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Loris Riccio

 Illustratore, nato a Palermo nel 1899, morto a Sassari nel 1988. Figlio di Medardo Riccio, storico direttore de “La Nuova Sardegna”, fratello di Myriam, giornalista, e Floria, illustratrice.
Illustratore raffinato, a lui si deve la realizzazione di numerose copertine di riviste di moda e diversi manifesti pubblicitari. Alla fine degli anni 20 si trasferisce a Parigi e anche qui conosce un notevole successo come illustratore, collaborando con riviste del calibro di “Vogue”.
La cartolina riprodotta fa parte di una serie di quattro dedicate alla musica e danza nel mondo, con chiara allusione al jazz e alle sfrenate esibizioni di Josephine Baker che imperversava nella Parigi degli anni ‘30.

Il satiro di Porcheddu

Beppe Porcheddu (1898 – 1947), artista di origini sarde (era nato a Torino e il padre era di Ittiri), scomparve misteriosamente nel 1947 senza lasciare alcuna traccia di sè. Porcheddu, negli anni ’20 e ’30, ebbe grande successo come grafico, illustratore e ceramista: sono tantissimi i libri e le riviste da lui illustrati, e sue sono alcune splendide ceramiche disegnate per la Lenci.
La cartolina, stampata dalla tipografia Vogliotti di Torino, raffigura un satiro intento a versare il vino in una coppa. La cartolina è firmata e datata 1913, quando Porcheddu aveva appena quindici anni.
L’immagine ben rappresenta le caratteristiche della grafica di Porcheddu, minuziosamente concentrata sui dettagli e sulle sfumature dei soggetti raffigurati. La cartolina è stata riprodotta anche nel volume “Il vino in Sardegna”, edito dalla casa editrice Ilisso di Nuoro nel 2010.

Antonino Pirari, pittore di Nuoro

Ho recentemente acquistato due cartoline. La prima cartolina riproduce il quadro “Venerdì santo” del pittore nuorese Antonino Pirari (1893-1957) e risulta viaggiata da Sassari per Roma nel 1935. La seconda cartolina è viaggiata nel 1902 e riproduce un contadino di Nuoro intento a smuovere un covone. Questa cartolina, oltre alla scritta “proprietà privata”, non riporta alcuna indicazione sull’editore o sull’autore della foto.

Appare singolare, però, che la cartolina del contadino ricordi tantissimo il quadro “Il covone” che proprio Pirari presentò alla Biennale di Venezia nel 1920 e la copertina che l’artista nuorese realizzò per il numero 17 dell’ottobre 1921 de “Il giornalino della Domenica” fondato da Vamba e diretto da Giuseppe Fanciulli.
In quel numero de “Il giornalino”, Fanciulli parla di Pirari in questi termini: “ … Antonino Pirari, giovane ed eccellente pittore di Nuoro, che, quasi ragazzo, illustrò per il Giornalino, nel 1911, una novella di Grazia Deledda, e da allora sempre conserva la più viva simpatia per queste pagine … La composizione riprodotta nella copertina, con una magnifica tricromia, rappresenta un Contadino di Nuoro sull’aia, nell’atto di raccogliere il grano con la pala; la forte figura dal vivido costume è circonfusa di sole, in un’immensità di silenzio ardente”.

Può darsi che si tratti di una semplice coincidenza, ma è probabile che Antonino Pirari abbia avuto per le mani la cartolina del contadino e che a questa si sia ispirato. Occorre tener presente, inoltre, che dai Pirari la fotografia era di casa, visto che il fratello di Antonino, Piero Pirari (1886-1972), ha legato il suo nome all’attività di fotografo, tanto che un fondo di sue foto dei primi del ‘900 è raccolto presso l’Istituto Etnografico della Sardegna.

Il viaggio, Marisa e la vigna

Viaggiare, oggi, è molto semplice. Mezzi e trasporti sono in grado di condurci rapidamente nei luoghi più remoti e, se uno si accontenta del viaggio “virtuale”, oggi con telefonini, computer e tecnologie varie, è possibile spostarsi in un nanosecondo in qualsiasi punto del globo terracqueo.

