Salvatore Farina, scrittore dell’800

Salvatore Farina, nato a Sorso (Sassari) nel 1846 e morto a Milano nel 1918, oggi conosciuto da pochi, è un autore che, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ha conosciuto un incredibile successo letterario. Farina, dopo l’infanzia passata a Sassari,  segue il padre, procuratore del re, a Casale Monferrato. A Casale passò gli anni giovanili per poi trasferirsi a Pavia dove, studente, nel 1864 pubblicò a pagamento il suo primo libro “Cuore e blasone”.
Dopo essersi laureato a Torino, a soli 22 anni sposa una vedova con due figli da cui ebbe altri due bambini. Con lei si stabilì a Milano, dove iniziò la sua attività letteraria affiancata a quella di redattore di giornali e critico. La sua attività di scrittore fu coronata da un notevole successo già dal suo primo romanzo, “Il tesoro di Donnina”, che lo fece conoscere al grande pubblico. A Milano Farina entrò in contatto con l’ambiente letterario cittadino, stringendo forti legami d’amicizia con il gruppo della Scapigliatura ed in particolare con Iginio Ugo Tarchetti (1839 – 1869). Tarchetti, gravemente ammalato, morì a soli 30 anni in casa di Farina, lasciando incompiuta la sua opera maggiore, il romanzo “Fosca”, portato a termine subito dopo la sua morte proprio da Salvatore Farina. In quegli anni Farina collabora con la rivista “Nuova antologia”, è direttore della “Gazzetta musicale” e della “Rivista minima” e, nel 1876, è uno dei promotori della fondazione del  “Corriere della Sera”.
Tra i meriti di Farina anche quello di aver presentato Giovanni Verga all’editore Treves, contribuendo così non poco al successo dello scrittore siciliano.
Farina visse gli ultimi suoi anni in solitudine, fortemente abbattuto dalla morte della moglie tisica e da una forte “anemia cerebrale” che gli tolse in parte l’uso della parola.
Tra i miei libri conservo la prima edizione di “Don Chisciottino”, pubblicato dall’Editore Brigola di Milano nel 1890. E’ un romanzo che rispecchia pienamente lo stile di Farina, caratterizzato da quella narrativa “rosa” che lo aveva reso tanto caro al pubblico dell’epoca.
Conservo anche un piccolo ritratto a penna di Farina realizzato dall’artista cagliaritano Carlo Chessa (Cagliari 1855 – Torino 1912), altro “emigrato” sardo,  famoso in Italia e all’estero soprattutto per le sue incisioni. Un artista che, tra le varie opere, realizzò le acqueforti per il volume “I castelli Valdostani e Canavesani” di Giuseppe Giacosa, altro grande amico di Farina.

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