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Grazia e Bustianu

Dino Provenzal

Dino Provenzal

Dino Provenzal (1877-1972), che Giovanni Papini definì “Uomo colto, curioso, pronto, arguto, affettuoso ma corrosivo”, era nato a Livorno. Iniziò a scrivere giovanissimo, con uno stile versatile, tendente a un garbato umorismo che lo avvicinava più alla tradizione anglosassone che non a quella mediterranea. Svolse a lungo l’attività di insegnante in tantissime scuole, in lungo e in largo per la penisola, e si stabilì poi definitivamente a Voghera negli anni ’30.

Nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali, a causa delle sue origini ebraiche, venne escluso dall’insegnamento e dovette nascondersi per sfuggire alla deportazione (il fratello Federico morì ad Auschwitz).
dizionario delle voci 206Provenzal, con l’editore Hoepli di Milano, pubblicò una serie di volumi, caratterizzati da un modo di scrivere gradevole e suggestivo, nei quali gli argomenti erano disposti in ordine alfabetico (Dizionario delle immagini, Dizionario umoristico, ecc.). Tra questi volumi rientra anche il “Dizionario delle voci”, edito nel 1956, una sorta di “catalogo” delle voci (537 pagine) nel quale, attingendo a testimonianze o a memorie scritte, Provenzal tratta di “come parlavano, voce, gesto, loquacità, taciturnità, eloquenza, […] centinaia di uomini e donne d’ogni tempo e d’ogni nazione”.
È un volume piacevole da leggere, ricco di aneddoti e curiosità e tra le centinaia di personaggi esaminati ci sono anche Grazia Deledda e Sebastiano Satta.

Grazia Deeledda e Sebastiano Satta ritratti nel 1910 (da Il Secolo XX n.6, 1910)

Grazia Deledda e Sebastiano Satta ritratti nel 1910 (da Il Secolo XX n.6, 1910)

La Deledda è così descritta da Provenzal: “scrittrice feconda e di alto valore, premio Nobel, fu invece parca nel discorrere e pareva trovar fatica ad esprimersi; ma seppe ascoltare e osservare; e la sua conversazione, pur così laconica, lasciava profonda impressione”.
A supporto di quanto affermato, Provenzal riporta le testimonianze degli scrittori Luigi Falchi e Luigi M.Personé, e della scrittrice e poetessa Mercede Mundula.
Falchi descrive “L’esil voce indistinta”(1) della scrittrice che, come conferma Personé, “parla piano, chiaro, con tono confidenziale, sforzandosi di trovare la parola e la frase che valgano a rendere integralmente il suo animo e il suo pensiero” (2). Mercede Mundula, in una testimonianza inedita raccolta da Provenzal, racconta di come una Deledda “Taciturna per indole e gusto, lo fu, col passar degli anni anche per abitudine … la voce bassa di tono, con la pronuncia stretta di alcune vocali aggiungeva al suo parlare qualcosa di grave e di chiuso”. Una grave solennità che, però, contrastava con la risata: “nulla era più limpido della sua risata né più schietto: un riso giovane e aperto, inatteso e sorprendente” che la Mundula definisce “una rosa nel granito”.
Ma se Grazia Deledda era di poche parole, ben diverso era il modo di presentarsi di Sebastiano Satta, “poeta, avvocato e oratore”. Provenzal raccoglie la testimonianza di Pietro Mastino (3) che così descrive il parlare del Satta: “la sua parola possente fluiva, non pareva più, la sua, la voce di un uomo: nell’aula, bello e terribile, solo egli dominava e fiammeggiava, col gesto ampio e solenne in accordi di voce maschia, piena e sonora”.
Lavorando di fantasia mi viene da immaginare “Bustianu”, in piedi, che parla con la voce impostata e roboante di chi è abituato a frequentare le aule di giustizia, accompagnando il parlare con ampi gesti delle braccia. Grazia, seduta composta davanti a lui, segue il suo parlare con le mani sulle ginocchia in una posa “atavica semplice e solenne” caratterizzata dal “contrasto della impenetrabilità del volto, vivo ed eloquente” con gli “scuri occhi dal volgere lento, attenti, e soprattutto scrutatori”. E ogni tanto anche Grazia parla, un “parlare disadorno, di un’estrema semplicità … e le frasi dense rompevano il silenzio con tonfo di pietre”.

1) – Parlando al telefono con Grazia Deledda, in Nuova Antologia, ottobre 1915
2) – Incontro con la Deledda, Il Resto del Carlino 5 gennaio 1943.
3) – Nel decimo anniversario della morte di Sebastiano Satta, Giornale d’Italia, 28 novembre 1924

