante in ventaglio, e colla bocca spalancata, al quale essa appresta colla destra come un desco, colla sinistra si appoggia ad una veste come un arco: sta sopra un piedestallo rettangolo, ed al di sotto ha come un fermaglio o anello”. Il Pala informa Spano del fatto che il Fiori ha intenzione di inviare il bronzo a Cagliari per sapere se l’oggetto ha qualche importanza.
venere leisone008Successivamente contattato da Spano, Pietro Fiori racconta le fasi e l’ambiente del ritrovamento, che Spano pubblica nel “Bollettino per le scoperte archeologiche” del 1873: “Il sito è piantato a viti, posto al nord del paese in un pendio. L’idoletto fu trovato alla profondità di un metro e 60 centimetri circa. In vicinanza, nei punti che non esistono piantagioni, si vede una grandissima quantità di rottami, massi lavorati a scalpello, embrici, stoviglie, ed anche macine antiche intiere. Nel rivolger la terra vi si trova molto carbone ridotto in polvere, da cui pare che il fabbricato abbia sofferto incendio. Negli anni scorsi, rivoltando la terra vi si rinvennero molte medaglie, anelli di bronzo ed altre coserelle. Si cavarono anfore come orcii da oglio alte più di due metri. Nel 1861, a distanza di 300 metri dal sito ove fu trovato l’idoletto, si trovò un urna di terra cotta piena di ossa umane con vasellini di vetro, ed in questi ultimi giorni a fior di terra vi si trovò una palla di piombo di 8 centimetri di diametro, ed una moneta di bronzo”.
Spano, basandosi solo sulla descrizione, definisce il bronzetto una “Venere Talassia, sopra un delfino, e quell’arco che sia la veste gonfiata dal vento”.
Lo Spano avvia una trattativa per l’acquisto del bronzo che sembra concludersi positivamente quando le parti si accordano su un compenso di 30 lire.
Succede, invece, che nella trattativa si inserisce il Vescovo di Nuoro Salvatore Angelo de Martis che acquista la “Venere” pagandola 80 lire.
La reazione dello Spano è alquanto piccata e non esita a parlare di prezzo “esagerato” che lo poteva sborsare solo “un profano alla scienza” com’era il Vescovo di Nuoro.
Spano continua il suo commento auspicando almeno che il bronzo “non vada fuori dell’isola”, come, evidentemente, spesso succedeva (anche allora) per i reperti archeologici sardi.
Infine Spano lanciava una frecciata contro l’alto prelato nuorese, sottolineando che il bronzo “non sarà certamente una figura adattata e degna di abbellire una sala di Vescovo!”.

venere leisone007I ritrovamenti a Leisone non si esaurirono con il bronzetto e Spano segnala come “nel medesimo sito venne pure scoperto un’ altro bellissimo bronzo, che nello scorso mese di Luglio venne acquistato dal cav. Efisio Timon ch’ebbe la bontà di farcelo esaminare, e disegnare alla metà dell’originale. Esso è una testa di toro votivo che abbraccia la giogaja, di qualche grandezza, con bella patina smeraldina, eseguito con tutta perfezione, vi si contano anche i peli della fronte così studiati che può dirsi un capo d’opera in materia di fusione … In questo stesso sito recentemente fu trovata un altra pentola, simile a quella disegnata nella Tavola num. 14, ma di grandezza il doppio, che venne acquistata dal suddetto cav. E. Timon”.
La conclusione di Spano, vista l’entità delle tracce e dei ritrovamenti, è che, probabilmente, a Leisone esisteva qualche villa romana del primo secolo.

statuetta di venere 079 BISDella “Venere” si occupa diffusamente Gaetano Cara (1803-1877), direttore del Museo Archeologico di Cagliari che nel 1875 pubblica un opuscolo di 12 pagine “Schiarimenti sopra una statuetta di Venere scoperta nel villaggio di Orani in Sardegna nel 1873, dove descrive dettagliatamente il bronzetto, dandone per la prima volta la figura.

