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Nivola e la xilografia

Nel 1926 Costantino Nivola, all’età di 15 anni, lascia Orani per seguire il pittore Mario Delitala, incaricato di decorare l’aula magna dell’Università di Sassari. Nivola, in questo periodo di apprendistato, inizia a muovere i primi passi artistici avendo come modello la pittura di Delitala e le diverse pubblicazioni d’arte a cui il pittore di Orani era abbonato.
Sono gli anni che vedono trionfare l’arte di Sironi e Carrà, artisti che, indubbiamente, influenzano il giovane Nivola.
Ma sono anche gli anni in cui si assiste a una rinascita della xilografia (una forma artistica basata sulla creazione di matrici di legno incise e, dopo opportuna inchiostratura, sulla successiva realizzazione di stampe su carta), grazie soprattutto alla rivista L’Eroica, fondata nel 1911 da Ettore Cozzani.
In tale opera di rinascita, un ruolo di primo piano lo giocarono alcuni dei più importanti artisti sardi: Giuseppe Biasi, Mario Mossa De Murtas, Stanis Dessy, Remo Branca e Mario Delitala.
Soprattutto Branca, Dessy e Delitala diedero un’impronta fortemente caratterizzata da elementi sardi a tale forma di espressione artistica, tanto che L’Eroica non esitò a parlare di “Scuola Sarda”, dedicando agli artisti isolani alcuni numeri monografici.
A Mario Delitala fu dedicato il n° 158 dell’ottobre 1931, con la riproduzione di dodici xilografie originali, e, in “comproprietà” con Dessy, il n° 192/193 di agosto/settembre 1934 (Sei xilografie originali di Dessy e quattro di Delitala).

senza titolo (1930)

Nivola, dunque, nel periodo passato a fianco di Delitala, ebbe modo sicuramente di vedere il maestro all’opera e di apprendere la tecnica dell’incisione su legno.
Risalgono a quel periodo, infatti, le uniche tracce di Nivola xilografo e alcune sue realizzazioni risultano esposte alla II Sindacale di Cagliari del 1931 e alla IV sindacale di Cagliari del 1933.

i fraticelli di S.Antonio (1930)

Oggi sono note solo tre xilografie di Nivola, realizzate tra il 1930 e il 1931.
E se nella xilografia senza titolo del 1930, come nei primi lavori pittorici, prevalgono gli influssi modernisti di Sironi e Carrà, nelle altre due ritroviamo forti richiami “regionalisti” che ricordano l’opera pittorica di Giuseppe Biasi, soprattutto nel dettaglio delle case, tipicamente sarde,

Gesù e i fanciulli (1931)

nel “Gesù e i fanciulli” e nel richiamo alla facciata della chiesa del Rosario di Orani nei “Fraticelli di S.Antonio”.
Una testimonianza importante degli esordi artistici di Nivola, dunque, che conferma come, anche nella xilografia, il giovane artista viveva la contemporaneità, prestando una attenzione particolare a artisti, movimenti e avanguardie che caratterizzavano in maniera preponderante il gusto e le tendenze del periodo.

Orani così non l’avete mai visto!

Una foto dei primi del ‘900 acquistata su internet con una veduta di Orani ripresa dal cimitero nuovo, ancora in fase di costruzione. La foto, dunque, è facilmente databile visto che il nuovo cimitero di Orani venne inaugurato nel 1906.
In primo piano spicca la vecchia chiesa diroccata di S.Andrea, “Campusantu vezzu”, mentre lo sfondo è dominato dalla collina di Sa Costa e da San Paolo, con in cima la chiesetta.
Il paese è molto raccolto e ancora circondato da campi e orti. Basta notare la chiesa di Sa Itria che ha la facciata rivolta verso l’aperta campagna. La chiesa del Rosario è senza campanile (alla cui costruzione, alcuni anni dopo, contribui anche mio nonno Mereu), la parrocchiale è sempre incompiuta e la parte alta del paese è dominata dalla chiesa e dall’edificio del convento.
Nell’abitato spiccano per dimensione i palazzi delle famiglie importanti: i Siotto, i Meloni, sas Damas.
Considerando che il numero degli abitanti è sempre più o meno lo stesso di allora, l’abitato ha dimensioni molto ridotte rispetto al paese attuale; ciò testimonia che Orani, negli anni, si è allargato a dismisura, perdendo molte, e purtroppo irrimediabilmente, di quelle che erano le peculiarità legate alla sua forma urbana.

Tutti a Gonare!

