A caso

Giocare con i libri: prendere un libro a caso dalla libreria, aprire una pagina a caso e riportarne un brano. Può non avere alcun senso, ma può stimolare qualche lettura che, comunque, non fa mai male!  
 
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L’Atene Sarda

di Salvatore Farina
(Sorso 1846 – Milano 1918)

Salvatore Farina in un ritratto di Carlo Chessa

Salvatore Farina in un ritratto di Carlo Chessa

Mi spinsero due robuste mani al disagiato viaggio, che da Sassari doveva portarmi a Nuoro.
Recatomi a Macomer con la ferrovia sarda, m’ero rassegnato a passare colà tutta una notte perché l’altra ferrovia, la secondaria, come le insegna il suo orario galeotto, poco prima del mio arrivo se n’era andata. Però la mattina successiva di bonissima ora, la secondaria a passo lento mi condusse a Nuoro.
Nuoro quando mi si affaccia da lontano, nella sua cornice dei monti dell’Ortobene, quasi mi pare una città nuova. Ha allungato le vie di sessant’anni fa, coi tentacoli bianchi di nuove case, scendenti a valle o inerpicate per guardar meglio dall’alto.
Una via larga, quasi diritta, benissimo lastricata, s’intitola a Garibaldi. Ed è tutta nuova. Al tempo mio infantile, dove essa oggi invita il passante alla domestica pace, era una stradicciuola d montagna; e di Garibaldi quasi non si parlava ancora. Carlo Alberto, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, era venuto a Nuoro e a Tempio, e Vittorio Emanuele II, ancora distante dall’essere il padre della patria italiana, l’aveva accompagnato.
Io trovo la cattedrale come la serbavo nel mio pensiero fin dal tempo che ne vedevo dal mio balcone compiere la facciata. E la casa mia ritrovo che mi assicurano essere stata sessant’anni fa la più bella del paese, e ora pare a me quasi impossibile avesse potuto contentare mio padre con le sue finestrelle troppo piccine. Allora ed oggi quella casa mia era la casa Gallisai. Sono intatte le severe fonti del nuorese; il superbo figlio della montagna di Oliena e quello di Orgosolo mi appaiono come al tempo che un poco mi impaurivano; e ride nei lini suoi bianchi, nei panni bruni o rossi, la donna modesta, fedele alla casa e all’uomo suo.
Dopo un poco che m’aggiro per le vie, quasi mi pare di aver ritrovato tutto me stesso, d’essere ancora il monello melanconico ed inquieto, che pendeva dal labbro di prete Rodriguez, quando egli mi insegnava quel poco che sapeva. Doveva essere poco poco, se non arrivava nemmeno alle prime regole grammaticali.
La piccola Atene sarda si allieta d’una scrittrice plaudita in Italia e fuori, alla quale i massimi onori dell’universale rico-noscimento sono stati tributati, d’uno scultore insigne e d’un pittore di bella fama.
Grazia Deledda a Roma, dove vive e lavora assiduamente, riproduce con amore il paesaggio e la vita della sua terra natale.
Anche lo scultore Ciusa oggi non abita più la sua casa nuorese, chè Macomer, all’incrocio delle vie ferrate, se l’è preso. Colà io lo andai a cercare inutilmente all’estremo della lunga via per indovinare nelle sembianze sue la vita sarda che egli vorrebbe dare al marmo. A Roma, tempo fa, una sua Sardegna sconsolata suscitava i più ammirativi commenti per la vigoria dell’espressione e la bellezza del tocco.
Dallo studio modesto di A. Ballero vidi venirmi incontro donne modeste e superbe, con occhi profondi che hanno ve-duto tanto male e quasi non san più sorridere perché conscie di vedere altro male. Un suo quadro grande, incompiuto ancora, mi parla suggestivamente di pietà e dì morte; mi dice il lamento non finito di donne, che furono le prefiche d’un morto caro, il quale se ne andrà fra poco al camposanto. Nel mezzo dell’ ampio stanzone si abbracciano quattro stizzi spenti, a simboleggiare la vita, che nascerà domani dalla morte d’ieri. Basterà alla risurrezione il piccolo Iume di un fiammifero; d’un fiammifero vivo, come mi diceva testè la piccola Lucia, bambina cara, la quale è oggi lontanissima da ogni rettorica.
Lucia s’intendeva di dire che vivo sempre è quel minuzzolo di scheggia legnosa se potrà, quando voglia, incendiare una catasta, dare una gran luce alla povera gente umana.

nuoro corso 395

Il corso Garibaldi di Nuoro in una cartolina degli anni ’40

evviva il mio paese 396Il brano è tratto dal volume “Evviva il mio paese!” di Salvatore Farina (Sorso 1846 – Milano 1918).
Il libro, pubblicato postumo dall’Istituto Editoriale Italiano La Santa di Milano nel 1927, raccoglie una serie di scritti di Farina che racconta il suo vagare in varie parti d’Italia.
Alcuni capitoli riguardano la Sardegna e uno in particolare, quello sopra riportato, parla di Nuoro.
Come già altri autori, anche Farina definisce Nuoro “l’Atene Sarda”, esaltandone quella vocazione culturale e artistica che la città (il paese, lo chiama lui), grazie al prestigio di alcuni personaggi, aveva assunto agli occhi del mondo.
Lo scritto di Farina è interessante per alcuni note legate a sue esperienze personali e per alcuni paragoni con la città di metà ‘800 che aveva avuto modo di conoscere durante l’infanzia che, a quanto pare, era ben diversa dalla Nuoro dei primi del ‘900 che lui ci racconta.