statuetta di venere 091Cara arriva a ipotizzare anche una datazione, facendo risalire il bronzetto al 250 dC, periodo a cui era riconducibile una moneta con l’effige di Filippo il Giovine che, con il padre Filippo I regnò dal 244 al 249, rinvenuta con la Venere nella vigna di Leisone.
L’opuscolo di Cara è interessante anche perché evidenzia il rapporto di conflittualità con lo Spano, soprattutto per le critiche da quest’ultimo indirizzate al vescovo di Nuoro che, invece, viene lodato da Cara per il disinteressato impegno affinché il bronzo fosse destinato al Museo di Cagliari.

venere leisone009Successive pubblicazioni accennano al bronzetto di Orani: Bertarelli (1918) lo definisce come “uno dei più bei bronzi del Museo di Cagliari”, e nella guida al Regio Museo Nazionale di Cagliari, pubblicata a cura di Antonio Taramelli e Raffaello Delogu nel 1936 appare una foto con la didascalia che recita “statuetta in bronzo di nereide”.

venere leisone010Nella stessa guida è pubblicata anche la testa di toro di Leisone, a testimonianza di un periodo in cui i frutti della vigna presso Orani non si limitavano ai soli grappoli d’uva.

A questo punto una proposta.
Considerando che quest’anno ricorrono i 140 anni dal ritrovamento dei reperti di Leisone, perché non provare a farli rientrare a Orani per una mostra temporanea?
Sono convinto che il Sindaco Franco Pinna, attento e sensibile a tutto quello che attiene la cultura e la storia di Orani, muoverà i suoi passi per valutarne la fattibilità.

Non rimane che verificare tale possibilità con la sovrintendenza e con il Museo Archeologico, in modo da promuovere un evento che, oltre a rappresentare un motivo in più di attrazione turistica, permetta, da un lato di far ammirare questi oggetti alla stragrande maggioranza degli oranesi che, molto probabilmente, ignorano l’esistenza di tali tesori, dall’altro di offrire una tangibile e importante testimonianza sulla penetrazione romana nell’interno della Sardegna.

Orani, cronache di fine ‘800

giornale diligenza 027Il supplemento domenicale illustrato del quotidiano La Tribuna del 1° Settembre 1895, dedicava l’ultima pagina a un fatto di cronaca che vedeva coinvolti una quindicina di malviventi, autori di una clamorosa rapina alla diligenza.
Il  fatto si verificò il 20 agosto 1895 quando la corriera (a cavalli) venne assalita, in località Ponte ‘e sas Bognas, tra Orani e Oniferi. I dodici malviventi, in brache corte tipo orgolese e mamoiadino, svaligiarono 4 viaggiatori e asportarono i sacchi postali che contenevano 1500 lire. L’immediato allarme diede vita ad una gigantesca caccia all’uomo che si concluse dopo un paio di giorni con l’uccisione di uno degli autori della rapina, Giovanni Maria Pinna di Sedilo. Tutta la vicenda creò grande scalpore perché il Pinna, nonostante l’assedio di oltre 300 tra carabinieri e barracelli, prima di essere ucciso, colpì mortalmente due persone: Luigi Pirisi, capo dei barracelli di Orani, e il carabiniere Francesco Mameli di Cagliari. I fatti della rapina alla diligenza occuparono per giorni la prima pagina della Nuova Sardegna con le cronache in diretta scritte da Sebastiano Satta e da Bardilio Delitala, collaboratori del giornale.
L’eco del fatto non si spense subito e ispirò anche il poeta Antonio Dettori che, per l’occasione compose un testo “Cantone sarda : pro s’attacu fattu su 21 de austu 1895 tra su lattitante Pinna Gio Maria de Sedilo e sos carabineris in terretorio tra Orani, Nuoro e Oniferi, chi bi suzzedesit tres mortes e battor feridos tra sos cales su capitanu de sos barracellos de Orani Luisu Pirisi”, stampato dalla Tipografia Vacca-Mameli di Lanusei come foglio volante da vendere nelle fiere paesane.