Arnaldo Miniati: tra arte e cucina

Ceramica - 1953

Ceramica – 1953

Ho conosciuto Arnaldo Miniati (1909-1979), pittore e ceramista fiorentino, nel 1978 e per circa un anno ho frequentato il suo studio. Andavo da lui tutte le mattine e, visto che era stato colpito da una paresi, eseguivo commissioni e lo aiutavo nelle sue attività artistiche e letterarie. Ricordo che corressi le bozze del libro “Il Conventino”, un volume dove Miniati raccontava gli ambienti artistici fiorentini e la lotta al fascismo che venne pubblicato dalle edizioni Gonnelli. Tra i diversi “utilizzi”, Miniati mi fece anche posare per alcuni suoi dipinti; in particolare per un San Sebastiano che aveva le mie perfette sembianze e che, magari, ora è anche adorato in qualche luogo di culto.
Oltre che per la sua arte, Miniati aveva altre due grandi passioni: il sigaro e la cucina. Carattere burbero ma schietto, i sigari li voleva acquistati solo dal tabacchino di Porta Romana (che evidentemente conosceva bene i suoi gusti). Per le sue commissioni mi spostavo in bici e una volta, da Porta Romana mi toccò pedalare sino al mercato di San Lorenzo per andare da uno specifico pollaiolo ad acquistare creste e bargigli di pollo da utilizzare per preparare il cibreo, tipico piatto fiorentino.
miniati dedica189Di quel periodo conservo sempre una cartella, curata da Romolo De Martino, che raccoglie disegni di Miniati e testi dei suoi amici poeti: Carlesi, Gatto, Luzi, Montale, Palazzeschi e Parronchi. Nel frontespizio la dedica “A Angelo Mereu ricordando la bella isola sarda…”, quell’isola che aveva lasciato un segno nelle esperienze di Miniati, come ebbe a scrivere lui stesso quando diede voce alla sua passione per la cucina nel volume “Storie di cucina”, pubblicato nel 1971 come settimo quaderno, supplemento a Giornale di Bordo, pubblicazione di cultura e arte curata dal libraio antiquario Alberto Maria Fortuna. Il volume era accompagnato anche da una cartella (con presentazione di Mario Luzi) contenente otto disegni di Miniati legati al tema del cibo.

Foglia di cavolo e pere gialle - 1968

Foglia di cavolo e pere gialle – 1968

E quelle raccontate da Miniati, come giustamente sottolineava Sergio Baldi nella premessa, erano “storie” e non “ricette”. In ogni pagina, infatti, raccontava i piatti inserendoli in un contesto di storie vissute personalmente nelle sue esperienze di vita.
Tra le altre storie Miniati ne racconta alcune ambientate in Sardegna, regione che aveva visitato negli anni ’50 e dove, durante la guerra, a La Maddalena, aveva servito la Regia Marina.
Un racconto di Miniati riguarda una cena a base di cinghiale a Villacidro: “Arrivai dal mio ospite anticipando i tempi e vi trovai tutte le donne, figlie, serve e padrona, sedute sui calcagni, accoccolate di fronte a un gran camino che era basso, appena un mattone in più dell’impiantito.
Ognuna aveva in mano uno spiedo che nella punta aveva infilato un pezzo di cinghiale. Il fuoco era senza fiamma, fatto con della radica d’ulivo.
Il segreto di quella cottura era la scelta del taglio, la grossezza del pezzo, il rigirarlo con mani sapienti, tenerlo esposto al fuoco, qualche parte di più, qualcuna meno; un lavoro paziente da artigiano”. E il “lavoro artigiano” diede i suoi frutti visto che una volta ultimata la cottura “ogni donna con il suo spiedo si alzò, posò sul pane, insieme a una coltella, il pezzo di cinghiale cotto. Io ebbi una mezza costata, cotta così perfetta che ne debbo ancora rimangiare; tagliavo fette succulente e ogni tanto sbocconcellavo quella grande ostia che mi serviva, oltre che per mangiare, da scodella”.

Paesaggio - 1971

Paesaggio – 1971

Che dire poi dell’agnello mangiato in Campidano, “una delizia, un sapore che non avevo mai sentito”, o della pastasciutta alla ricotta mangiata a Chilivani: “grandi ciotole di terra, grandi come catini, traboccavano di una pasta fatta di grano duro e cotta assieme al latte; cesti di ricotta calda fatta in quel momento, vassoi di pecorino sardo grattugiato. Con mano pratica alla giusta dosatura, come fosse un rito, il capo famiglia gettava nei catini ricotta e cacio”.
Miniati racconta di altri episodi sardi a Chilivani, a Gonnosfanadiga, nel Campidano, ed esalta sempre la delizia e la semplicità della cucina isolana.
Come quando racconta una storia di “quando durante la guerra fui sbattacchiato a La Maddalena”. “Uscivo avanti l’alba su due rimorchiatori d’alto bordo – scrive Miniati – che si tiravano dietro una rete pesante a strascicare, si pescava le mine che non c’eran sempre, ma sempre c’era, ritirando su la rete, pesce in abbondanza, a non finire”.
E quel pesce finiva regolarmente cucinato “in una spiaggia brulla di Caprera” dove veniva approntato un fuoco con arbusti di rosmarino, usando come unico condimento il sale trovato in qualche scoglio. Questa era la colazione alle otto del mattino. Il resto del pesce veniva poi consegnato a un soldato particolarmente bravo a cucinare e così era assicurato anche il pranzo.
Il ricordo di quel pesce e del suo gusto lasciò un segno indelebile, tanto che Miniati nel suo libro scrive “Ecco perché ritornando a Firenze non sono più stato al mercato del pesce e se un oste fiorentino lo propone lo guardo male che lo fo scappare”.

