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Costantino Nivola: The Sandman

1 copertina lookLa rivista americana Look del 19 giugno 1951, tra servizi su Eleanor Roosvelt, articoli sulla caccia ai comunisti in America, cronache sulle ultime avventure cinematografiche di Dean Martin e Jerry Lewis, dedica ampio spazio a Costantino Nivola (1911-1988) e alla sua innovativa tecnica per realizzare sculture sulla sabbia: non a caso Nivola è definito “The Sandman”, l’uomo della sabbia, che in soli 20 minuti realizza sculture in riva al mare utilizzando “il gesso e una vivace immaginazione”.
Molti bagnanti abbronzati – scrive l’anonimo articolista – hanno costruito capolavori nella sabbia, solo per vedere la marea portarseli via. L’estate scorsa, l’artista sardo Costantino Nivola ha trovato un modo per portarsi a casa il suo lavoro. Versando gesso liquido nella forma che aveva scavato nella sabbia, Tino ha creato sorprendenti forme scultoree. I critici nell’attesa di vedere queste sculture nelle gallerie di New York, hanno già evidenziato la loro primitiva, intrinseca qualità, in netto contrasto con l’esuberante indole dell’artista”.
Siamo alle origini del “Sand-casting”, uno dei pochi contributi innovativi per quanto riguarda la scultura del ‘900, la tecnica ideata da Nivola che contribuì enormemente ad accrescere la popolarità dell’artista.

E siccome l’intuizione avvenne quasi per caso, mentre Nivola giocava in spiaggia con i figli, ecco che l’articolo spiega dettagliatamente (con tanto di foto) come eseguire un “Sand-casting”, se non per realizzare una scultura, almeno per divertirsi.

3 SANDMAN FOTO 21) Cerca un luogo pulito, inumidisci la sabbia e assicurati che la marea non arrivi. Tino, con la figlia Chiara che indossa un poncho, ha trovato un buon posto
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2) Con le mani dai dei colpetti sulla sabbia per renderla compatta. Raduna gli attrezzi: secchio, coltello, cazzuola e cucchiai
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3) Con il coltello disegna il contorno della scultura nella sabbia lisciata
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4) Scava la sabbia con un cucchiaio per fare lo stampo. Non scavare troppo in profondità.

7 SANDMAN FOTO 65) Riempi lo stampo con il gesso e, nell’attesa che si indurisca, puoi fare una nuotata veloce.

8 SANDMAN FOTO 76) Dopo 15 minuti, tira fuori la scultura e spazzola via la sabbia che è in più; il rivestimento di sabbia rimanen-te conferisce alla scultura l’aspetto simile a una pietra

9 SANDMAN FOTO 87) La tua soddisfazione sarà grande quanto quella di Tino quando vedrai il risultato.

L’articolo, con l’ausilio di alcune foto, illustra poi come Nivola utilizzi le sue opere.

La foto di apertura del servizio ritrae Nivola sulla spiaggia di Long Island con due sue opere appena realizzate: “Il Falco” e “La Dea

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Una delle foto inquadra uno scorcio della sala da pranzo di Nivola: a sinistra è visibile un dettaglio del murales realizzato da Le Corbusier nel 1950 durante uno dei suoi soggiorni a casa di Nivola, e alla parete una composizione di Saul Steinberg. La scultura colorata “La sposa” è fissata a due tubi ed è illuminata dal basso con una lampada realizzata utilizzando una costruzione-giocattolo, anche questa un’idea originale di Nivola: sfruttando le possibilità di incastro di una sorta di “meccano”, un gioco di costruzione per bambini, creava oggetti d’arredo e di uso pratico.

10 SANDMAN FOTO 9 bisIn un’altra foto, il figlio Pietro sorregge la scultura “Il Falco” mentre Nivola la fissa sul paravento di assicelle che divide il giardino in ambienti esterni, una di quelle strutture create da Nivola, in collaborazione con Bernard Rudosfky (1905-1988), che fecero di questo giardino un laboratorio di sperimentazioni architettoniche e artistiche.