Fino a qualche anno fa spostarsi era un po’ più complicato, e anche distanze che oggi sembrano risibili apparivano lontane e complicate da raggiungere.

Lo spostarsi dalla Sardegna verso il continente, ad esempio, dava l’impressione del “viaggio lungo” e richiedeva una preparazione, soprattutto “mentale”, per coordinare i tempi e le coincidenze dei mezzi di trasporto con i tempi e i ritmi delle persone destinate al “distacco”.

Si, proprio il “distacco”, perché questo voleva dire lasciare la Sardegna per altri lidi.

Io nel 1975 lasciai la Sardegna per andare a studiare a Firenze. Avevo 19 anni e, di fatto, se si esclude una gita scolastica, era la prima volta che lasciavo l’isola.

Ricordo un pomeriggio col magone a salutare amici e parenti, a “mi dispedire”, così come facevano normalmente quelli che, armati di valigia, emigravano in Germania o in Francia.

Il primo “distacco”, dunque, era quello dal paese e dagli affetti più cari.

La seconda tappa era l’approdo a Nuoro da dove, alle 20.00, partiva la “Freccia” dell’allora SATAS che collegava direttamente la città con il porto di Olbia. Si salutavano i parenti che ti avevano accompagnato sin lì e il pullman partiva. Ancora non esisteva la superstrada a quattro corsie e, così, dopo aver superato la chiesa della Solitudine, il mezzo affrontava il tortuoso discendere della strada di Marreri, ricavata sul dorso ondulato delle pendici del monte Orthobene.

In quei pochi chilometri di strada, prima ancora di arrivare a Olbia, prima ancora di salpare verso il mare aperto,  avveniva il vero “distacco”, iniziava quel viaggio “mentale” che ti portava a entrare in altre dimensioni non più sarde.

La prima volta che partii era una grigia serata di novembre; mentre il pullman scendeva lentamente da Marreri, ero assorto nei miei pensieri quando, dopo una curva a gomito, nel grigiore generale, nel bel mezzo di una vigna, i fari illuminarono una sagoma colorata.

Era una Marisa Sannia di cartone, a grandezza naturale, che pubblicizzava una nota marca di caramelle.

Una Sannia con un vestito coloratissimo (come d’altronde lo erano le caramelle pubblicizzate) che spiccava nel buio della sera, tra i monotoni colori dell’autunno. Una Sannia che, con il suo sorriso e la sua mano alzata, in mezzo a una vigna deserta mandava un saluto sereno ai viaggiatori che sapevano coglierlo.

Quell’immagine mi ha accompagnato per tanto tempo e ogni volta che ripassavo per la strada di Marreri andavo a cercare quella figura diventata in qualche modo un riferimento rassicurante, tanto che ancora oggi, quando mi capita di percorrere quella strada, lo sguardo corre a cercare Marisa tra le viti della vigna. E se anche la sagoma cartonata non c’è più, nel mio viaggio “mentale” quella Marisa Sannia rimarrà sempre lì, colorata e sorridente.

 

Il 15 ottobre Marisa Sannia sarà la protagonista dello spettacolo “Con passo leggero”, di e con Maria Grazia Campus e Gianna Deidda, che sarà rappresentato al Teatro della Compagnia di Firenze. Una serata eccezionale per ricordare una grande Artista, la sua musica, la sua poesia, le sue canzoni.

Maria Lai. Il filo e l’infinito

Inaugurata a Firenze la mostra dedicata alla grande artista di Ulassai

2 inaugurazione maria lai (4)8 marzo, Festa della Donna: non poteva esserci data migliore per l’inaugurazione della mostra “Maria Lai. Il filo e l’infinito”, curata da Elena Pontiggia e visitabile sino al prossimo 3 giugno.

La mostra, organizzata dalla Galleria degli Uffizi presso l’ Andito degli Angiolini in Palazzo Pitti, presenta una sintesi della vastissima produzione di Maria Lai.

Le opere in mostra, come ha sottolineato la curatrice Elena Pontiggia, hanno in comune il tema del filo che crea percorsi e costruisce legami.