Ecco come La Tribuna raccontava il Fatto:

 

Una vettura postale assalita dai briganti in Sardegna.
Dei numerosi atti di brigantaggio commessi nella scorsa settimana, i nostri artisti hanno illustrato uno dei più audaci. Sulla strada nazionale fra Orani ei Oniferi, circa quindici malfattori armati assalirono la vettura postale di Orani, terrorizzando il cocchiere e i cinque passeggeri che vi si trovavano.
I malandrini s’impadronirono del sacco della corrispondenza, che fra altro conteneva 1500 lire, e rubarono ai passeggeri il denaro e gli oggetti dì valore che avevano indosso. Siccome non trovarono alcuna resistenza, non recarono alcuna offesa alle persone da essi assalite.
I carabinieri, appena avuta notizia dell’aggressione, si diedero ad inseguire i briganti e riuscirono a circondarli in un burrone del territorio di Nuoro; ma purtroppo nel conflitto che ne seguì, un capitano delle guardie forestali e un carabiniere rimasero uccisi; un maresciallo, un appuntato e una guardia di città furono feriti.
I briganti riuscirono a fuggire e soltanto uno di essi fu ucciso dopo aver opposto accanita resistenza; è stato identificato per il pericoloso latitante Giovanni Maria Pinna, sul quale già pendeva una taglia, perché un mese fa aveva ucciso nelle campagne di Sedilo un suo compaesano, ritenendo che fosse una spia.

Mario Delitala, pittore en plein air

Si dice che le passioni vere son quelle che ti catturano sin dall’infanzia. Per quanto mi riguarda posso confermare che la passione per l’arte mi ha conquistato quando ancora ero bambino. Disegnare e dipingere per me è sempre stata un’esigenza, e mai ho trascurato questa passione.
D’altronde, avendo vissuto a Orani sino all’età di diciotto anni, era facile farsi conquistare, visto che proprio Orani è stata la patria di due “mostri sacri” dell’arte del 900: Costantino Nivola e Mario Delitala.
Io ho avuto la fortuna di conoscerli entrambi, e di entrambi conservo un ricordo indelebile.

Mario Delitala, Autoritratto 1917

Mario Delitala, Autoritratto 1917

Ho conosciuto Nivola che ero già grande (del mio incontro con lui ho raccontato tutto nel libro “Il Nivola ritrovato”), mentre ho conosciuto Mario Delitala che ero bambino. Quand’ero piccolo, nei primi anni ’60, era facile incontrare Delitala impegnato a dipingere dal vero qualche scorcio di Orani e, normalmente, intorno a lui si formava un capannello di bambini incuriositi dall’artista al lavoro. Io ero sempre l’ultimo a venir via, rapito dalla tecnica pittorica, soprattutto quando Delitala utilizzava la spatola. Ricordo che una volta, avrò avuto 7 o 8 anni, ebbi anche “l’onore” di accompagnarlo fin sotto casa e di portare la sua cassetta dei colori: tornai a casa felice!

Ricordo, un’altra volta, che noi bambini andammo a Istolo, dove a quel tempo c’era il campo sportivo, per giocare a pallone. Lì, in un angolo appartato, c’era Delitala, intento a dipingere una veduta verso il monte di Oddocaccaro. Ovviamente tradii il pallone per l’artista e, finché “Don Mario”, come tutti lo chiamavamo, rimase lì, non mi schiodai dalle sue spalle.

Ho ripensato in questi giorni a quei momenti accanto all’artista perché ho avuto modo di acquistare su un sito internet alcune vecchie foto di Orani.
Si tratta di foto particolari databili tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, realizzate con stampa foto-grafica aristotipica su carta baritata leggera; un sistema di stampa ottenuto per sovrapposizione sulla carta del negativo su lastra, esposizione diretta alla luce e successivo bagno di fissaggio.

foto 1 020Alcune di queste foto ritraggono panorami e donne in costume, mentre una ritrae la famiglia Delitala al completo, con il padre Bardilio e la Madre Adelaide Corti (Mario è il bambino col gonnellino seduto sulle gambe del padre). La stessa foto, tra l’altro, è stata pubblicata a pagina 265 della monografia “Mario Delitala”, curata da Maria Luisa Frongia, edita dalla Ilisso nel 1999.