 Nel numero di Luglio del 1913, la rivista cattolica “Pro Familia”, che si proponeva “l’elevazione morale, artistica e letteraria degli italiani”, pubblicava un servizio sulla visita pastorale del vescovo Ernesto Piovella nella Barbagia di Ollolai.
Tra le tappe della visita era incluso anche il Monte Gonare dove il vescovo, come riportava il giornale, “consacrò solennemente il santuario della Vergine che vi si trova sulla cima, meta di una devozione tenera e costante dei popoli circonvicini”.
Di quella visita il giornale pubblicava anche una foto dove mons. Piovella, con lo sfondo della chiesa, appariva circondato da una moltitudine di persone, uomini e donne, tutti in costume.

 

Più o meno agli stessi anni risale un’altra foto scattata a Gonare. Anche in questo caso la stragrande maggioranza delle persone indossa ancora il costume, ma già si intravvedono diverse persone vestite “a sa civile”, con l’esibizione di tanto di paglietta.
La foto mi è stata fornita dal Sig. Claudio Mecacci, collezionista, che ha voluto condividere la mia passione per Orani e le sue tradizioni.

 

Una terza foto risalente agli anni ’40, scattata davanti alle vecchie cumbessias di Gonare, invece, immortala un momento di festa con le persone schierate in un giro di ballo sardo.
Si riconosce, con la camicia bianca al centro del ballo, tziu Angelinu Carbone, mentre la donna con la blusa chiara accanto all’uomo con camicia bianca e capello, è tzia Luisedda Chironi.
Dei due uomini anziani in cima alla fila (uno in costume e uno no), non so i nomi. So però che erano due zii di mio nonno Mereu.

 

E allora, visto che tra pochi giorni, il 25 marzo, a Gonare ci si va per rinnovare l’appuntamento primaverile, con la montagna e con la festa, pubblico una foto mia con i miei amici, scattata in occasione della festa del 1972. Non è una foto “antica”, e anche se se li porta bene, ha comunque quarant’anni.

Carnevale a Orani: si balla in piazza

In un numero della rivista “Il Secolo XX” del 1911, Stanis Manca pubblicava un articolo  intitolato “La musica e la danza dei sardi”, corredato da numerose foto. Tra queste una piccola foto è scattata a Orani, in Piazza Santa Croce, in occasione di un ballo sardo per il Carnevale.
Le persone raffigurate sono tutte in costume e si intravede qualche maschera in abiti non sardi. Altra curiosità (oltre al suonatore in costume, seduto al centro della piazza) sono i due giovani alberi, con tanto di protezione per preservarli, che dovevano dare vita a due enormi olmi, tagliati nei primi anni ’60 quando io ero bambino.

Ma quella veramente strepitosa è una foto inedita riconducibile alla fine dell’800 che ritrae un folto gruppo di danzatori in costume e in maschera nella piazza di “masellu”. Nel retro, incombente, la chiesa parrocchiale, eterna incompiuta, e in primo piano un vicinato fatto di case basse e cortili interni. La foto è realizzata con l’utilizzo di una particolare procedimento che prevedeva la stampa diretta da lastra, grazie all’uso di una carta particolare (aristotipica su carta baritata).

Per questa foto devo ringraziare il sig. Claudio Mecacci, collezionista conosciuto in rete, che mi ha opportunamente segnalato un lotto di antiche foto di Orani: prossimamente ne pubblicherò altre che permetteranno di vedere e scoprire aspetti inediti  del nostro paese, cento e più anni fa.

I primi dieci minuti di un artista

Carte Segrete”, Rivista trimestrale di lettere e arti, come recita il sottotitolo, nel numero 21 di gennaio/marzo 1973, pubblica un articolo di Sandra Giannattasio dedicato a Costantino Nivola.
L’articolo “Nivola ’73: un ritorno alla poetica artigianale” (introdotto nel titolo da un autoritratto dell’Artista), si sofferma proprio sul ritorno di Nivola alla “prassi artigianale” ed esalta la arcaica plasticità delle opere riprodotte (opere che nel 1973 Nivola espose a Roma alla galleria Marlborough).
Il servizio sull’artista di Orani continua con la descrizione del progetto decorativo per la facciata del “Provident institution for Savings” di Boston, e con uno scritto dello stesso Nivola, “I primi dieci minuti della mia vita” (dove è riprodotto anche un brano autografo), destinato a diventare il primo capitolo del libro “Memorie di Orani”, pubblicato da Scheiwiller nel 1996 e ristampato dalla Ilisso di Nuoro nel 2003.
Mi piace riprodurre integralmente tale scritto che conferma (se mai ce ne fosse bisogno) anche le capacità narrative di Nivola. E mi piace farlo proprio in questo inizio di 2011 che sarà sicuramente portatore di grandi eventi dedicati a Nivola, di cui, quest’anno, ricorre il centenario della nascita.