 

3 inaugurazione maria lai (5)E il “filo”, è il caso di dirlo, è il filo conduttore di tutta la mostra, a partire dal filmato realizzato da  Tonino Casula che documenta l’intervento di “arte relazionale” legarsi alla montagna, messo in pratica da Maria Lai nel 1981 coinvolgendo tutto il paese di Ulassai. Nei “telai”, poi, gli oggetti di uso comune e del fare quotidiano delle donne sarde, sono ripensati e rivisitati da Maria Lai che li ripropone secondo la rilettura propria dell’arte concettuale, con l’oggetto che mantiene una valenza simbolica e, svuotato della sua utilità pratica, diventa arte.

6 inaugurazione maria lai (15)Accanto ai telai spiccano le tele cucite, dove la tessitura e il cucito hanno lo scopo precipuo di “mettere in relazione”, di creare rapporti e contatti stretti che non siano semplici accostamenti. Un messaggio profondo che dalle opere di Maria Lai si irradia a tutto quello che nella nostra vita, nel nostro quotidiano, ha bisogno di “relazione”, sia tra gli esseri umani che con la natura e il mondo che ci circonda.

4 inaugurazione maria lai (9)Nella ricerca di Maria Lai il “filo” a un certo punto diventa scrittura; una scrittura che non si legge ma che permette a ognuno di leggere e vedere la propria storia. Lo spettatore diventa protagonista e con la sua personale lettura riesce a dare un senso compiuto all’opera dell’artista.

Lo stesso dicasi per i libri di stoffa, “libri tattili” li definisce Elena Pontiggia, nati dalla fantasia di Maria Lai per raccogliere brandelli di stoffa, “il calore di qualcosa di cucito legato alla freschezza del contemporaneo” che ci tuffa dentro storie fantastiche fatte per viaggiare verso mondi infiniti.

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Le stoffe, come ha raccontato Maria Sofia Pisu, nipote di Maria Lai, sono sempre state protagoniste indiscusse nei lavori dell’artista: “In casa le stoffe dominavano. Erano ammucchiate in tutte le stanze e tutti eravamo coinvolti in una sorta di gioco che ci vedeva protagonisti nello scegliere una stoffa, nel dare giudizi sull’opera finita. Maria non dava mai giudizi sulle sue opere. Ci chiamava e chiedeva cosa ne pensavamo. Noi parlavamo esprimendo il nostro pensiero e lei ci guardava in silenzio. A volte sorrideva”.

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Il Direttore della Galleria degli Uffizi, Eike Schmidt, intervenendo all’inaugurazione, ha ribadito l’universalità dell’arte di Maria Lai che “coniuga la tradizione della civiltà sarda con i linguaggi dell’arte contemporanea”. Schmidt, assecondando quanto detto dal sindaco di Ulassai Gianluigi Serra, ha invitato a scoprire Maria Lai visitando la Sardegna, andando a Ulassai a scoprire i suoi mondi e le tante sue opere che lì è possibile ammirare.

Intanto, sino al 3 di giugno, Maria Lai è visibile a Firenze. In contemporanea è in corso l’altro grande evento a lei dedicato organizzata a New York dalla Marianne Boesky Gallery in una triangolazione ideale che, partendo da Ulassai tocca Firenze e approda negli USA. Un percorso “mondiale” destinato a non arrestarsi e a far conoscere quel messaggio di dialogo e relazione tra i popoli e con la natura che Maria Lai nelle sue opere ha sempre cercato e privilegiato.

Orani: i timbri per il pane e “su coccone ‘e vintichimbe”

I timbri per il pane, “pinta-panes” o “pinta-coccones”, hanno antichissime origini e sono riconducibili agli stampi o sigilli di pietra, di terracotta, di legno, di corno, con un disegno inciso o intagliato, che serviva per stamparlo ripetute volte sull’epidermide del corpo o per “marchiare” animali o oggetti.

Una funzione simile dovevano avere anche le “pintaderas” nuragiche, veri e propri tamponi in terracotta, utilizzati per motivi decorativi pratici o magico/religiosi.