Bibliofilia

carossaAveva una camera nella casa paterna, sulla piazza della cattedrale, in alto, di fronte alle due torri e quando andavo a Monaco m’invitava in quella cella raffinata e mondana. La prima cosa che mi parve strana, fu il modo riserbato e rispettoso con cui quell’uomo che il mattino difendeva i delinquenti in Tribunale, la sera viveva fra cose rare ed elette. La sua piccola biblioteca comprendeva i volumi vecchi e nuovi più preziosi che abbia mai visto, e quando osservavo la sua compiacenza per la veste esteriore di un libro, la delicatezza con cui lo cavava fuori e lo apriva, definendo prima con poche chiare parole il carattere dell’opera, ma sapendo poi spiegare le proprietà della carta, dei caratteri, della squadratura di pagina e della legatura, io pensavo con rossore e pentimento ai modi vergognosamente rozzi con cui io talvolta avevo trattato i miei libri. Con me neppure l’esemplare più prezioso, in cuoio o in pergamena, era al riparo, a seconda che il contenuto m’irritasse o consolasse, da glosse di appassionato consenso o di dubbio o anche da un lancio improvviso sulla testa dell’immaginario autore. La vita coniugale aveva già attenuato la mia barbarie, ma ora, assistendo ad un così pio trattamento bibliofilo, appresi per sempre i doveri che in avvenire mi avrebbe imposto una nobile veste esteriore“.

Tratto da “Guide e compagni” di Hans Carossa (1878-1956). Nel brano Carossa descrive la passione libraria dell’avvocato Massimiliano Brantl.
Il libro “Guide e compagni”, tradotto da Lavinia Mazzucchetti, venne pubblicato in Italia da Mondadori nel 1935 nella collana “I Quaderni della Medusa”.

Fagiolini

SAMSUNGOggi, 30 giugno, prima giornata di caldo estivo. Pomeriggio trascorso in campagna con particolare cura dedicata all’orto: mano alla zappa e via a tracciare solchi per meglio annaffiare i fagiolini.

E a proposito di fagiolini, ecco un brano tratto dal libro “Madre Mediterranea” di Dominique Fernandez, pubblicato nel 1967 da Mondadori nella collana Quaderni della Medusa.

madre mediterranea 134Fagiolini
Ridiscendevamo dalla montagna. Il mare, assolutamente immobile e puro, si adagiava nel tramonto. Non una barca ne increspava la superficie. Le innumerevoli calette e insenature erano vuote. Sentimmo di lontano un passo pesante e cadenzato avvicinarsi alle nostre spalle. Un contadino ci raggiunse, e prosegui alla nostra andatura. Portava un pesante, secchio pieno di fagiolini, che era andato a cogliere in alto sulla montagna. Di bassa statura, tarchiato, dal volto abbronzato, quasi nero, e solcato da profonde rughe, incitava a gran voce due vacche brune e nervose, che dondolavano il muso fra gli asfodeli. « Sono sue, queste vacche? » gli chiesi. No, non erano sue, appartenevano alla suocera di Battista, il piccolo negoziante del villaggio. Come pure i fagiolini e tutti gli altri legumi faticosamente strappati dalla montagna. Lui badava a far pascolare le vacche e coltivare i campi: divideva poi col proprietario in due parti eguali.
Non ho notato la minima traccia di acrimonia nelle sue parole.
Portava gioiosamente il secchio che aveva riempito con i frutti del suo lavoro e certo non meno gioiosamente andava a consegnarne la metà.
Ci fermammo in un punto da cui la vista sul mare era particolarmente bella. «Non va mai a pescare? » gli chiesi. Mi guardò con un sorriso meravigliato che mi confuse.
Andare a pescare? Forse non ci aveva mai pensato. Era chiaro che io venivo da fuori, per avere un’idea simile.
« Vede » mi disse, con un’esitazione commovente, come se avesse temuto di ferirmi nel mio entusiasmo « noi non abbiamo passione per il mare… » il mare per lui era solo una limitazione alla campagna, minori possibilità di campi di fagiolini. Ma almeno lo guardava qualche volta? Passava ogni tanto il secchio da una mano all’altra e cercava di capire quel che avevo voluto dire. Seguiva con l’occhio le sue vacche e il mare era davvero dinanzi a noi come una nera distesa priva d’importanza, di cui non valeva neppure la pena di parlare.