I primi dieci minuti della mia vita
di Costantino Nivola 

Vedete, è successo proprio così: la levatrice mi ha consegnato tutto rosso, come un coniglio appena sgusciato, alla giovane vicina di casa che aveva assistito al mio parto… parto del resto facile, essendo io il sesto dei figli. Si è lavata le mani nell’acqua che doveva servire al mio bagno e se n’è andata brontolando.
Adriana mi prese nelle sue grosse mani di contadina. Si sedette davanti al recipiente di terracotta pieno d’acqua riscaldata al sole e mi lavò con cura affettuosa. Dopo avermi asciugato, mi sparse di polvere di talco che lei stessa aveva ottenuto, grattugiando nel granito duro questa pietra morbida che abbonda a Orani.
Mi avvolse in una lunga benda di lino quasi rigida dalle ascelle fino ai piedi, secondo l’usanza di quel tempo. In questo modo, ordinato e lindo sereno come un piccolo morto, mi collocò accanto a mia madre, quasi accanto. Questo quasi non verrà mai superato da me (o da lei) e costituirà una barriera psicologica permanente, che si rifletterà in tutti i miei rapporti con le donne. Mia madre aveva osservato, con tristezza e anche con ansietà, l’operare di Adrianedda. E quando questa ebbe finito, le chiese di portarle il fratellino appena più anziano di me, di qualche anno… 
Questi era nato con un piede deforme e un’espressione angelica. Inoltre la madre aveva intuito che il piccolo non sarebbe sopravvissuto agli stenti e al disagio della nostra condizione… Cose che devono aver contribuito a far rinascere in lei una seconda vampata di passione materna. (Mia madre dopo il primo figlio avrebbe voluto non averne altri, piuttosto che vederci soffrire la fame).
Quel giorno era stata la prima volta che l’aveva ceduto alla cura di altri: temeva con ragione — che il fratello nato prima di lui per gelosia l’avrebbe strangolato.
Quando Adriana ritornò col bambino appena nettato e glielo mise dall’altro lato, la mamma se lo strinse vicino, lasciò andare un sospiro di sollievo e si addormentarono entrambi.
Io sentii la breve distanza che. mi separava dalla madre allargarsi, distanziarsi all’infinito. Mi sono sentito solo, non voluto. Ho desiderato allora (e anche spesso in seguito) cancellare la mia nascita e, per un processo di inversione — come un film proiettato alla rovescia — di essere ripreso da Adriana disvolto dalla benda, rimesso nell’acqua riscaldata al sole, rientrato nel grembo della mamma, riassorbito come sperma da mio padre… e da mio nonno e così via, sempre più indietro nel tempo.
Ma proprio quando l’abbandono mi è parso più totale, ho sentito altrettanto forte la sensazione, che non ero solo. Dopo tutto, le mani di Adriana mi avevano lavato e accarezzato modellandomi come un pane da festa. E ora dalla finestra della stanza entrava l’aria tiepida e con essa migliaia di suoni gradevoli, prodotti dagli uccelli, i grilli, le api… e anche dagli scoppi dei piselli selvatici e tante altre diavolerie della natura e della stagione, che in quel modo sembrava che festeggiassero la mia nascita e che mi invitassero a unirmi a loro in questa curiosa avventura che è l’esistenza. 
Era mezzogiorno e mezzo, il 5 luglio 1911

Mario Berlinguer, avvocato penalista

Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer (11 giugno), un personaggio politico unico per serietà, ancora oggi da tutti ricordato come esempio da seguire se si vuole fare politica in modo corretto e nel rispetto delle istituzioni.
Molto del carattere di Enrico derivava dalle tradizioni di famiglia che avevano visto suo nonno, Enrico anche lui, e su padre Mario sempre impegnati con le forze democratiche e liberali.