11 SANDMAN FOTO 10Nell’ultima foto Tino indica la scultura “La vedova”, collocata vicino al barbecue, in uno spazio all’aperto dove un telaio in legno sorregge delle tapparelle di bambù per potersi riparare dal sole estivo.

12 SANDMAN FOTO 11Le foto illustrano i passaggi relativamente facili per riprodurre rapidamente sculture a basso costo con sorprendenti risultati grazie alla porosità dovuta alla superficie sabbiosa. L’autore dell’articolo alla fine osserva che: “anche se il gesso durerà un bel po’ al coperto, Nivola ora sta valutando le possibilità legate all’uso del calcestruzzo o di altri materiali più durevoli” da utilizzare in una “spiaggia assolata” che l’Artista definisce “lo studio perfetto dello scultore: salutare, buona luce, affitto basso”.

Francesco Ciusa e la Brigata Sassari

Francesco_ciusaNel 1919, cessata la Prima Guerra Mondiale, i cittadini veneti residenti in Sardegna promossero la realizzazione di una targa commemorativa dedicata alla Brigata Sassari che aveva contribuito in modo fondamentale alla liberazione delle terre venete.
La targa venne realizzata dallo scultore nuorese Francesco Ciusa e fu accompagnata da una lapide che riportava una frase di Antonio Fradelleto, Ministro per le terre liberate, dove si esaltavano le “eroiche virtù” dei sardi della Brigata Sassari.
La targa e la lapide, che erano state collocate sulla parete della scalinata del cortile d’onore del municipio di Cagliari, purtroppo, sono state distrutte dai bombardamenti americani del 1943 e se ne sono perse le tracce. Rimane solo il ricordo nelle cronache dell’epoca pubblicate sul Gazzettino e sull’Unione Sarda (si veda in proposito la ricerca condotta da Dario Dessì per Tottus in pari ).

medaglia ciusa 009Ma Ciusa si era già occupato della Brigata Sassari quando nel 1916 realizzò una medaglia commemorativa commissionata dai sardi residenti a Milano.
La medaglia, nel fronte, raffigura due plastici corpi speculari, col capo chino, che poggiano sugli scudi e su una spada centrale. Nello sfondo una figura di donna con una mano regge una lancia e con l’altra una figura alata che poggia il piede su un globo.
medaglia ciusa 010Le figure sono incorniciate dalla scritta “ A TE I TUOI FIGLI ITALIA CON FERMA FEDE PERCHE’ SORGA AL SOLE LA TUA FRONTE”.
La medaglia riporta la firma di Ciusa e dell’incisore Donzelli che la realizzò.
Nel retro, la cornice è costituita da un incrocio di falci e spighe, mentre una spada divide lo spazio in due parti che contengono il comunicato del Comando Supremo del 15/XI/1915 e la dedica “ALLA BRIGATA SASSARI SIMBOLO DELL’EROISMO DEL POPOLO DI SARDEGNA OMAGGIO DI AMMIRAZIONE E DI RICONOSCENZA DEI SARDI RESIDENTI IN MILANO – FEBBRAIO 1916”. Nella cornice esterna la scritta “MORTE GLORIA LIBERTA’”.

Ciusa nel realizzare la medaglia si rifà a motivi classicheggianti che già caratterizzavano la sua opera scultorea, con particolare attenzione alla “fisicità” dei corpi, resi plasticamente nella loro torsione muscolare. La presenza dei due scudi tondi richiama alcuni bronzetti nuragici, caratterizzati proprio da tale dettaglio, mentre la figura alata è una rappresentazione classica della dea Victoria che poggia i piedi sull’orbis terrarum, a simboleggiare il raggiunto dominio sul mondo.

canova napoleoneUna simbologia classica già utilizzata, ad esempio, da Antonio Canova nella statua di Napoleone, idealizzato come Marte vincitore, che tiene con la mano destra il globo dorato sul quale poggia una Vittoria alata.