A proposito di gatti e di ladri

sul gatto039Ora io voglio accostarmi a una questione scabrosa, e lo devo per amore d’imparzialità, se anche avesse a soffrirne la gloria del mio eroe. Il gatto ha fama di ladro, e in grado tale che antonomasticamente i ladri si chiamano gatti. È un gran dire: ma appunto non è che un dire: e più una cosa è comunemente creduta, più il savio deve insospettirsi che non sia un pregiudizio degli sciocchi.
Posto dunque nettamente il tema se il gatto sia o non sia ladro, risponderò con un dilemma. O trattasi di gatto povero, che, per rarissima eccezione alla regola, non abbia il suo piatto in famiglia, e debba cavarsi la fame coll’industria: e allora non è già rubare, ma esercitare il diritto, anzi il dovere della propria conservazione; giacché, sia lode al vero, egli si attiene scrupolosamente in questi limiti, non appropriandosi che i puri e materiali alimenti. O si tratta di un ghiottone ben pasciuto, e allora non è più un vile mestiere, perché non imposto dal vile bisogno: allora è un’arte di mero diletto, è una specie di vocazione che trae le sue radici dalle filosofiche combinazioni delle forme cerebrali.
sul gatto bucci 040E si userà l’indegna parola di ladro? si pratica forse così tra gli uomini? Io sento chiamarsi ladro chi letteralmente vi spoglia della borsa, o vi s’introduce in casa a forzarvi lo scrigno: ma chi fa diventar sua la roba altrui da dilettante, e in più gentil maniera, odo chiamarlo col nome di ceti onoratissimi (e qui perciò al1udo alle rare eccezioni), odo chiamarlo amministratore, patrocinatore, negoziante, economo, tutore, fattore, ecc., e si soggiugne colla più tenera compiacenza: “questi se n’intende di affari!”, “quegli sa ben menare la sua barca!”, “come è pratico e svelto il signor tale!”, “il signor tal’altro la sa pur lunga!”. È un’ammirazione e un’invidia generale. Nei casi di usurpazioni più violenti, grandiose e romorose, il mondo spende perfino le magnifiche parole di conquistatore, di eroe. Ladro! oh il vocabolo tutto plebeo, e fatto solo per la canaglia!

Oggi pranzo di Pasqua in casa di Arianna. Mentre giocavo con Iena Plinski, splendida gattina guercia, mi è tornato in mente il libro “Sul Gatto. Cenni fisiologico-morali del Dottore Gio.Rajberti”,  pubblicato originariamente nel 1845.
Il brano sopra riportato è tratto da un’edizione del 1938 edita a cura della società Farmaceutici Italia e arricchita con quattro illustrazioni di Anselmo Bucci.

Quando giungeva il giorno in cui si dovevano pagare i tributi

pino melis le leggende dell'ulivo 098Quando giungeva il giorno in cui si dovevano pagare i tributi, una interminabile fila di uomini, donne, giovanetti, curvi sotto il peso dei sacchi colmi di fior di farina o recanti sulle braccia le agnelle di latte, oppure ansanti nel trascinare per una corda robusta la grassa vitella, saliva faticosamente l’erta che portava al castellaccio il quale, posto come in bilico sul cocuzzolo di un colle non troppo elevato, ma privo di qualsiasi vegetazione, quasi su di esso pesasse una cupa maledizione, pareva una vera e propria roccaforte.
I meschinelli incontravano spesso, per lo stretto sentiero, gli sgherri torvi, armati sino ai denti, con le balestre negligentemente buttate sulle spalle ed il ciuffo ispido che ricopriva una parte della fronte; timidamente, i poveretti si fermavano, ritraendosi sul ciglio della straduccia e cedevano il passo, salutando: Buongiorno, messeri .
I soldatacci non curavano di rispondere e la gente ricominciava a camminare, camminare sin che, finalmente, giungeva nel cortile del castello dove de poneva i tributi in natura ed in denaro sotto il controllo del capitano delle guardie.
A sera, i valligiani sconfortati, visitavano le stalle vuote, dove muggiva malinconicamente l’unica mucchina dai fianchi pungenti e magrissimi, i granai dove eran rimasti i covoni dalle spighe secche, gli ovili dove inutilmente le pecorelle cercavano i figliolini dai rosei musetti e dagli occhi dolci, e sentivano gocciolare lente, pesanti le lagrime che si disfacevano silenziose sugli abiti grami, sulle mani callose ed indurite dall’aspro lavoro.