Mario Berlinguer in una foto del 1930

In casa mia dei Berlinguer ne ho sempre sentito parlare, di Mario prima e di Enrico poi.
Mario, oltre che per la sua attività politica che lo vide in Parlamento sino al 1963, era molto stimato per la sua attività di avvocato che gli dava modo di esercitare quell’arte oratoria molto apprezzata nelle aule di giustizia sarde.
Era poi quella stessa arte utilizzata nello scrivere articoli e testi, spesso divertenti, anche quando erano destinati a qualche specialistica rivista di legge.
Un esempio è l’articolo Folklore giudiziario sardo, apparso sulla rivista “L’Eloquenza” nel 1923 (Anno XII, 1923 – Pag. 681).
In questo scritto, Mario Berlinguer, nonostante la tragicità del racconto, riporta un fatto dove traspare quello spirito e quel sarcasmo che caratterizza, i sardi e che, nel nostro caso, evidenzia la peculiarità di alcuni compaesani Oranesi.
I fatti narrati da Berlinguer hanno origine nel 1906, quando moriva assassinato l’allora sindaco di Bitti Angelo Mossa. Il processo ai presunti responsabili si trascinò per anni e vide coinvolti due oranesi. Berlinguer racconta proprio il confronto tra i due oranesi, Mereu (niente a che vedere col sottoscritto) e Cavada: “… nel clamoroso processo per l’omicidio del sindaco di Bitti un brillantissimo duello dialettico si svolse fra il principale imputato, il sicario Cavada, e uno dei testimoni dell’accusa, Mereu, entrambi nativi di Orani e trapiantati (il P.M. Onofrio Fois, un magistrato di tempra superiore, diceva “perfezionati”) a Bitti. il Mereu deponeva con tranquilla disinvoltura che pochi giorni prima che in una danza carnevalesca nella piazza principale del paese venisse ucciso il sindaco da un uomo camuffato, il Cavada gli aveva proposto di far parte del complotto ordito per l’eccidio, offrendogli mille lire di compenso. Cavada ascolta, poi si drizza sui garretti sottili, si afferra convulsamente alle sbarre della gabbia, pallido, opaco in quel suo viso felino ove rilucevano solo gli occhi vividissimi, e domanda con voce pacata il permesso di chiedere al testimonio notizie sulle sue condizioni economiche … e sullo stato di servizio del cartellino penale. «Son poverissimo, risponde il Mereu; e dopo una pausa: è vero, sono stato condannato per truffa, per appropriazione indebita, per ricettazione, per frode in commercio» (aveva solcato tutto l’arcipelago del piccolo cabotaggio dei reati contro la proprietà). E allora Cavada avventa la sua obiezione, precisa, formidabile: «Come si può credere che avendo io offerto a questo straccione, a questo criminale già tante volte bollato, mille lire, egli non le abbia accettate?». Ma Mereu è più scaltro di lui; non si scompone, sceglie per rispondere una di quelle battute inattese, umoristiche che danno l’impressione irresistibile della spontaneità, e con l’aria di un commesso viaggiatore che sfoderi il suo campionario, dolente che gli manchi la mercanzia richiesta dal cliente: «Ite cheret, su presidente (che vuole, Signor Presidente) custu de facher mortes no fit articulu meu (alla lettera: questo di commettere omicidi non era articolo mio!)».
Questo e altri scritti di Mario Berlinguer sono raccolti nel volume “In Assise – Ricordi di vita giudiziaria sarda”, pubblicato da Mondadori nell’agosto del 1944, ristampato ad aprile del 1945 e, a quanto mi risulta, mai più pubblicato.
Se qualche editore si vuole cimentare nel riproporlo, tenga presente che il libro ha sicuramente ancora una sua validità, se non altro come memoria di un testimone importante, della vita politica e giudiziaria in Sardegna e non.

Ritornare a Itaca

Ma in questa sera di gelo e di vento non c’è un lume, una persona. Passato Sarule, illuminiamo coi fari la facciata nuova della chiesa di Orani dove il pittore Nivola, che è nato qui e vive in America, ha graffito, al suo ultimo ritorno, tra la meraviglia dei pastori, una grande decorazione. ...”.
Così scriveva Carlo Levi nel 1964 (Carlo Levi, Tutto il miele è finito – Torino, Einaudi, 1964 – Pag. 74), riassumendo in poche parole la sensazione che creò a Orani, nel 1958, il ritorno di Nivola: quel “ritorno a Itaca” che si celebra proprio in questi giorni, grazie alla riproposta della mostra fotografica che riproduce le immagini allora scattate da Carlo Bavagnoli.
E, a quanto mi dicono, dopo 50 anni, a Orani la sensazione è ancora di meraviglia e stupore nel rivedere le immagini, i luoghi, le persone, il paese non ancora “civilizzato” invaso dalle opere d’arte di un oranese, visto dai compaesani più come uno “strano” emigrato che come un artista di fama mondiale.
E si! ancora nessuno aveva capito la portata dell’opera di Nivola, e nessuno (almeno a Orani), poteva immaginare che di quella mostra del 1958 ne avrebbero parlato ancora a lungo giornali e riviste di tutto il mondo.
Sfoglio, ad esempio, il numero 34 del 1961 della rivista d’arte e architettura “Aujourd’hui” che si stampava a Parigi e che dedica ben 7 pagine fotografiche a Nivola, tra cui due alla mostra di Orani.
E guardo le foto e rivedo volti e persone, vecchi che ho conosciuto e amici d’infanzia. E mi chiedo anche a cosa pensava chi nel 1961 a Parigi vedeva la foto di Ziu Deddone che con mano leggera accarezzava una scultura sotto lo sguardo attento di Ziu Soro, cognato di Nivola e fratello di mia nonna. Oppure qualcuno, come faccio io oggi, si soffermava a guardare un gruppo di ragazzi dove mio cognato Nicola, poggiato al muro, sembra il ritratto di mio nipote Alessandro.