Frutta e ortaggi - 1935

Frutta e ortaggi – 1935

Un personaggio particolare Arnaldo Miniati, tipicamente fiorentino per il suo carattere burbero e polemico, attento, però, a tutto quello che costituiva novità e scoperta. Non a caso il suo libro “Storie di cucina” si apre con due consigli: “All’amico. Non commettere mai l’errore, trovandoti lontano dalla tua regione, di chiedere una specialità della tua terra.
All’oste. Smetti di fare i piatti internazionali che trovi in tutte le città del mondo. Sii geloso delle specialità della tua terra, adopra i suoi prodotti e stai attaccato alla sua tradizione. Ti consento solo di metterci un po’ del tuo sapere
”.

BAKISFIGUS, GRAFICO E ILLUSTRATORE

Figus in un'autocaricatura degli anni '70

Figus in un’autocaricatura degli anni ’70

Bachisio Secondo Figus, meglio noto come Bakisfigus era nato ad Abbasanta il 18 marzo del 1905. Ricorre, quindi, quest’anno il 110° anniversario della sua nascita.
Figus inizia giovanissimo la sua carriera: a soli 24 anni, nel 1929, partecipa alla Sindacale d’arte di Sassari e alla prima Mostra della Primavera Sarda a Cagliari dove viene citato in un articolo di Remo Branca insieme ad altri “giovanissimi dei quali è prematuro discutere”.
Negli anni ’30 si trasferisce a Milano e inizia a lavorare nella nascente industria della pubblicità dove ha modo di mettere in evidenza un originale stile figurativo fatto di linee e forme essenziali caratterizzate da vaste aree di colore piatto.

Bozzetto di Bakisfigus per Ramazzotti (anni '30)

Bozzetto di Bakisfigus per Ramazzotti (anni ’30)

In questo periodo realizza bozzetti per la pubblicità del liquore Ramazzotti, illustrazioni per le confezioni dei fiammiferi Saffa, la pubblicità del sapone Sole. Sempre in quegli anni realizza alcuni bozzetti commemorativi per l’Aeronautica Militare, tra cui quelli in ricordo dell’aviatore Francesco Baracca.
Nella sua attività di grafico e illustratore raggiunge livelli di vera e propria maestria nell’illustrazione di cartoline postali: si devono al suo estro creativo alcune serie di cartoline degli editori Garanzini e Tognoli, che riproducono soggetti ispirati al folclore sardo e al folclore emiliano.

BAKISFIGUS ILLORAI 029BAKISFIGUS DESULO 033 BAKISFIGUS ORGOSOLO 037BAKISFIGUS NUORO 035Per alcuni anni realizza le illustrazioni pubblicitarie per il dentifricio Odol, ampiamente utilizzate sino ai primi anni ‘40, caratterizzate dall’esclusivo utilizzo dei colori nero e blu.

bakisfigus odol 12bakisfigus odol 04bakisfigus odol 01 346bakisfigus aeroshell 347Grande successo ebbe anche la pubblicità per il lubrificante Aeroshell, apparsa per la prima volta sulla rivista “Le Vie d’Italia” del Settembre 1933, e utilizzata per lungo tempo.
bakisfigus costruire 1bakisfigus costruire 2bakisfigus costruire 4bakisfigus costruire 3

A Bakisfigus si deve anche la realizzazione di alcune copertine per la rivista “Costruire” del 1936 che, come sottotitolo, recitava: “pagine di pensiero e di azione fascista”. Nella rivista, diretta da Dario Lischi, la grafica di Bakisfigus è, come al solito, pulita e lineare con un limitato numero di colori utilizzati in grandi campiture di tinte uniformi. I temi delle copertine, ovviamente, sono ispirati alla più pura e retorica propaganda del regime.
bakisfigus tripolitania felix 394Con la copertina del volume “Tripolitania Felix” (Pisa, 1937) continua la collaborazione tra Dario Lischi e Figus. La copertina del libro è caratterizzata dallo stile inconfondibile dell’illustratore, ispirato da motivi africani cari a quel pensiero coloniale dominante nel 1937. E d’altronde non poteva essere altrimenti, visto che lo scrittore e giornalista Dario Lischi ,“Darioski” nei suoi numerosi scritti e nei suoi libri, si era sempre distinto per una fiera e convinta esaltazione del pensiero coloniale, tanto che, nel 1935, era stato nominato “Grande Ufficiale del Regno”.
Nel dopoguerra Bakisfigus continua la sua attività di illustratore sino a che, negli anni Sessanta, non rientra in Sardegna dove dà vita al “Laboratorio di creazioni artistiche pubblicitarie Bakisfigus”. Nei primi anni ‘70 si stabilisce a Zerfaliu in provincia di Oristano, dove risiede sino al 1987. Si spegne a Oristano nel dicembre del 1990.