Brano tratto da pag. 40 del volume di Tristano “Le leggende dell’ulivo” (Collana “Giovinezza in marcia”), pubblicato dall’Istituto Missionario S.Paolo di Roma nel 1942. La copertina a colori e le illustrazioni interne del volume sono dell’artista sardo Pino Melis (Bosa 1902 – Roma 1985)

La forma si fa suono

“E’ attraverso la musica, dunque, che ho scoperto il mondo di Antine Nivola, ed è grazie alle sue Dee Madri che la forma si fa suono quando, al tatto, il marmo levigato diviene melodia e accordo perfetto.
Nivola compie cento anni come il jazz. La sua opera ha attraversato il Novecento fotografando un secolo dentro e fuori. Tra il bisogno di una ricerca tesa verso il contemporaneo e lo sguardo dentro le proprie radici, osservando le sue opere si ha la netta sensazione di doverci entrare fino al cuore. Perchè altrimenti restano un estetismo fine a se stesso, quando invece esprimono il viscerale e l’arcaico di ogni uomo.”

Tratto da: Paolo Fresu, “In Sardegna. Un viaggio musicale”, Feltrinelli 2012

I Sardi

Il Sardo costituisce in complesso il popolo più basso di statura, più bruno d’occhi e di capelli, più dolicocefalo, più bruno di colorito, più stretto di torace di tutti gli altri tipi etnici italiani.
E’ anche quello che ha meno capelli rossi, minor numero di fronti alte e maggiori di basse, minor numero di nasi aquilini e maggiore di arricciati, minor numero di bocche piccole e maggiori di grandi.
Insomma esso forma una varietà ben distinta tra le razze italiane.

Tratto da: L’Isola di Sardegna di Angelo Cossu, pubblicato dalla Società Editrice Dante Alighieri nel 1916

Addio a Nuoro

Terra fort’e gentile, custu cantu
est su saludu chi non t’happo dadu
in s’attu chi partinde, su piantu
cuss’estremu consolu mi hat negadu,

Cale orfanu fizu, isconsoladu
passo sas dies, cun su coro affrantu,
suspirend’a Nuoro, profumadu
jardinu d’una rosa c’amo tantu.

S’anim’est temperad’a su dolore,
ma non si calmat su coro, mischinu,
c’hat perdidu s’amabile fìore.

Si torro pro fortun’a su jardinu
nde sego cussa rosa de amore,
e mi l’assento sorridente in sinu
.

Poesia di Peppino Mereu, poeta di Tonara (NU), nato nel 1872 e morto nel 1901. La poesia è tratta dal volumetto “Peppino Mereu”, uscito nel 1951 nella serie “Le più belle poesie dialettali sarde”, collana pubblicata dalle Edizioni della Fondazione Il Nuraghe di Cagliari

Per non dimenticare

….
I due giungon di lì a poco al cancello tutto fuoco
dietro il quale c’è la mole del Castello del Gran Sole.
Draghimmane sulla soglia di mangiarli ha molta voglia
e spalanca la gran bocca che consuma ciò che tocca.

Fiordistella in tutta fretta nella gola il pan gli getta
e Micion d’un salto solo il serpente passa a volo.
S’addormenta Draghimmane soddisfatto di quel pane
e al Castello i nostri amici se ne vanno assai felici.
……

Brano tratto da “Micione”, versi di Giovanni Cau e disegni di Helga Elmqvist, pubblicato da Ulrico Hoepli Editore di Milano nel 1929.

Giovanni Cau e Helga Elmqvist morirono nel 1944, fucilati dai tedeschi, nella rappresaglia di Civitella Val di Chiana che costò la vita a 244 civili
https://amerblog.wordpress.com/2010/02/16/due-vite-stroncate/

Cosima e il muflone

“Cosima”, romanzo autobiografico di Grazia Deledda, venne pubblicato dopo la morte dell’autrice, nel 1937, dalla Casa Editrice Treves di Milano.
La prima edizione, oltre che da 17 tavole fuori testo che riproducono vedute di Nuoro e alcuni manoscritti della scrittrice, è caratterizzata dalla copertina illustrata da Giovanni Ciusa Romagna (1907-1958), artista nuorese, che raffigura la casa natale della Deledda. Ciusa Romagna è anche l’autore del progetto di ristrutturazione della Chiesa della Solitudine dove sono raccolte le spoglie della scrittrice.

Il brano che segue rimanda ai tempi in cui il racconto, la trasmissione orale aveva un’importanza fondamentale essendo, di fatto, l’unico sistema per tramandare il sapere, le leggende, gli usi e i costumi nei paesi, all’interno di quelle piccole comunità che costituivano il variegato mondo del popolo sardo.

Il servo era un uomo dei paesi: si chiamava Proto; basso e tozzo, con una gran barba rossiccia quadrata e gli occhi verdognoli aveva un aspetto quasi fratesco; e infatti era molto religioso e semplice, di una innata bontà francescana; raccontava sempre storie di santi, sebbene Andrea e la stessa Cosima preferissero leggende o racconti briganteschi: ma questi egli li lasciava ali’altro servo, che era amico dei latitanti ed anche dei banditi: per contentare i padroncini Proto sceglieva una via di mezzo e narrava certe lunghe favole che sembravano romanzi.