ciusa illustrazioneIl motivo della medaglia è ripreso da Ciusa ancora nel 1917 quando l’artista dà il suo contributo alla celebrazione della “guerra dei sardi” con una serie di disegni che vanno ad arricchire la pubblicazione “I tuoi figli, Sardegna eroica!”, realizzata per raccogliere fondi a beneficio dei combattenti.
Una serie di raffigurazioni simboliche riprende i temi della medaglia con figure racchiuse entro tondi a simboleggiare la Morte, la Gloria e la Libertà. In un altro disegno la statua bronzea della Vittoria è sovrapposta al volto irrigidito dal dolore di una donna sarda. Sono evidenti le similitudini cartolina ciusa 2con l’immagine della medaglia e sono chiari i richiami alla Madre dell’ucciso, l’opera più importante di Ciusa che nel 1907 tanto successo aveva riscosso alla Biennale di Venezia.
Lo stesso motivo, evidentemente caro all’artista, fu utilizzato a colori anche per una cartolina commemorativa della Brigata Sassari dove, come scrive Giuliana AlteaCiusa riesce a trasformare l’enfasi retorica in concentrazione espressiva”, riuscendo a rappresentare in estrema sintesi la gloria riservata ai fanti, abbinata alla sacrale compostezza dimostrata dai sardi durante il conflitto mondiale.

Matera: una sorpresa

Un fine settimana di maggio dedicato alla scoperta di Matera. Arrivo di notte, con lo scenario dei Sassi illuminati da centinai di punti luce: una visione quasi da fiaba. La mattina lo spettacolo è ugualmente affascinante: davanti ai nostri occhi una visione unica che, appunto, rende unica Matera, non a caso considerata dall’UNESCO, patrimonio dell’umanità.
Girare, poi, nei vicoli dei Sassi è un’esperienza fatta di scoperte continue per le architetture “affastellate”, per le aperture verso la valle sottostante, verdissima, per l’incanto delle chiese rupestri che conservano antichissimi esempi di affreschi religiosi.
Ma la sorpresa continua anche con la scoperta di numerose attività artigiane di qualità (splendidi i fischietti multicolore di terracotta) e con la cucina, ricca di sapori e profumi, tipici delle terre del Sud.
La sorpresa più grossa, però, per quanto mi riguarda, è stata la visita al MUSMA (Museo della Scultura Contemporanea), collocato in uno splendido edificio, raggiungibile attraverso un dedalo di stradine nei Sassi.
Il MUSMA esiste dal 2006 e offre una panoramica della scultura tridimensionale, a partire dalla fine dell’800 e sino alle ultime tendenze dei giorni nostri.
Il Museo, oltre a una biblioteca d’arte, (2500 volumi) aperta agli studiosi e intestata a Vanni Scheiwiller, ha una estensione di 1500 metriquadri che occupano le stanze del palazzo, sette vasti ambienti (una volta adibiti a cantine) scavati direttamente nella roccia e alcuni cortili esterni.
L’effetto di profonda suggestione, dovuto all’evidente contrasto delle opere moderne collocate in un ambiente primordiale, permette una eccezionale fruibilità, con un sapiente dosaggio di luci che, ambiente dopo ambiente, cattura anche il visitatore non avvezzo all’arte contemporanea.
E’ stato dunque, interessante e sorprendente scoprire, nel percorso museale, due opere di Maria Lai e una di Costantino Nivola.
L’opera “La Torre”, di Maria Lai, realizzata tra il 1971 e il 2002 in legno dipinto e fili intrecciati, richiama le opere più conosciute dell’artista di Ulassai, mentre l’altra opera, “Sa domo de su dolo ”, (Occorre correggere il cartellino inserendo il titolo esatto dell’opera: “Sa domo de su dolu – la casa del dolore”), risalente al 2002, è realizzata in terracotta.
Di Nivola, invece, è presente un’opera realizzata nel 1959 sfruttando la tecnica del sand casting, da lui inventata, che prevedeva la realizzazione di stampi in negativo nella sabbia, dove poi veniva effettuata la colata di cemento. L’opera è stata donata al Museo dalla moglie di Nivola Ruth Guggenheim nel 2007.