REMO BRANCA E LA “BIBLIOGRAFIA DELEDDIANA”

bibliografia deleddiana copertina 079  Remo Branca (Sassari 1897 – Roma 1988), artista, scrittore e critico cinematografico, frequentò la scrittrice Grazia Deledda con la quale intrattenne un solido rapporto d’amicizia. Grande conoscitore della Deledda, Branca, nel 1938, due anni dopo la morte della scrittrice, pubblicò il volume “Bibliografia Deleddiana” per le edizioni “L’Eroica” di Milano.
Il volume, oltre a rappresentare un vero atto di venerazione di Remo Branca verso Grazia Deledda, analizza in maniera puntigliosa tutti i lavori della scrittrice (“350 novelle … 30 racconti … 8 fiabe … poco più di 15 bozzetti … 35 romanzi”), fornendo una bibliografia esaustiva, arricchita da un’appendice che raccoglie l’elenco completo (oltre 250 scritti) delle recensioni che, a partire dalla prima del 1889, furono dedicate alle opere della Deledda.
bibliografia deleddiana ritratto 1890bibliografia deleddiana ritratto BrancaIl volume (la copia in mio possesso riporta la dedica autografa di Branca a Ugo Ojetti) contiene la riproduzione di una stampa del 1890, che costituisce il primo ritratto (bruttino) pubblicato della scrittrice, e un disegno di Branca (bruttino anche questo) che mostra la Deledda quando aveva 65 anni. Nel libro sono intercalate, inoltre, alcune tavole con disegni di Remo Branca raffiguranti importanti luoghi deleddiani legati a Nuoro e ad alcune località dell’interno della Sardegna che hanno inciso fortemente nell’ambientazione dei romanzi della scrittrice.
Eccoli questi disegni, riprodotti con le didascalie descrittive compilate da Branca per meglio comprendere i luoghi e il peso che questi hanno avuto nell’ispirare la vena narrativa di Grazia Deledda.

bibliografia deleddiana copertina 081bibliografia deleddiana copertina 082bibliografia deleddiana copertina 083bibliografia deleddiana copertina 084bibliografia deleddiana copertina 085bibliografia deleddiana copertina 086bibliografia deleddiana copertina 087

A proposito di Antonio Pintus, Artista

Su la Nuova Sardegna del 16 ottobre 2014 il Prof. Manlio Brigaglia, in risposta all’invito-sollecito del pittore e incisore Enrico Piras, ha avviato un dibattito riguardante l’artista sardo Antonio Pintus.
Alcune considerazioni scaturite dallo scritto del Prof. Brigaglia e il fatto che da diverso tempo sono in possesso di una incisione di Pintus acquistata da un rigattiere fiorentino, sono i motivi che mi hanno spinto a scrivere al giornale per portare un piccolo contributo alla conoscenza di questo artista.
nuova sardegnaIl mio intervento, sintetizzato e condensato, è stato gentilmente pubblicato dal Prof. Brigaglia nella rubrica “Cronache Sassaresi” comparsa su La Nuova Sardegna dell’11 dicembre.

Ecco, dunque, il testo integrale della mia ricerca su Antonio Pintus che cerca di dare un po’ di luce alla figura di questo artista finito nel dimenticatoio di cui rimangono notizie frammentarie e incerte.
Tali incertezze riguardano anche il nome: così, mentre Enrico Piras parla di “Pintus Antonio Gavino”, Luigi Servolini nel suo “Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei”, parla dell’artista come “Pintus Antonio Gesuino”.
1 ANTONIO PINTUS FOTOServolini traccia anche una breve biografia e accompagna il testo con la foto-ritratto di Pintus e, a questo punto, l’artista ha un volto e non è più uno sconosciuto.
Servolini scrive che Antonio Gesuino Pintus era nato a Pattada (Sassari) il 9 maggio 1907, precisa che era figlio di modesti genitori e che non ebbe mezzi per studiare; “tuttavia – continua Servolini – spinto dalla passione per l’arte, cominciò a dipingere a sedici anni, ritraendo il vero. Successivamente si dedicò alla xilo-grafia, incitato dagli incisori sardi. Dal 1926 partecipò con opere di pittura e di incisione alle Sindacali. Ha esposto anche alla seconda mostra coloniale di Napoli al Maschio Angioino”.
artisti sardi branca 2È del 15 maggio 1929 un articolo di Remo Branca sulla I Mostra della Primavera Sarda a Cagliari dove Pintus è citato tra i “giovanissimi dei quali è prematuro discutere”, anche se la schiera di “giovanissimi” si rivelerà di tutto rispetto visto che includeva nomi come Pietro Collu, Bachis Figus, Carlo Contini, Anna Marongiu, Floria Riccio, che dovevano poi affermarsi nel mondo dell’Arte.
Sullo stesso tono è impostato il conosciuto e citato scritto di Pietro Antonio Manca che, nel 1932, continua a parlare di “promessa” e include Pintus, unitamente ad Antonio Mura di Aritzo, tra le “giovani speranze più accese” per quanto riguarda l’Arte isolana.
Come risulta dal catalogo della manifestazione, Pintus espose alla VI Mostra Sindacale Sarda di Nuoro del 1935 che, tra i partecipanti, annoverava Salvatore Fancello, Cesare Cabras, Francesca Devoto, Eugenio Ta-volara, Filippo Figari, Giovanni Ciusa Romagna, e, con alcune incisioni, ebbe modo di farsi notare, nel 1934, alla II Mostra coloniale di Napoli, al Maschio Angioino, in un’edizione della manifestazione personalmente voluta da Mussolini, dove, tra le altre, erano allestite due sale che ospitavano le opere di Giuseppe Biasi e i dipinti di Cesare Cabras. A quella manifestazione, con molta probabilità, si riferisce l’incisione pubblicata dalla rivista “Cimento” a cui accenna Enrico Piras. Pintus, comunque, è citato tra i partecipanti alla mostra nell’articolo di E.Campana apparso sulla rivista Emporium (1934).
??????????Servolini riporta anche alcune citazioni bibliografiche relative a Pintus in quanto partecipante a manifestazioni artistiche: “Rassegna dell’Istruzione Artistica”, una pubblicazione del 1930 edita a cura dell’ Istituto di belle arti per la decorazione e la illustrazione del libro di Urbino (lo stesso Istituto la cui direzione, dal 1934, venne affidata a Mario Delitala) e un numero del 1942 della rivista “Meridiano di Roma”.
Infine Pintus compare nel “Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei” (edizione 1973) curato da Agostino Mario Comanducci. La pubblicazione di Comanducci , ritenuta in era pre-computer, la “Bibbia” per quanto attiene la ricerca biografica di artisti piccoli e grandi, riprende integralmente quanto scritto a suo tempo da Servolini, aggiungendo solo che Pintus sarebbe deceduto a Sassari in una data imprecisata. Nel 1973, dunque, quando il “Dizionario” venne pubblicato, l’artista sarebbe già deceduto, contrariamente a quanto affermato da Filippo Corveddu, Assessore alla cultura di Pattada, che, facendo seguito alla discussione avviata dal Prof. Brigaglia, su un sito internet indica come data di morte il 2 febbraio del 1988.