— Questa, — diceva quella sera, — non è inventata; è proprio vera, ed è accaduta quando io ero bambino. Al mio paese l’inverno è più lungo e rigido di questo, perché stiamo sui monti, e i pastori devono scendere con le greggie a svernare in pianura, le donne non escono mai di casa, i mufioni scendono dalle cime in cerca di cibo.
—    Anche i lupi? — domanda Andrea.
—    No, lupi non ce ne sono. Siamo gente buona, noi, e anche le bestie sono buone. Non c’è animale più dolce del muflone, che è una specie di capra selvatica, ma più bella e agile della capra; e assolutamente innocua. I cacciatori che lo prendono — e vengono anche di lontano per questo, — sono più crudeli del più selvatico di essi. Una volta, dunque, uno di questi buoni animali, spinto dalla fame, scese fino all’ultima casa del paese e vi si aggirò intorno tutta la notte. Ora dovete sapere che in quella casa viveva una fanciulla il cui fidanzato, ricco pastore di pecore, era un mese avanti partito per i pascoli del sud: ma durante il viaggio si era ammalato, di polmonite, e adesso giaceva in un paese lontano, mentre i suoi servi continuavano il viaggio col gregge. Il dolore più grave opprimeva la ragazza: avrebbe voluto raggiungere il fidanzato, ma i genitori non lo permettevano.

Quindi piangeva sempre e alla notte non dormiva, Sentì dunque il lieve fruscio che il muflone destava intorno alla casa. Sulle prime si spaventò, credendo fossero i ladri; poi pensò che forse il fidanzato era morto e il suo spirito, ritornato nei luoghi della loro felicità, la cercasse.

Allora si alzò e aprì la finestra. La notte era fredda, ma serena e senza neve. La luna illuminava la china del monte, che scendeva fino alla casa: e in quel chiarore la ragazza vide il muflone, che frugava qua e là in cerca di cibo: era una graziosa bestia, col pelo color rame lucidato dal freddo, gli occhi grandi e dolci scintillanti alla luna, Ella pensò: è certamente il suo spirito, che ha preso questa forma e viene a salutarmi prima di andarsene all’altro mondo. Scese al pian terreno e socchiuse la porta: la bestia, però, fuggi. Allora lei si mise il cappuccio e andò verso una muriccia sotto la china del monte: il muflone non tornava, ed ella si persuase che non era lo spirito. Rientrò in casa, e mise fuori della porta un canestro con fieno ed orzo: e poco dopo senti il ruminare del muflone affamato. La notte dopo fu la stessa cosa. La terza notte ella lasciò la porta aperta e mise il canestro sulla soglia. Seduta accanto al focolare, vide la bestia avanzarsi, tornare indietro, avanzarsi ancora e mangiare. Alla quarta notte mise li canestro nell’interno della cucina, accanto alla porta spalancata: e la bestia si fece coraggio ed entrò. Così, un po’ alla volta, divennero amici; ed ella si affezionò talmente al suo protetto, che provò quasi sollievo alla sua pena. Lo aspettava tutte le notti, come un innamorato, e se esso tardava s’inquietava per lui. Non raccontava a nessuno l’avventura, per timore che qualcuno molestasse la bestia: la raccontò solo al fidanzato, quando tornò, guarito, in primavera, e Alessio, così si chiamava il giovine, divenne stranamente geloso. Ma il muflone, adesso, non scendeva più dai monti: non aveva più fame; inoltre, nel tempo bello la gente stava fuori e poteva dargli la caccia. La fanciulla credette di non rivederlo più: si sposò in autunno; e ai primi d’inverno lo sposo dovette ripartire con la greggia, i servi, i cani. Ed ecco, la notte stessa, freddissima notte di gelo, il muflone ritornò: ella lo senti battere le corna alla porta e scese ad aprire col cuore che le batteva come per un appuntamento clandestino. La storia ricominciò: ll muflone si aggirava famigliarmente nella cucina, come un cane, si avvicinava al fuoco; e la sposa gli raccontava sottovoce tutte le sue vicende, Ella non era superstiziosa; non credeva, come altre donne del paese, che gli spiriti e spesso anche gli uomini vivi si trasformino in bestie, specialmente alla notte: ci aveva creduto un momento, al primo apparire del muflone; quando si sentiva infelice per la malattia del fidanzato; ma adesso che era felice pensava che la bestia per sé stessa era una creatura straordinaria, sì, ma semplicemente bestia; e che le voleva bene. E anche lei gliene voleva; avrebbe voluto tenerselo in casa; le dispiaceva però tenerlo prigioniero e così, dopo la solita visita, gli riapriva la porta. E adesso viene la cosa importante. Per Natale tornò lo sposo. Ella fu incerta se raccontargli o no la sua avventura: però non nascose una certa inquietudine, e, come nelle prime notti, mise il canestro col fieno e l’orzo fuori della porta. Il mattino dopo lo trovò intatto: segno che la bestia non era venuta. E non tornò, per tutte le notti che lo sposo restò in paese. Allora un senso di superstizione riprese la giovine donna. Sì, certo, ll muflone doveva avere qualche cosa di umano: dimostrava troppa intelligenza per essere solamente un animale selvatico. D’altra parte ella pensava che potevano averlo ucciso, e ne provava un vago dolore. Lo sposo se ne accorgeva, e non sapeva se riderne o irritarsi: poiché qualcuno gli aveva riferito che una voce correva in paese:
cioè che la sposa, sebbene da così poche settimane maritata, apriva la notte la porta a un uomo misterioso, venuto di lontano, che correva in modo da non lasciarsi distinguere.