foto 2 021 seppiaMa la foto più interessante (e a quanto mi risulta, inedita) è quella che ritrae un gruppo di persone sedute sull’erba. Da un attento esame è possibile scoprire un giovanissimo Delitala, con tanto di cavalletto, intento a dipingere. La foto è databile intorno al 1907 e quindi Delitala aveva appena 20 anni, essendo nato nel 1887.

copertina

La donna al centro, vista la somiglianza con il ritratto del 1911 riprodotto in copertina del libro di M.L.Frongia di cui sopra, potrebbe essere la sorella Anita.

foto 2 021 bis

La foto è stata scattata presso Orani, in località Otzeu, più o meno nel punto dove oggi la strada per Nuoro si biforca con la strada per Gonare, e dove il panorama offre una splendida veduta, da un lato verso i monti di Oliena, che infatti si intravvedono in lontananza nella foto, e dall’altro verso il monte di Gonare, la cui forma conica si distingue nel dipinto sul cavalletto.
Una bella testimonianza, dunque, di quella propensione di Delitala per la pittura en plein air che gli permise di realizzare capolavori infiniti.

Il costume di Orani: immagini e storia

Giuseppe Cominotti giunse in Sardegna nel primo Ottocento in quanto funzionario del Ministero dei Lavori Pubblici, addetto al servizio ponti e strade.
Cominotti, nato a Cuneo nel 1792, e morto a Torino a soli 41 anni nel 1833, soggiornò diversi anni in Sardegna stringendo, tra l’altro, un solido rapporto d’amicizia con il Conte Alberto della Marmora.
Fu proprio Alberto della Marmora che affidò a Cominotti la realizzazione di alcune tavole per illustrare la prima edizione della sua opera Atlas du voyage en Sardaigne, pubblicato in Francia nel 1826.

Cominotti 422Sempre in quegli anni (tra il 1822 e il 1826), Cominotti realizzò una serie di acquerelli che riproducevano diversi costumi sardi, soprattutto del sassarese. Questi acquerelli, conservati presso la Biblioteca universitaria di Cagliari, costituiscono un album di 30 pagine che, nel 1963, con prefazione di Francesco Alziator, è stato pubblicato in volume dall’editore De Luca di Roma.

Cominotti 422 bisLa Raccolta Cominotti (questo il titolo del libro) costituisce un importante testimonianza per quanto riguarda l’abbigliamento sardo di inizio ‘800, ma anche un prezioso reperto per alcuni usi e costumi evidenziati nelle singole tavole. L’ultima tavola della Raccolta Cominotti raffigura 18 personaggi in costume. Tra questi anche il costume maschile di Orani che, essendo la tavola datata “maggio 1826”, è sicuramente la più antica rappresentazione del costume oranese che si conosca.
La figura è molto piccola, ma si possono distinguere alcuni dettagli abbastanza strani per il costume di Orani: il cappotto con cappuccio, bordato d’azzurro, e il copricapo rosso invece della “berritta” nera, sono capi d’abbigliamento non proprio tipici del tradizionale costume oranese.

illustrazione popolare 423 bisUn po’ più veritiera appare una incisione pubblicata sul periodico L’Illustrazione Popolare dell’11 giugno 1871. L’immagine raffigura un gruppo di persone con i costumi di Bono, Nuoro, Dorgali e Orani. Per quanto riguarda Orani (il gruppo con uomo, donna seduta e bambina, a sinistra) viene data la seguente descrizione: “La ragazzina ha il corpetto scarlattino, busto verde con striscia rossa, veste rosso scuro, grembiale bianco; la madre vestita a festa, porta l’immancabile benda bianca, maniche scarlatte, corpetto color caffè scuro con strisce rosse, fascia d’oro e veste nera a piccolissime pieghe; L’uomo che s’appoggia alla sua sedia è senza capotto; ha il corsetto rosso con le mezze maniche bleu, brache bianche, calze e rocchetto neri”.