1 pintus XILOGRAFIA 2L’incisione in mio possesso (cm 7,5 x 17 – foglio cm 27,2 x 31,8) raffigura un giovane in costume con il cane accucciato ai suoi piedi. In basso a destra la firma incisa “A.Pintus”. Non vi sono firme manoscritte o altre note che possano contribuire a una datazione certa. Il tipo di carta usata non ha caratteristiche particolari o particolari filigrane, si presenta ingiallita dal tempo e fa pendere la datazione dell’opera alla fine degli anni ’20, primi anni ’30 del ‘900.
L’incisione appare di ottima fattura, con uqalche incertezza esecutiva, ma con un uso attento delle sgorbie nella resa dei chiaroscuri del costume. La composizione esprime un certo senso di pacatezza, con la figura in posa plastica, appoggiata ad un bastone e il cane accucciato ai piedi del padrone. Sullo sfondo si intravvede la struttura di un nuraghe che contribuisce a dare un minimo di senso prospettico e di profondità alla composizione, mentre l’accenno di un fusto d’albero dietro l’uomo e le poche foglie che appaiono in alto a sinistra fanno spaziare l’incisione oltre lo sfondo indefinito e oltre il rigido contenimento della cornice che delimita l’immagine.
1 DELITALA XILOGRAFIANella tecnica l’incisione di Pintus richiama il tratto di alcune incisioni di Mario Delitala e segnatamente quella del “Pastore nella tormenta”, quasi che Pintus abbia voluto ritrarre l’attimo prima (o l’attimo dopo) dello scatenamento delle forze della natura, contrapponendo al movimento, esaltato da Delitala sia con il pastore che con il cane, la statica immobilità del suo personaggio e del suo animale.

Bibliografia
• Branca Remo, “L’ultima mostra non sindacale”, in “Artisti Sardi. Rilievi critici”, F.lli Pala Editori, Ge-nova 1931
• “Rassegna dell’Istruzione Artistica”, edita a cura dell’ Istituto di belle arti per la decorazione e la illustrazione del libro, Urbino 1930
• Manca Pietro Antonio, “Panorama artistico della Sardegna” in L’Almanacco degli Artisti – Il vero Giotto, Casa Editrice La Laziale, Roma, 1932
• Emporium – 1934, Vol. LXXX, n. 478, pp. 238-248 – Campana E. “Cronache napoletane. L’Italia alla II° Mostra Internazionale d’arte coloniale nel Maschio Angioino di Napoli”
• Catalogo VI Mostra Sindacale Sarda, Nuoro 1935
• “Meridiano di Roma”, 1942
• Servolini Luigi, “Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei”; Gorlich, Milano 1955
• Comanducci Agostino Mario, “Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei”, Milano, Luigi Patuzzi Editore 1973 (III edizione)