Ed ecco il giovane marito riparte; la casetta rimane di nuovo triste senza di lui; il paese è coperto di neve. La sposa veglia; aspetta il suo amico, ma senza troppa speranza di rivederlo. Invece il muflone, come avvertito da un istinto sovrannaturale, ritorna: ella lo accoglie tremante, lo nutre, lo accarezza, lo sente palpitare e ansare, quasi aspetta di sentirlo parlare. E osserva che la bestia, questa volta, non ha fretta di andarsene. E ancora ella è tentata di tenerselo in casa; che male ci sarebbe? Finalmente si decide a riaprire la porta, e l’amico riparte: un minuto, e dal dietro della muriccia bianca di neve parte un colpo di fucile: la bestia cade; nel silenzio grande si sentono i cani abbaiare e qualche finestrina si apre: la sposa ha un presentimento; aspetta che tutto sia di nuovo quieto; esce; al chiarore della neve si avanza fino alla muriccia e trova il muflone ucciso, con gli occhioni spalancati che brillano ancora di dolore, Ella lo coprì di neve, con le sue mani; poi tutta la notte pianse. Non si parlò dell’avventura; e quando le nevi si sciolsero e fu ritrovata la spoglia del muflone lo si credette morto di fame e di assideramento. Non se ne parlò più; neppure col marito, quando egli fu di ritorno; ma una cosa terribile accadde. In settembre nacque alla giovane sposa un bambino: era bello, coi capelli color rame e gli occhi grandi e dolci come quelli del muflone: ma era sordomuto.

La storia piacque a Cosima. Col capo appoggiato al grembo della serva, credeva di sognare: vedeva il paese di Proto, con le case coperte di assi annerite dal tempo, e i monti scintillanti di neve e di luna; ma sopratutto le destava una impressione profonda, quasi fisica, il mistero della favola, quel silenzio finale, grave di cose davvero grandiose e terribili, il mito di una giustizia sovrannaturale, l’eterna storia dell’errore, del castigo, del dolore umano.

Quintino Sella in Sardegna

Quintino Sella

Maggio 1870. Quintino Sella, uomo politico e scienziato, intraprende un viaggio di 18 giorni in Sardegna, accompagnato dall’amico ingegnere Eugenio Marchese, grande esperto di geologia e di miniere.
La cronaca di quel viaggio venne da Marchese raccolta in un volume, pubblicato a Torino nel 1893 e  ristampato da Treves nel 1927.
Esiste anche una ristampa anastatica delle Edizioni della Torre di Cagliari, del 1994.
Il viaggio, oltre che una dettagliata cronaca dei giacimenti minerari dell’Isola, offre spunti e osservazioni su usi e costumi locali, su tradizioni varie e sui sistemi amministrativi, spesso farraginosi e inconcludenti.
In un passo del libro, Marchese riporta alcune impressioni sui lavori a Porto Torres per la sistemazione del porto: parole disarmanti, che dopo 120 anni, in un era dominata da “cricche” ed affaristi senza scrupoli, appaiono di una sconcertante e attualità.

Porto Torres in una stampa del 1847

A Porto Torres Quintino Sella era atteso dall’ingegnere capo del genio civile di Sassari, antico suo compagno di Università, per fargli visitare i lavori d’ingrandimento di quel misero porto. La visita fu fatta abbastanza minutamente; e dopo, in carrozza, si fece ritorno a sera nella città di Sassari.
Si parlò naturalmente dei lavori del porto e dei lavori marittimi in ispecie, e dei lavori pubblici in generale, e di tante belle cose ch’io non saprei rammemorare. Solo ho una vaga idea di aver sostenuto in quel giorno uno dei miei soliti paradossi, e cioè: Che a me poco importerebbe il sapere le somme stanziate nel Bilancio dei Lavori Pubblici per la Sardegna, e neppure quelle realmente spese; mentre importerebbe assai il conoscere il vantaggio reale arrecato dai lavori alle condizioni dell’isola. Perché i danari sciupati, per esempio, a voler costruire un porto in uno stagno di cui non è possibile tener aperta la bocca, oppure a fare annualmente un piccolo pezzo di diga che il mare porterà via nell’inverno; come pure quelli spesi a far lavori marittimi o stradali eseguiti a spizzico in dieci punti contemporaneamente, senza continuarne razionalmente alcuna, allo scopo evidente di appagare i voti di dieci Municipi o di dieci deputati, sono tutti danari che non producono all’isola i vantaggi che essi hanno l’aria di rappresentare sui Bilanci. E diventano in parte un semplice orpello parlamentare.
Ora, i nostri fratelli dell’isola di Sardegna, non hanno bisogno di orpello, ma di oro”.