Un uso molto simile era quello riservato ai “pinta-coccones”, sempre caratterizzati dal duplice scopo, decorativo e magico-religioso. Se da un lato, infatti, i timbri rivestivano un carattere puramente decorativo, dall’altro avevano spesso un uso legato a pratiche magico/religiose per preservare il pane dal malocchio.

Normalmente i “pinta-coccones” riprendevano motivi decorativi floreali o elementi geometrici tipici dell’artigianato simili a quelli utilizzati per le cassapanche, ma spesso i simboli erano legati all’occasione per cui i “pinta-coccones” erano stati realizzati. In occasione di fidanzamenti o matrimoni, ad esempio, abbondavano di cuori stilizzati in diverse fogge a sottolineare l’amore che permeava l’evento.

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coccone 1In alcune circostanze l’utilizzo dei timbri era di esclusivo uso religioso, come ad esempio quando si realizzava il pane da offrire ai pellegrini in occasione della festa a Gonare il 25 marzo.

In tale occasione una o più famiglie, per voto alla Madonna di Gonare, producevano innumerevoli forme di pane su cui era applicato il timbro con l’effige della Madonna. Il pane, su coccone ‘e vintichimbe, veniva offerto a tutti i pellegrini che si recavano al santuario.

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Distribuzione de “Su coccone ‘e vintichimbe” a Gonare

138 cosseddu antonio e roberto (7) bisUguale funzione avevano i timbri che riportavano la figura di S.Antonio, utilizzati per marchiare “su pistiddu”, il tipico dolce a base di miele, semola e zafferano, che il giorno della festa del santo (16 gennaio) veniva portato in chiesa per la benedizione.

(Il brano e tratto dal mio libro “Mastros de linna. Falegnami e carpentieri a Orani“, pubblicato dall’editore Nardini di Firenze nel 2014.
I due timbri quadrati riprodotti in alto sono opera di Tziu Paulu Cosseddu. I timbri della Madonna di Gonare e di S.Antonio sono stati realizzati da Roberto Cosseddu)

GEC e la “Mostra d’Arte sarda”

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Autocaricatura di GEC

Alla fine della Prima Guerra Mondiale la Sardegna si ritrovò al centro di un rinnovato interesse grazie anche al clamore suscitato dalle imprese belliche della Brigata Sassari, ampiamente raccontate e amplificate dalla stampa popolare.

In tale interesse venne coinvolto anche il mondo dell’arte e la vita culturale nell’Isola si caratterizzò per un entusiasmo e un fermento che la Sardegna non aveva mai conosciuto.

È in quel clima che, nel maggio del 1921, Felice Melis Marini, importante artista e incisore sardo, organizzò con il Circolo Universitario Cattolico di Cagliari la prima “Mostra d’Arte sarda”.

mostra-sarda-bLa mostra si presentava come una vasta rassegna che raccoglieva le opere di artisti sardi già affermati (Francesco Ciusa, Antonio Ballero, Mario Delitala, lo stesso Melis Marini) accanto a giovani destinati a ricoprire un ruolo importante nella storia dell’arte sarda, e non solo.

La Mostra, infatti, rappresentò l’esordio artistico di Stanis Dessy (presente con sculture e pitture) e Albino Manca, e registrò la partecipazione di Edina Altara, Carmelo Floris, Cesare Cabras, Federico e Pino Melis, tutti destinati a diventare colonne portanti nella storia dell’arte della Sardegna del ‘900.

La Mostra ebbe vasta eco nella stampa locale e nazionale e suscitò anche qualche polemica per il fatto che un’intera sala era stata dedicata al fotografo Alfredo Ferri di Cagliari. Il fatto di equiparare la fotografia alle altre Arti scatenò, infatti, le ire di tanti critici che non le riconoscevano quel ruolo.

Tra i tanti articoli che recensirono la Mostra d’Arte sarda, il giornale “Il popolo romano” pubblicò (31 luglio 1921) un’estesa recensione, che occupava quasi un’intera pagina, firmata GEC.
GEC era il nome d’arte di Enrico Gianeri ed era l’acronimo di “Gianeri Enrico Cagliari”.