NUORO: ATENE DELLA SARDEGNA

Leopoldo Carta (1878-1932), originario di Nuoro, era laureato in scienze economiche anche se la sua attività era più orientata verso la scrittura e il giornalismo. Fu anche drammaturgo e a lui si devono i testi della tragedia lirica “Ghismonda”, musicata da Renzo Bianchi e rappresentata per la prima volta a Roma nel giugno del 1917.
bisi il regalo di nozze 134Tra le altre cose Carta scrisse anche “Il regalo di nozze”, una raccolta di novelle sarde pubblicata dalla Casa Editrice Cadde di Milano nel 1922, con una bella copertina illustrata a colori da Carlo Bisi.
Come giornalista Leopoldo Carta collaborò con diverse testate tra cui la “Piemontese” , la “Nuova Sardegna”, “L’Unione Sarda” e, infine, “Il Popolo d’Italia”.
Sul numero 6 di giugno 1910 della rivista “Il Secolo XX” pubblicata dai Fratelli Treves, esce un articolo di Carta, definito “giornalista e letterato di bell’avvenire”, dal titolo “L’Atene della Sardegna”, dedicato a Nuoro e alla sua élite intellettuale.
il secolo xx  241La città è descritta con toni “pittoreschi” che cercano di ribaltare l’idea comune di Nuoro “zona delinquente”, facendo leva soprattutto sulle figure di Grazia Deledda, di Sebastiano Satta, di Antonio Ballero e di Francesco Ciusa, massimi rappresentanti della cultura nuorese e non solo. Di Ballero e Ciusa sono raffigurate, rispettivamente, le opere “Sa ria” e “La madre dell’ucciso”, mentre di Satta e riportata la poesia “La Greggia”.
I quattro “illustri nuoresi” sono anche raffigurati in altrettanti ritratti. E mentre Satta, Ciusa e Ballero sono resi con attendibile somiglianza, Grazia Deledda appare alquanto “romanzata” in un ritratto dove l’autore, con il probabile intento di addolcirne i tratti, finisce per ritrarre una persona che solo vagamente assomiglia alla grande scrittrice.
L’articolo è corredato anche da alcune foto nuoresi e da una foto che ritrae un gruppo di oranesi in costume, definiti dalla didascalia come “testimoni di Orani davanti al palazzo dell’Assise”.
Un articolo che, nonostante l’eccesso di toni leziosi e idilliaci, risulta comunque interessante per la convinta esaltazione dei “fervidi ingegni” nuoresi che traspare dallo scritto di  Carta e per certe testimonianze e accenni alla vita da paesone che caratterizzavano la Nuoro di inizi ‘900.

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S’Animedda e su mortu-mortu

Se si pensa alle festività dei santi e dei defunti, ormai, il pensiero corre immediato a Halloween, nata per soddisfare i gusti americani e diventata una ricorrenza internazionale.

s'animedda 1Il mio pensiero, invece, corre a quand’ero bambino: a quando ancora la mia generazione ignorava l’esistenza di Halloween.
La festa per noi bambini di Orani (ma di tutti i paesi della Sardegna) era caratterizzata da su mortu-mortu e da s’animedda.
Su mortu-mortu consisteva in una sorta di questua che vedeva gruppi di bambini andare di casa in casa, dotati di apposito sacchetto, a chiedere qualcosa per le “anime” (dolci, frutta secca, frutta di stagione, ecc.). Il contenuto del sacchetto, poi, veniva spartito tra tutti i bambini che avevano partecipato alla raccolta.
s'animedda 3S’animedda era il nome della zucca che, una volta svuotata, veniva incisa in modo da ottenere una faccia mostruosa che diventava ancora più mostruosa una volta inserita una candela accesa all’interno. Anche con s’animedda si girava per le case dove ai bambini venivano offerti dolci o frutta. Ricordo l’ultima volta che con gli amici si organizzò s’animedda: eravamo già vicini alla maggiore età… Si decise di iniziare il giro dalla casa di don Puddu, viceparroco originario di Oliena. Don Puddu ci fece accomodare e ci offrì da bere s'animedda 2un ottimo vino. In pratica il nostro giro finì lì in quanto passammo tutta la sera a bere in compagnia e a discutere con il prete di Fabrizio De Andrè e delle sue canzoni.
Quest’anno, però, visto che mi sono ritrovato una zucca per casa, ho deciso di rinnovare s’animedda che, anche se non andrò a bussare alle porte dei vicini, rimarrà accesa in casa per ricordare “sas animas” e per ricordare le spensierate “animedde” dell’infanzia.

SVEGLIATEVI SARDI!