E che dire della foto di Nivola che spiega i suoi disegni ad un attento Don Lai, parroco di Orani, dando vita, forse, a quella “leggenda” che vuole che sia stato il prete a dare il nome di “Battaglia di Lepanto” al graffito, tanto per dare una spiegazione logica a quei segni incomprensibili.
Ma io mi chiedo anche: chi sarà mai quel ragazzino, seminascosto dai fogli di Nivola, che si soffia il naso e regge le spatole dell’artista?
Tutte domande che non vedo l’ora di appurare. E appena rientrerò a Orani, andrò, come fanno in questi giorni tutti gli oranesi, a vedere la mostra e  “giocare” con la memoria che ricorda, ricerca e rivive, facendoci viaggiare e ritornare a quella personale Itaca che abbiamo tutti, e che tutti conserviamo e curiamo nel nostro intimo più profondo.

P.s.: Veloci arrivano le precisazioni. Mi scrive Tina (una delle bambine che ridono divertite guardando Nivola che disegna): “Ciao Angelino, l’uomo che accarezza la scultura di Nivola non è Ziu Deddone ma Ziu Antoni Fadda (il padre di Ziu Giuanchinu). E il ragazzino che si soffia il naso è Andria Comeddu. Ciao Ciao“. Grazie! … e ciao, ciao!

Signorina Marianna dei quattro mori

“Signorina Mariannedda ‘e sos battor moros” (Signorina Marianna dei quattro mori), così era conosciuta dai più Marianna Bussalai, per la sua fede incrollabile nell’idea sardista che aveva, appunto, i quattro mori come vessillo.
E quel vessillo lei lo conosceva bene visto che la prima bandiera del Partito Sardo d’Azione, a 17 anni, l’aveva ricamata con le sue mani; quella stessa bandiera con cui, nel 1997, come riportano le cronache, Giuseppe Chironi, “tziu Chironeddu” di Orani, a 80 anni suonati, fece l’ingresso al congresso sardista: “impugnando la bandiera dei Quattro Mori cucita da Marianna Bussalai nel lontano 1921 e gelosamente custodita nel ventennio della dittatura fascista. I delegati sono letteralmente schizzati in piedi e ne è seguito un prolungatissimo applauso”.
Marianna era nata a Orani nel 1904; titolo di studio quarta elementare ma una enorme cultura da autodidatta, costruita con letture e rapporti personali ed epistolari con le menti più sensibili presenti nell’area nuorese e barbaricina degli anni 20.

Un mio schizzo di piazza Santa Gruche a Orani dove si intravvede il portone di casa Bussalai