Gianeri, nato nel 1900 a Firenze da genitori sardi, visse e studiò a Cagliari sino all’età di vent’anni. La sua attività cagliaritana fu caratterizzata da una notevole propensione per la caricatura e la satira, tanto che fu l’animatore di innumerevoli riviste e giornali che proprio nella satira avevano il loro punto di forza. Trasferitosi a Torino, GEC iniziò la collaborazione con diverse testate tra cui Il Pasquino (1922) di cui divenne anche direttore.

Le sue idee socialiste lo portarono spesso a scontri con gli apparati di regime, tanto che per tutta la durata del fascismo dovette utilizzare degli pseudonimi e affiancare all’attività di vignettista quella di traduttore.

Dopo la caduta del fascismo GEC riprese in pieno il suo lavoro e si concentrò in particolar modo sullo studio della storia della satira. Tali studi, che proseguirono fino alla sua morte (1984), sfociarono nella pubblicazione di numerosi testi che lo hanno reso uno dei più importanti studiosi per quanto riguarda questa materia.

L’articolo di GEC sulla Mostra d’Arte sarda è una dimostrazione del suo “stile” di lavoro: un testo critico sugli artisti presenti in mostra accompagnato da una serie di vignette, caratterizzate da un segno teso ed essenziale che esalta la sintesi del bianco/nero, illustra in caricatura alcuni protagonisti della mostra stessa.

1-lo-scultore-ciusa-2Francesco Ciusa, che alla mostra partecipava con una propria sala dove erano raccolte tutte le sue opere (“Una piccola saletta immersa in una penombra verde e dove si entra silenziosi come in un santuario”), è raffigurato con il suo classico pizzetto e con un cappello a tesa larga che conferiscono allo scultore di Nuoro quasi un’aria da bohemienne.

1-lo-scultore-s-dessyLa stessa aria la ritroviamo nella caricatura di Stanis Dessy. L’artista, pizzetto nero, occhialini, grande papillon e cappellaccio nero, viene presentato da GEC come pittore e scultore e viene segnalato per “qualche acquerello di paesaggio che dimostra buone doti”, anche se la sua ceramica “Cuffietta risente un po’ troppo l’influenza del maestro”.

1-federico-e-pino-melisFederico Melis, “modellatore savio ed accorto”, elogiato per gli ottimi risultati ottenuti con la ceramica, è ritratto in caricatura assieme al fratello Pino Melis, autore di “notevoli” disegni colorati, “benché un po’ troppo stiracchiati nella stilizzazione”.

1-il-prof-melis-mariniFelice Melis Marini, con un’ aria quasi corrucciata, viene presentato in caricatura come uno degli organizzatori e le sue acqueforti in mostra “sono di una severa ed astratta classicità, di una impeccabile precisione di segno”.

Altre vignette di GEC riguardano B.Fadda e G.Manca che esponevano in mostra alcune caricature, l’architetto Cova e Diodata Delitala, autrice di una serie di merletti a filet di Bosa.

1-edina-altaraL’ultima caricatura a corredo dell’articolo è dedicata da GEC a Edina Altara, e alla sua opera “I ciechi di S.Domenico”, che viene così presentata: “Fra gli artisti che non possono essere compresi tra i pittori né tra gli scultori capeggia, come in qualunque circolo, l’elegantissima Edina Altara che è oggi fra le donne l’artista più discussa, più designata, più levata alle stelle. Se i suoi primi lavori possono dar campo, e forse largo, ad una discussione, però “I ciechi di S.Domenico” segna un gran passo avanti nella produzione della giovinetta artista. Qui alla freddezza della policromia delle carte magistralmente riunite in un tutto armonico si unisce il caldo sentimento e il dolore di due anime prive di luce. Noi siamo certi che Edina Altara, liberandosi dalle indecisioni e da falsi profeti, riuscirà ad evolversi e a calcare la via giusta che mena ad una gloria non effimera ma duratura quale Lei può aspirare e quale ce la promette “I ciechi di S.Domenico”.

L’articolo rappresenta una bella testimonianza per quanto riguarda una importante pagina dell’Arte in Sardegna e per quanto attiene ad una figura di primo piano come quella di Enrico Gianeri che, con le sue vignette e con il marchio GEC, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della satira del ‘900.