FaticoniAnche se non arriva a essere una nevrosi, è un sentimento di nostalgia. Sento la necessità di tornare. Mi muovo comodamente in qualsiasi ambiente, ma come la sento in Sardegna non l’ho mai sentita in alcun altro luogo, la sensazione di appartenenza: di natura, di affinità col clima, piante, natura, biologia. Se passo per la Sardegna in auto, mi vedo coricato in qualsiasi posto, e in quel posto come parte integrante. Sensazione di appartenere atavicamente“.
Questa è la risposta di Costantino Nivola a Mario Faticoni che gli chiedeva: “Che sentimenti ha per la Sardegna in questi anni?”.
Questa e altre domande e risposte oggi possiamo leggerle in un piccolo volume, “Svegliatevi Sardi!“, che raccoglie un intervista al grande artista di Orani, fatta da Faticoni a New York nel 1978.
L’intervista, rimasta per tutti questi anni chiusa in un cassetto, è ora disponibile grazie alla casa editrice AM&D Edizioni di Cagliari che, nel 2013, l’ha pubblicata nella collana “I Piccoli Griot”. Il volumetto costa 8 euro ed è costituito da 73 pagine di cui alcune fotografiche, con foto di Nivola e vedute di New York scattate dallo stesso Faticoni.
Mario Faticoni, giornalista e attore (è stato, dagli anni ’60 in poi, uno dei protagonisti della nascita del teatro in Sardegna), bene ha fatto a pubblicare l’intervista a Nivola che, a quasi quarant’anni di distanza, appare ancora attuale, soprattutto per la lucida visione dell’artista rispetto ai problemi della sua terra che, in massima parte, sono ancora irrisolti o malamente affrontati.
Nella prefazione, Faticoni scrive: “Nivola parla a dirotto, con passione e candore. Denuncia la mancata opera su Gramsci ad Ales, l’infatuazione per la civiltà esterna, la superstrada rettilinea in stile olandese, il disamore dei sardi per la propria terra, il tradimento della lingua, uno spirito ancora intriso di crudeltà, l’insensibilità estetica, l’assenza di poesia, la sciatteria nel costruire, “ovili come porcili”, plastica al posto dei cesti, alberi tagliati…
Ma la denuncia ha un tono dolce, sereno:“La loro non è ostilità, è indifferenza”. E quando dice “Vi fate fare queste cose”, c’è sorriso, bontà, come dire: “Sbagliate, ma vi potete correggere, se volete”. Il viso è sereno, la voce lieve, si è a tavola, si mangia.
E non è la levità disincantata dell’emigrato. Altri emigrati non hanno questa voce … La voce di Nivola è di un dolore distillato, voce paziente di un’esigua speranza, dell’uomo bambino che racconta Orani, dell’uomo incantato dalla vita, che di notte si fonde con la sua terra sdraiato su un prato“.
Un libro che aggiunge un altro piccolo tassello per conoscere e comprendere meglio l’uomo e l’artista Nivola. Un libro da comprare e da leggere!

Flavio Orlando: alle origini dell’oreficeria in Sardegna

Capita, a volte, che in maniera del tutto fortuita ci si imbatta in qualcosa di colucci 419inedito o sconosciuto. Questo è quello che successe a Flavio Orlando (1962-2001), storico dell’arte e studioso di storia della moda e dell’abbigliamento, quando, casualmente, ebbe modo di visionare i lavori dal pittore Guido Colucci (1877-1949), originario di Napoli ma toscano di adozione.
colucci 420Colucci, allievo di Giovanni Fattori, nel 1928 effettuò un viaggio in Sardegna durante il quale eseguì numerosi acquerelli e incisioni di costumi sardi, arricchiti da note e appunti sui dettagli dei vari capi d’abbigliamento. Quasi una sorta di reportage artistico-etnografico che rischiò di rimanere sconosciuto ai più. La cartella di Colucci, infatti, per vicende ereditarie, arrivò a un nipote in America. Fu così che Flavio Orlando, allora docente presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari, tramite una conoscente americana, venne a sapere di tali disegni e incisioni.
colucci 417Quando ebbe modo di visionarli si rese immediatamente conto dell’importanza di quella straordinaria ricerca sul campo, unica per la fedeltà delle immagini riprodotte e per la mole di notizie annotate a margine dei disegni. Un lavoro eccezionale che Orlando riordinò e integrò con una accuratissima ricerca archivistica e che pubblicò nel volume “Guido Colucci. Alla ricerca delle vestiture tradizionali sarde”, edito dall’editore Carlo Delfino di Sassari nel 1998.
Il libro, oltre a far riscoprire la figura di Colucci, è caratterizzato dalla ricerca puntuale e meticolosa di Orlando sull’abbigliamento dei sardi, così come nessuno l’aveva mai fatta prima. Una ricerca che prendeva spunto dagli acquerelli di Colucci e che, partendo da documenti risalenti alla metà del Seicento, ricostruiva l’evoluzione dei vari elementi che compongono il costume tradizionale isolano.
Questo studio, grazie a un supporto di dati e informazioni e a una rigorosa e inappuntabile analisi dei singoli capi d’abbigliamento, anche per quanto riguarda la loro origine e provenienza, sgomberava il campo da tutta una serie di supposizioni derivate da studi ottocenteschi, incentrati molto spesso su aspetti folklorici e mitologici poco veritieri e scarsamente attinenti alla realtà.
Orlando con il suo lavoro dimostrò di possedere non solo una vasta cultura ma anche uno spirito indipendente e una profonda libertà intellettuale scevra da obblighi rispetto alle “scuole di pensiero” allora dominanti. Il fatto di non essere sardo, inoltre, lo portava ad avere una visione storica e metodologica priva di deformazioni campanilistiche.
Flavio Orlando era nato a Prato nel 1962 e si era laureato in Lettere a Firenze per specializzarsi, poi, in Storia dell’Arte a Siena. Nel 1994 iniziò a insegnare Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Sassari, coltivando, nel contempo, la sua virtuosi ornamenti 341passione per le ricerche sulla storia del costume. Fino al 2001, anno della morte, la sua permanenza in Sardegna è stata caratterizzata da un amore viscerale per l’isola e per le tradizioni sarde: agli studi sull’abbigliamento affiancò quelli sull’oreficeria che raccolse nel volume “Virtuosi ornamenti. Documenti per il gioiello in Sardegna dal Cinquecento all’Ottocento”. Il libro, già pronto in bozze nel 2001, grazie al costante impegno dei suoi familiari, è stato pubblicato dell’Editore Carlo Delfino di Sassari nel 2012.