 Tratto da “Quintino Sella in Sardegna”
di Eugenio Marchese, Milano, Treves 1927.
Nuova edizione con prefazione di Leone Testa

 “Casu martzu”

Ritratto di Giuseppe Biasi eseguito da Primo Sinopico nel 1917

Giuseppe Biasi (Sassari 1885 – Andorno Micca 1945) è sicuramente il nome più importante tra gli artisti sardi del primo ‘900.
La sua carriera artistica, costellata di successi, lo portò dagli esordi come illustratore (Avanti, Giornalino della domenica, La lettura, ecc.) a pittore affermato, sempre protagonista delle principali manifestazioni artistiche.
Il bel libro di Maria Elvira Ciusa e Marinella Cao, “L’Isola nelle correnti. La pittura e la grafica di Giuseppe Biasi nell’arte italiana ed europea del 900(edizione Scheiwiller, Milano 1985) ripercorre la vita personale e artistica di Biasi, dagli esordi sino alla tragica morte nel 1945.
Il libro riproduce anche alcune lettere indirizzate da Biasi a amici o artisti suoi contemporanei. Tra queste una cartolina spedita da Ollolai nel 1935 e indirizzata a Carlo Alberto Petrucci (Roma, 1881 – 1963), direttore a Roma della Regia Calcografia.
Dallo scritto traspare una amichevole cordialità tra Biasi e Petrucci e, in maniera netta, riemerge l’eterno conflitto di Biasi con l’artista Filippo Figari a cui , indirettamente, non viene risparmiata una frecciatina.
L’argomento dello scritto è una forma di “casu martzu”, ovvero quel formaggio con i vermi che in Sardegna è elevato a livelli di prelibatezza, che Biasi descrive minuziosamente, riservandosi però di fornire a Petrucci una forma “non abitata”.

Ollolai 15-8-1935
Carissimo
Scusa il ritardo con il quale ti scrivo. Ho ricevuto il vaglia di L. 187 e ti ringrazio della tua opera amichevole.
Ero occupato a trovarti il formaggio che è di queste parti; non lo fanno molto buono, ma ho trovato un tipo che da noi è apprezzato, si chiama «mattimodde» cioè pancia molle. Non ti spaventare se nella sua parte centrale qualche cosa è semovente; se non sei affiliato a qualche società protettrice degli animali dagli dentro senza scrupolo. Se poi ti facesse impressione passa tutto in blocco al commendator Figari, il quale ci potrebbe bere sopra qualche pinta di vino e forse raddolcire un poco la sua perenne ostilità.
E un tipo di formaggio che ha il sapore dei pascoli di questa campagna e vi si risente l’aroma del serpillo, se sei fortunato, perché quel formaggio è come le persone… individuale. Ti manderò da Sassari un formaggio confezionato meglio, di tipo dolce e senza abitatori, ma naturalmente meno personale.
tuo Biasi

Pane carasau

Di buone mani il pastore, come di buone mani la sua donna, come sua madre che preparava il pane biscotto e più e più quello delle feste. E vedeva la bocca spalancata del forno e il suo palato d’oro alla luce della fiamma. E, dentro, i bei palloni gonfi che poi l’assistente dell’infornatrice apre orlo orlo a punta di coltello, come si tagliano i fogli del libro nuovo: cosi da ogni pallone due lune sottili che lei sovrappone e che luna su luna formano via via un cilindro.

Brano tratto da “Una stagione a Orolai” di Salvatore Cambosu; prima edizione pubblicata dall’Istituto di Propaganda Libraria di Milano nel 1957.
La copia in mio possesso riporta la dedica autografa di Cambosu a Luigi Heilmann, illustre glottologo che per un anno insegno all’Università di Cagliari, di cui, quest’anno, ricorre il centenario della nascita.

Arrivare in Sardegna

Una bella “Guida-orario” delle Ferrovie della Sardegna, pubblicata da Richter &Co. di Napoli ai primi del ‘900, descrive dettagliatamente itinerari e percorsi per visitare l’isola utilizzando il mezzo ferroviario e gli altri mezzi a disposizione. E’ una Sardegna d’altri tempi, senza auto, dove, ad esempio a Sassari, una corsa dalla stazione a qualsiasi punto della città, costa lire 0.60 con vettura a 1 cavallo e lire 1,00 con vettura a due cavalli.
La guida, oltre 100 pagine, è impreziosita dalla copertina a colori illustrata da Filippo Figari (autore anche delle 4 tavole a colori interne che raffigurano altrettanti costumi sardi), ed è ricchissima di immagini fotografiche che raffigurano vedute e scene di vita.
Altra caratteristica sono le pagine iniziali di ogni capitolo, illustrate con disegni di Giacinto Satta (1851-1912), artista e scrittore originario di Orosei.