Un rapporto talmente stretto che la portò ad essere punto di riferimento, per tantissimi giovani del paese, che nel cortile di casa sua si riunivano in una sorta di cenacolo culturale e politico, ma anche di politici e leader indiscussi del movimento antifascista, come Emilio Lussu.
Sul fronte politico l’idea autonomista e sardista di Marianna fu sempre in primo piano, così come l’antifascismo convinto e militante, fatto di avversione a tutto quello che il regime imponeva e di aperto contrasto quando doveva sostenere le sue idee.
Marianna non nascondeva questo suo modo di essere e di pensare che sempre traspariva, nelle sue azioni e nei suoi componimenti. Dal microcosmo del suo cortile partivano i suoi scritti, le sue lettere, le sue cartoline, le sue poesie. E ogni atto corrispondeva a un preciso messaggio, più o meno esplicito, a chi era destinatario della missiva o semplice lettore di un componimento poetico.
Questo perché Marianna Bussalai aveva la rara capacità di parlare chiaro, semplice, in maniera comprensibile. Sapeva toccare i tasti giusti dell’amore per la Sardegna, dell’amore per la libertà, della voglia di giustizia per un popolo, quello sardo, da sempre vessato e sottomesso.
Tra le molte collaborazioni, Marianna Bussalai intraprese un rapporto con la rivista LUMEN, “Rivista femminile per la gioventù d’Italia”, che iniziò le pubblicazioni nel 1920 e continuò sino agli anni ‘50. Era una rivista fortemente orientata verso tematiche femminili e dava spazio a donne affermate nel campo delle lettere, ma anche a donne esordienti o sconosciute che intendevano misurarsi con la poesia o con la narrativa. Molta importanza veniva attribuita alla posta delle lettrici che, puntualmente, trovava risposta sulle pagine della rivista direttamente per mano della direttrice Rosa Borghini. La rivista era molto diffusa tra le insegnanti e, a quanto pare, da queste utilizzata nei programmi educativi, coinvolgendo direttamente le ragazze in età scolare.
Tra le altre cose, LUMEN mi ha colpito per l’alto numero di abbonate e collaboratrici sarde, a testimonianza che la rivista, anche se stampata in Abruzzo, aveva nell’isola vasta eco e diffusione.
Marianna Bussalai, periodicamente, contribuiva con scritti e poesie sue originali in italiano (“rottami di sogni” li chiamava Lei) o con traduzioni dal sardo all’italiano, per far conoscere autori come Antioco Casula “Montanaru” e Sebastiano Satta..
La sua prima poesia pubblicata, “Rivelazione”, con testo in italiano e cognome sbagliato, apparve sul numero 5 del 1923. Sul numero 4 del 1924, invece, venne pubblicato il componimento “Nel salto”. Sullo stesso numero veniva reso noto il risultato di una iniziativa di LUMEN per un premio letterario riservato alle abbonate. Tale premio veniva assegnato per il primo posto a Maria Catte di Oliena, per il secondo posto a Anna Carracino di Chieti e per il terzo posto a Marianna Bussalai di Orani per la novella in versi “L’Anello della felicità” che, assieme agli altri testi vincitori, venne pubblicato sul numero successivo (n.° 5/6 1924) della rivista.
La novella di Marianna – come scrisse Silvia Reitano, scrittrice e poetessa che faceva parte della commissione giudicatrice – “volge graziosamente in forma fiabesca un troppo triste motivo: che la felicità si trovi nella morte”.
E’ un motivo questo ricorrente negli scritti di Marianna, per una visione sofferente dell’esistenza, a causa del regime fascista che la opprime e a causa di una malformazione fisica che le procura atroci sofferenze. Rispondendo a una sua lettera (LUMEN n°11/1929) Rosa Borghini sottolinea come “poche hanno sofferto come te e quindi hanno una vita spirituale profonda come la tua. Profonda e coraggiosa che potrebbe essere a molte di esempio. Che cosa vuole Dio da te con cotesto incalzare di lotta che non conosce tregua?” Ma Marianna è ostinata, continua assiduamente il suo lavoro di proselitismo e educazione, continuando a mantenere vivi contatti e interessi, muovendosi sempre con la dovuta “prudenza e la saggezza che possono benissimo andar d’accordo con la fierezza e l’ardire”. 
Su Lumen Marianna scrive: “Mi ritrovo ora più serena e più temprata e queste energie che l’anima può sprigionare, dopo aver vinte le prove più rudi, mi fanno comprendere il perché di questa lotta senza tregua che a tutta prima apparirebbe vana!”
Energia e serenità la accompagnarono sino alla morte, avvenuta nel 1947 a soli 43 anni, pochi mesi prima dell’approvazione di quello statuto speciale per la regione Sardegna che era stato uno degli obiettivi del suo pensiero autonomistico, oltre alla dimostrazione che la sua lotta non era stata vana.
Di Marianna Bussalai mi piace riportare la poesia “Trillo” (Lumen n. 11/1925) che riassume, in versi, quella sofferenza, quella forza e quella speranza che caratterizzarono tutta l’esistenza di questa illustre, piccola, grande oranese

Io vengo dal tutto: Dell’erba
L’essenza in me porto e del sole,
Dell’elce, dell’onda, dei pruni
Selvaggi, d’umili viole!
Nell’anima sento dei giorni
Radiosi di Maggio la festa,
Ma ho pure nel sangue il tremendo
Ruggir della nera tempesta!
Se grava d’un cielo cinereo
La tacita e mesta armonia
Son una con quella tristezza
Che porto nel cuore; ch’è mia!
Se il mondo ridesto saluta
Di gioia in un inno l’aurora
Mi sento perduta in quel gaudio
Ch’è mio – del mio sangue – esso ancora!
 

Juvanniccu Mereu, babbu meu.