Presentazione libro orlando (17)La presentazione del volume, inserita nelle iniziative dell’ACSIT, l’Associazione Culturale dei Sardi in Toscana, si è tenuta lunedì 3 marzo a Firenze, nella Sala Rossa di Palazzo Medici Riccardi.
Virtuosi ornamenti” rappresenta la testimonianza di un rigoroso lavoro di ricerca grazie al quale Flavio Orlando riesce a far evadere l’oreficeria popolare sarda dal “ghetto” in cui era stata confinata dagli studi etnografici, conferendole una dignità non tanto come categoria minore o come curiosità ma come testimonianza, talvolta di grande levatura tecnica e stilistica, di una tradizione creativa assolutamente unica e irripetibile. Uno studio che riconferma le sue qualità di studioso di moda e costume e che ci fa pensare, con rammarico, a quanto ancora avrebbe potuto dare alla storia e alla cultura della Sardegna e non solo. Una ricerca nella quale Flavio Orlando, come ha giustamente sottolineato nella prefazione del volume la Prof.ssa Dora Liscia, docente di Storia delle arti applicate e dell’oreficeria presso l’Università degli studi di Firenze, ci ha lasciato un percorso metodologico di cui questo libro rappresenta una pietra miliare, con il quale ha dimostrato come l’amore per una terra che non è la propria possa dare i suoi frutti. E questa è l’eredità più bella che ci potesse lasciare

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OLIENA: COSTUMI E SCENE DI VITA

Recentemente in un mercatino ho acquistato una foto degli anni ’30 dove sono ritratte quattro donne in costume e un distinto signore in abiti “civili”.

foto oliena804È una foto “formato cartolina” spedita da Oliena il 2 giugno 1934. La spedisce un certo dott.Coli alla figlia a Firenze e, dai toni usati, ci si può rendere conto di quanto allora la Sardegna poteva apparire come un mondo lontano e “pittoresco”.

Il dott. Coli, così scrive alla figlia: “Ti do un bacio se indovini chi è quel maschio con le quattro sardegnole in costume (costume d’Oliena). Peccato che non puoi farti un’idea dei vivaci colori di questi costumi fatti di velluto finissimo azzurro e scarlatto e ricamati magistralmente a mano! Domani, festa dello Statuto, mi vesto in divisa.”

La foto in questione si aggiunge a un gruppo di sette fotografie che ho acquistato l’anno scorso, OLIENA FOTO 007sempre in un mercatino dell’antiquariato. Anche queste foto sono scattate a Oliena e, mentre in sei foto sono ritratte scene di vita quotidiana, in una è immortalato il Monte Corrasi che sovrasta il paese.

Le sette  foto, non hanno firme o scritte che possano ricondurre al fotografo che le ha scattate. L’unica traccia è una scritta a matita, “Spinelli”, sulla bustina bianca che le conteneva riferita con molta probabilità a chi ha scattato le foto.

Sono stampate su carta Agfa e, nel retro, sono predisposte come cartoline. Misurano, infatti, 8,5 x 13,5 centimetri, il tipico formato delle cartoline piccole che sono rimaste in voga sino ai primi anni 40, tutti elementi che permettono di collocarle temporalmente tra gli anni ’30 e i primi anni ’40 del 900.

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Le foto ritraggono bambini, donne in costume e un vecchio immobile, statuario nel suo costume, appoggiato a una parete esposta al sole. Le donne guardano dall’alto di una scala o sono sulla soglia di casa, sulla strada, intente ad accudire i neonati che tengono in braccio, a eseguire “ricami magistrali” o più semplicemente a rammendare una camicia strappata.

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La strada, comunque, è la vera protagonista di queste immagini, con quel bel selciato irregolare che, in Sardegna, caratterizzava i paesi dell’interno. La strada, spazio a disposizione della comunità, dove si parcheggiavano i carri e dove razzolavano le galline. La strada che diventava appendice della casa, dove si consolidavano i rapporti in quella grande famiglia allargata che era il vicinato e dove anche chi non era un parente di sangue era comunque quasi uno di famiglia. E nel vicinato le donne, sedute sulla soglia di casa, eseguivano i lavori domestici e intanto chiacchieravano con le vicine, socializzavano con chiunque passasse sulla via, con un semplice saluto, con lo scambio di due parole oppure, perché no, regalando un sorriso da immortalare nella foto di un curioso fotografo continentale di passaggio.