orani 066orani costume 089Con l’avvento della fotografia le testimonianze diventano più precise e i costumi diventano soggetti importanti per la nascita delle cartoline illustrate.
Le immagini qui riprodotte risalgono agli ultimi anni dell’800 e sono opera dello stabilimento fotografico Zonini di Sassari.

colucci 417Una bella testimonianza “dal vivo” del costume di Orani è quella trasmessaci dal pittore Guido Colucci (1877-1949) che ebbe modo di visitare la Sardegna nel 1928 e di eseguire una serie di disegni e acquerelli che poi trasformò in incisioni. colucci 419L’esperienza di Colucci è raccontata con dovizia di particolari nel volume “Guido Colucci e l’abbigliamento tradizionale della Sardegna”, curato da Flavio Orlando e pubblicato dall’Editore Carlo Delfino di Sassari nel 1998.

colucci 420Colucci a Orani fu ospite del collega artista Mario Delitala, e proprio in casa di Delitala ebbe modo di eseguire gli schizzi del costume di Orani indossato, come risulta dagli appunti manoscritti, dalla signora Daniela Borrotzu. Colucci, con molta maestria, rende benissimo gli aspetti cromatici e le decorazioni del corpetto. Da tali disegni ricavò anche un’incisione che faceva parte di una raccolta di 50 costumi sardi, stampata per la prima volta nel 1936 e acquistata dal Museo Etnografico di Roma (http://www.repubblicaletteraria.net/Colucci/incisioni1/costumi_Sardegna1.htm).

Orani, aprile 1956

“L’illustrazione sarda” era una rivista mensile d’attualità, economia, arte, sport e varietà che nel titolo e nei contenuti voleva emulare la ben più importante “Illustrazione italiana”.
A differenza della più blasonata “italiana”, però, mi risulta che “L’illustrazione sarda” sia nata e morta nel 1956, visto che il numero 1 venne pubblicato a febbraio di quell’anno, e il numero 7/8 (che dovrebbe essere l’ultimo uscito) nel mese di settembre.
La rivista, stampata dalla Tipografia Moderna di Sassari, era diretta da Mario Ligia e poteva contare sul contributo di numerosi collaboratori che, nei loro scritti, affrontavano argomenti di attualità e di cultura legati alla Sardegna.

Della mia collezione fanno parte i primi tre fascicoli di questa rivista e, in particolare, trovo interessante il secondo fascicolo, quello di aprile del 1956.
In questo fascicolo, infatti, a pagina 15, è pubblicato un articolo firmato da Anna Cadeddu, dal titolo “Orani”.

L’articolo, costituito da due pagine di testo, si sofferma poco sul paese descrivendo in dettaglio, invece, il Monte Gonare e le sue leggende.
L’articolo è corredato da tre foto di Valerio Manunza e da un disegno non firmato. Una delle foto, la più piccola, riproduce una vista del monte Gonare, una l’interno di un cortile, che a me sembra quello di casa Ballerini, mentre la terza foto mostra uno scorcio del corso Italia nel tratto prima di arrivare alla piazza del Convento.

Lo scatto fotografico, con una vista più o meno simile alla situazione attuale, è interessante perché appare la vecchia struttura delle case che conservano ancora gli originali balconi in legno.

Anche il disegno riguarda lo stesso tratto di strada della foto, dato che la rampa di scale è quella del vico Tharros che scende dal corso Italia, più o meno nel punto dove è stata scattata la foto precedente.

Un’altra traccia di memoria oranese da condividere, dunque, nella quale gli osservatori più attenti potranno cimentarsi nel riconoscimento delle persone che si intravvedono

La “Deposizione” di Giovanni Cau da Castelsardo

 Giovanni Cau, artista originario di Ortueri (NU), dove è nato nel 1933, ha aggiunto alla sua firma “da Castelsardo” per sottolineare l’appartenenza al luogo dove ha lo studio e dove produce le sue opere.