Giovanni Mereu, mio padre, oggi avrebbe compiuto 86 anni. Era nato, infatti, a Orani (NU) il tredici marzo del 1924. Primo di undici figli di Giacomo (da tutti chiamato Andrea) e di Andreana Soro. Quinta elementare regolarmente ultimata a dieci anni. A 11 anni al lavoro in campagna, servo pastore “guardiano di agnelli” per un proprietario di Orani.
Lavora in campagna sino al 1946 quando emigra in Francia.
Sposato con mamma, Grazia D’Agostini, nel 1947 che lo raggiunge in Francia. Nel 1948 in Francia nasce mia sorella Burica. Nel 1951 rientro dalla Francia e babbo inizia a lavorare per la società del talco, come tagliapietre e in miniera.
Nel 1953 nasce Luigi. Nel 1956 sono nato io; Andreana nasce nel 1960.
Da subito babbo è impegnato nella commissione interna delle miniere che in quegli anni lotta per ottenere condizioni di lavoro umane. Sono anni in cui si lotta per avere servizi igienici, la mensa, un mezzo per raggiungere il luogo di lavoro: richieste elementari, sempre disattese dalla proprietà. Lotte sindacali che negli anni porteranno a ottenere notevoli migliorie nel lavoro in miniera, che porteranno al riconoscimento di terribili malattie professionali come la silicosi e il Morbo di Dupuytren.

Il testo allegato è un brogliaccio di un discorso che risale alla fine degli anni ’60, fatto da mio padre alla presenza dei “padroni” una delle rare volte che hanno messo piede a Orani.
Un testo semplice, sgrammaticato ma che, nell’essenza, riassume la situazione di estremo disagio in cui erano costretti a lavorare i minatori.

Babbo è morto d’infarto nel 1990. Era andato in pensione alcuni anni primi con un livello di invalidità del 65% a causa della silicosi e della polvere di talco che gli aveva “cementato” i polmoni e per il Morbo di Dupuytren che, per il prolungato uso del martello pneumatico, gli aveva rattrappito i nervi delle mani, impedendo alle dita di stendersi.
Rimane il suo ricordo e il suo insegnamento sempre vivo. Il ricordo di un uomo che ha vissuto onestamente, lavorando per non far mancare nulla alla famiglia, impegnato a migliorare la sua condizione e sempre in prima linea nelle lotte politiche e sindacali per migliorare le condizioni di quella “classe operaia” di cui, ormai, si parla solo nei libri.

 “Inanzi tutto voglio dare il benvenuto a questa spettabile commissione che in tutta la nostra vita di miniera solo un’altra volta – oltre tre anni mi pare – avevamo avuto modo di incontrarci.
Durante l’incontro fatto all’imboco della miniera mi ricordo di aver più o meno trattato molti problemi che a noi ci stanno a cuore perché tuttora non sono stati realizati.
I miei compagni aiuteranno a elencare molte cose che si erano discusse e che la stessa commissione si aveva preso l’impegno di far rispettare tutto cio che fino adesso non si e messo in atto e cioè la sicurezza sul lavoro, gli indumenti necessari per poter lavorare meglio, la atrezatura anticuata che abiamo, l’impianti di macinazione in Orani e tante altre più le condizioni igeniche.
Che proprio in questo punto mi voglio sofermare. Di igene intendo dire di un locale adato per mangiare, dell’acqua pulita con dei lavandini per lavarci le mani e i gabinetti.
1° il locale non lo abiamo. Ce una stanza di 4 X 6 sprovista di riscaldamento e perfino di un semplice camminetto, di tavolo e sedili suficienti per poter ospitare tutti li operai.
Difatti la mettà mangiano fuori all’aperto perfino quando ce la neve. E poi ce ne un’altra parte che in giorni così freddi preferiscono mangiare dentro la miniera perche si e sudati e si a paura di rischiare una polmonite.
2° Parliamo dell’acqua. L’acqua da bere cela porta a spalla con una broca un operaio invalido da una sorgente del luogo.
Non sapiamo neanche se e acqua potabile perche mai e statta analizata. Poi per poterci lavare le mani prima di mangiare ci serviamo dell’acqua che scorre nella rigola della galleria. Acqua che scorre in mezzo al fango e al legname putrefatto e altre scorie di ogni genere.
3° I cabinetti. L’abiamo fatto presente l’altra volta che eravamo sprovisti ma niente e cambiato.
La cosa e allo statto naturale. I minatori vanno al cabinetto come i cinghiali e le volpi che abitano in quella zona, cioe in mezzo ai cespugli di lentischio. A cincuanta metri dall’imbocco della miniera e a cincuanta metri da dove si mangia che nei mesi di estate ci vediamo cuel pezzo di pane coperto di mosche verdi venute da dove stavamo dicendo prime.
Tutte queste cose in vent’anni che sono in miniera le o sempre sentitte promettere. Ma non e tanto che chiediamo ai nostri padroni per potterle realizzarle.
Sapiamo tutti che anno speso centinaia di milioni per costruzioni di capannoni e cameroni per tener asciutto il talco. Possibile che per costruire un angolo per noi sia così problematico per poter consumare mezora al giorno sia dinverno che d’estate per mangiare piu igenicamente.
Noi sappiamo che in cantieri fissi come i nostri gli operai anno spogliatoi e le docce. Noi invece la doccia l’abiamo al senso inverso in molti punti regna lo stillicidio continuo dell’acqua per tutte le otto ore di lavoro e in più dei casi senza mezi di protezione impermeabile, ecc.
Ed infine sto per concludere ma facio un osservazione anche a codesta commissione, che a mio giudizio, per svolgere il suo compito il sopra luogo lo dovrebe fare in miniera e non nei locali della direzione.
Sul posto di lavoro dove si vede come si lavora per rendersi conto in quali condizioni si lavora e con quali atrezature si lavora e come si consuma il pasto il mezo giorno.
Ma ci auguriamo lo stesso che sia suficiente così e che si impegnino ad aiutarci per poter far rispetare e fare aplicare tutte le norme ai minatori di Orani e di tutta la Sardegna. Tutte le norme sopra tutto la sicureza e l’igene sul lavoro.”