Una presenza significativa, dunque, dei due più importanti artisti sardi, in un luogo insolito, lontano dalla loro terra sarda, che contribuisce ad affermare l’universalità dei due artisti e dell’Arte in generale. Il tutto in un ambiente in grado di avvicinare il pubblico a quanto di meglio l’arte contemporanea può offrire e che, sicuramente, rappresenta un’eccellenza, non solo per quanto riguarda il panorama museale italiano.

Ritornare a Itaca

Ma in questa sera di gelo e di vento non c’è un lume, una persona. Passato Sarule, illuminiamo coi fari la facciata nuova della chiesa di Orani dove il pittore Nivola, che è nato qui e vive in America, ha graffito, al suo ultimo ritorno, tra la meraviglia dei pastori, una grande decorazione. ...”.
Così scriveva Carlo Levi nel 1964 (Carlo Levi, Tutto il miele è finito – Torino, Einaudi, 1964 – Pag. 74), riassumendo in poche parole la sensazione che creò a Orani, nel 1958, il ritorno di Nivola: quel “ritorno a Itaca” che si celebra proprio in questi giorni, grazie alla riproposta della mostra fotografica che riproduce le immagini allora scattate da Carlo Bavagnoli.
E, a quanto mi dicono, dopo 50 anni, a Orani la sensazione è ancora di meraviglia e stupore nel rivedere le immagini, i luoghi, le persone, il paese non ancora “civilizzato” invaso dalle opere d’arte di un oranese, visto dai compaesani più come uno “strano” emigrato che come un artista di fama mondiale.
E si! ancora nessuno aveva capito la portata dell’opera di Nivola, e nessuno (almeno a Orani), poteva immaginare che di quella mostra del 1958 ne avrebbero parlato ancora a lungo giornali e riviste di tutto il mondo.
Sfoglio, ad esempio, il numero 34 del 1961 della rivista d’arte e architettura “Aujourd’hui” che si stampava a Parigi e che dedica ben 7 pagine fotografiche a Nivola, tra cui due alla mostra di Orani.
E guardo le foto e rivedo volti e persone, vecchi che ho conosciuto e amici d’infanzia. E mi chiedo anche a cosa pensava chi nel 1961 a Parigi vedeva la foto di Ziu Deddone che con mano leggera accarezzava una scultura sotto lo sguardo attento di Ziu Soro, cognato di Nivola e fratello di mia nonna. Oppure qualcuno, come faccio io oggi, si soffermava a guardare un gruppo di ragazzi dove mio cognato Nicola, poggiato al muro, sembra il ritratto di mio nipote Alessandro.

E che dire della foto di Nivola che spiega i suoi disegni ad un attento Don Lai, parroco di Orani, dando vita, forse, a quella “leggenda” che vuole che sia stato il prete a dare il nome di “Battaglia di Lepanto” al graffito, tanto per dare una spiegazione logica a quei segni incomprensibili.
Ma io mi chiedo anche: chi sarà mai quel ragazzino, seminascosto dai fogli di Nivola, che si soffia il naso e regge le spatole dell’artista?
Tutte domande che non vedo l’ora di appurare. E appena rientrerò a Orani, andrò, come fanno in questi giorni tutti gli oranesi, a vedere la mostra e  “giocare” con la memoria che ricorda, ricerca e rivive, facendoci viaggiare e ritornare a quella personale Itaca che abbiamo tutti, e che tutti conserviamo e curiamo nel nostro intimo più profondo.

P.s.: Veloci arrivano le precisazioni. Mi scrive Tina (una delle bambine che ridono divertite guardando Nivola che disegna): “Ciao Angelino, l’uomo che accarezza la scultura di Nivola non è Ziu Deddone ma Ziu Antoni Fadda (il padre di Ziu Giuanchinu). E il ragazzino che si soffia il naso è Andria Comeddu. Ciao Ciao“. Grazie! … e ciao, ciao!