Giovanni Cau da Castelsardo rappresenta oggi la continuità della grande tradizione pittorica sarda, potendo annoverare tra i suoi maestri Filippo Figari, Stanis Dessì, Eugenio Tavolara e, soprattutto, il pittore sassarese Costantino Spada.

Negli anni, Cau ha avuto modo di esprimere la sua maestria nelle piccole e nelle grandi opere, come, ad esempio, l’affresco di quasi dodici metri quadri “Pranzo all’aperto”, realizzato all’Agnata, la tenuta di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi presso Tempio Pausania.

Nel 2000 Giovanni Cau tenne una mostra a Firenze presso la sede dell’ACSIT, l’associazione dei sardi in Toscana, che ebbe molto successo e mi permise di conoscere ed apprezzare l’artista e la sua opera pittorica. In quell’occasione acquistai due quadri, due piccole tele raffiguranti, una la scena di un lavatoio con un gruppo di figure in costume, l’altra una campagna carica degli assolati colori estivi della Sardegna.

Mi ha fatto piacere, dunque, ritrovare un’opera di Cau (una bella deposizione) a Orani, nella chiesa del convento, donata da Maria Cheri in memoria del marito Giuseppe Bande.

Mi ha fatto doppiamente piacere, in primo luogo perché la scelta di ricordare Giuseppe con un’opera d’arte è quanto di meglio si poteva fare, in secondo luogo perché, dopo la mostra di Firenze, segnalai l’artista Cau a Giuseppe che, qualche tempo dopo, mi disse di essere andato a trovare a Castelsardo.

Ora quell’incontro, evidentemente proficuo, con la “Deposizione” collocata nell’altare del Convento, è destinato a rimanere indelebile.

Stanis Manca e Antonio Ballero, cronisti a Gonare

Stanis Manca

Stanislao (Stanis) Manca (1865 – 1916), scrittore e critico teatrale, collaborò per circa un ventennio con il giornale La Tribuna di Roma, alternando recensioni teatrali a scritti di costume.
Nel 1891 su La Tribuna pubblicò l’articolo “Escursioni in Sardegna. Al Monte Gonari”  che, dopo un ventennio, sarebbe stato raccolto nel volume Sardegna leggendaria. Vecchie cronache ed autentiche escursioni, pubblicato dall’Editore Enrico Voghera di Roma nel 1910. L’articolo ha la particolarità di presentare la festa di Gonare in un’ epoca dove le auto erano lungi dal venire e le masse di pellegrini si spostavano, dunque, a piedi o a cavallo.
La descrizione che Stanis Manca fa della festa è stata oggetto di un altro mio post, a cui rimando per approfondimenti (Gonare: quando alla festa s’andava a cavallo).
L’articolo de La Tribuna, rispetto alla versione apparsa sul libro, ha la particolarità di essere corredato da sei piccoli disegni in bianco e nero, realizzati dall’artista nuorese Antonio Ballero (1864 – 1932).
Lo stile di Ballero è caratterizzato da una fitta rete di segni che danno corpo alle figure, e raffigurano personaggi nei tipici costumi tradizionali. Il tratto del disegno è lineare e ben lontano da quei disegni a “ghirigori” (come li definì il critico Raffaello Delogu) che dovevano caratterizzare la successiva produzione artistica di Ballero.
Tra i sei disegni spiccano due figure “accampate” sotto un albero e un venditore di qualcosa, seduto su uno sgabello con accanto la stadera e la cesta contenete la sua mercanzia.
Si tratta di figure tipiche dell’epoca, di quelle che con ogni probabilità Stanis Manca ha incontrato nella sua escursione per la festa di Gonare. E Ballero, che probabilmente salì al monte assieme a Manca, non ha fatto altro che limitarsi a un semplice esercizio di “cronaca”, immortalando i soggetti utili a illustrare l’articolo dell’amico.
Occorre sottolineare anche che (a quanto mi risulta), i disegni di Ballero sono inediti e sono da ricondurre ai suoi esordi artistici, visto che le sue prime opere datate risalgono al 1890.