Il satiro e la vergine

Francesco Delitala, ortopedico di fama mondiale, era nato a Orani nel 1883. Con il fratello Mario, illustre artista vissuto sino a 103 anni, ha condiviso la longevità visto che anche Francesco, morto nel 1983, ha toccato il traguardo dei cent’anni.
Nella sua lunga carriera universitaria ha insegnato clinica ortopedica a Padova, Napoli, Venezia e quindi a Bologna, dove ha diretto l’Istituto Rizzoli sino al 1953.
I suoi contributi scientifici sono innumerevoli e riguardano le varie branche dell’ortopedia.
Gli interessi di “Franceschino” Delitala, comunque, non si limitavano all’ortopedia, ma spaziavano dall’arte vera e propria alla grande competenza nella storia della medicina e nelle medaglie antiche.
Tutte queste passioni sono raccolte nel volume “Il satiro e la vergine”, apparso nel 1971 per l’edizione della “Stamperia napoletana”.
Il volume venne pubblicato a cura degli allievi veneziani di Delitala (1920-1935) per commemorare i cinquant’anni dall’inizio del suo insegnamento.
Il libro, che nella copia in mio possesso ha anche una dedica autografa al frontespizio, raccoglie racconti e aneddoti, in massima parte autobiografici, con alcune spassosissime scenette legate agli esordi della sua professione quando esercitava l’attività di medico condotto tra Fonni e Orune. Delitala racconta di una volta che venne pagato con un cavallo o di quando dovette intervenire per dirimere una questione su un asino a cui erano state mozzate le orecchie.

La chiesa diroccata di S.Andrea, "campusantu vezzu", in un mio disegno del 1999

Racconta anche di quando era studente a Sassari, e rammenta un episodio strettamente legato a uno dei luoghi storici di Orani, quella chiesa diroccata, dagli oranesi conosciuta come “campusantu vezzu” (vecchio cimitero) perche per anni aveva assolto a tale funzione. Scriveva, infatti, “… Nei primi anni di università … nessuno mi superava per la passione che mettevo nello studio dell’anatomia…. Ero diventato un personaggio indispensabile perché rifornivo l’Istituto di crani, di ossa lunghe e corte, alla rinfusa, per tutto l’anno. La miniera da cui estraevo tanto materiale era l’ossario del cimitero di Orani, una chiesetta semidiroccata e priva di tetto, in cui da secoli si accumulavano le ossa degli oranesi, dopo aver passato i dieci anni regolamentari di onorata sepoltura. E poiché  erano esposte alle intemperie, al caldo, alla pioggia ed al gelo diventavano bianche, lucenti, pulite come l’avorio. Certamente scavavo anche tra le ossa dei miei avi, che spero mi abbiano perdonato.
Prima di partire per Sassari, durante le vacanze facevo la cernita, ne  riempivo una valigia di fibra, la legavo a croce con lo spago e partivo; venivo fermato regolarmente alla cinta daziaria, rigorosa perché doveva reprimere il contrabbando delle salcicce e dei prosciutti. <<Niente di dazio?>>. <<Ossa di cristiani>>. <<Aprire>>. E quando vedevano che il contenuto corrispondeva alla dichiarazione fuggivano inorriditi.”
Ma a Orani Francesco Delitala ha lasciato anche traccia della sua arte pittorica. Vi sono, infatti, nella parrocchiale del paese due dipinti che riproducono San Pietro e San Paolo che, per stessa ammissione di Delitala, “parevano tolti dalla cornice della Pinacoteca vaticana, in cui stanno a ricordare l’opera pittorica di fra Bartolomeo della Scala”.
Dunque, se vi capita di trovare in qualche bancarella “Il satiro e la vergine”, non fattevelo sfuggire. E se qualche editore ne ha voglia, può sempre provare a ristamparlo: è un libro bello da leggere e da far conoscere.