Ma la guida offre anche altre curiosità, come ad esempio le avvertenze iniziali per i passeggeri che arrivano a Golfo Aranci, l’unico approdo giornaliero dell’isola.
Le riporto, invitando chi legge a uno sforzo supplementare di concentrazione per poter comprendere pienamente gli infernali meccanismi previsti.

Avvertenze.
In caso di breve ritardo del piroscafo da Civitavecchia, il treno che dovrebbe partire da Golfo Aranci alle 5,12 potrà ritardare la partenza fino alle ore 6,45 se il piroscafo sarà in vista del molo almeno alle ore 5,45.
Quando invece il piroscafo arrivi dopo partito il treno da Golfo Aranci si effettuerà un facoltativo alle ore 11,25 fino a Terranova, consentendo anche un ulteriore ritardo di un ora quando all’ ora stabilita per la partenza il piroscafo sia in vista.
In tal caso i passeggeri diretti a Cagliari dovranno pernottare a Macomer per ripartire l’indomani col treno delle 4,50 o con quello delle 11,55; gli altri diretti a Sassari giungeranno in questa città nella stessa giornata alle 18,9.
Se il ritardo è tale che non consenta la coincidenza col treno che parte da Terranova alle 12,50 i passeggeri e la posta partiranno l’indomani col treno delle 5,12.

 Tutto Chiaro? e allora, che dire? Buon Viaggio!!

“Pietro Burlone e l’avaro” ovvero le storie di “Predu trampas”

C’era nel Campidano un usuraio, uno di quegli uomini cui piace sfruttare la gente. Sentiva parlare dagli operai dell’esistenza di un certo Pietro Burlone.
— Mah, — diceva — già vorrei incontrarlo questo Pietro Burlone! Dove sarà?
— Eh, vada e lo cerchi, abita in tale paese, vada e lo cerchi Un giorno ha inforcato un bel cavallo con una bella sella,
sproni, s’è vestito con una abito di panno rigato, una giacca alla cacciatora, un bel cappello ed è uscito.
Se n’è uscito quest’uomo e ad un certo punto ha trovato un ragazzino, mezzo stracciato e che gli ha domandato:
— Dove va lei?
Ha risposto:
— Sto andando in cerca di Pietro Burlone.
Ha detto;
— Pietro Burlone sono io!
— Accidenti! Proprio trovato! Proprio te stavo cercando, — ha detto — me la faresti una burla?
— Sì, potrei farla, — ha detto, — ma non ho gli attrezzi, non ho gli attrezzi per farle una burla.
— E come vorresti fare per…
— Eh, — ha detto, — basta che mi diate il cavallo e vado a casa a prendere gli attrezzi per farle lo scherzo.
— E prendi il cavallo!
Quello si è seduto sul cavallo, ma siccome pungeva con gli sproni e tirava con le briglie, il cavallo non camminava.
— Eh, — ha detto, — non cammina, bisogna che mi diate anche il vestito.
Quello si è spogliato di tutto il vestito l’altro è risalito a cavallo e ha rifatto lo stesso tranello: pungeva con gli sproni e tirava con le briglie.
— No, — ha detto, — bisogna che mi diate anche il cappello.
E gli ha dato il cappello e quello è partito.
È partito Pietro Burlone u un bel cavallo, ben vestito… A un certo punto, cammina cammina, ha visto una compagnia di cacciatori con tutti i cani.
Ha gridato:
— Oh, oh! Cacciatori!
— Che cosa vuole?
—Ho visto un coniglio, ma bello! — ha detto.
— E dove?
— In quel cespuglio di rovi.
Hanno aizzato i cani verso il cespuglio di rovi e c’era quell’uomo nudo. C’era quell’uomo, poveretto, in quel cespuglio di rovi. E i cani: — Bau, bau, bau!
— Eh, cosa fate, cosa fate, ci sono io!
— E com’è che siete rimasto così? — hanno chiesto i cacciatori.
— Eh, — ha detto, — ho dato il cavallo a Pietro Burlone per andare a prendere gli attrezzi per farmi una burla!
— Una burla più grande di questa non esiste! — hanno detto i cacciatori.
 

Questo e altri racconti popolari incentrati sulla figura di Pietro burlone, “Predu trampas”, erano molto diffusi in Sardegna. Ricordo da bambino, le sere davanti al caminetto, in un epoca non ancora dominata dalla televisione, quando mio padre ci raccontava le storie di Predu trampas e le sue “trampajolas”, gli attrezzi per burlare: una sorta di storia infinita, ogni volta con una variante o un finale diverso.

 Il racconto è tratto dal bel volume “Il bandito pentito e altri racconti popolari sardi”, a cura di Chiarella Addari Rapallo, edito dalla EDES di Cagliari nel 1977. I racconti sono frutto di ricerche “sul campo” effettuate in tutta la Sardegna negli anni 60 e 70 e sono stati trascritti rispettando fedelmente la traduzione letterale dal sardo all’italiano.
La bella illustrazione in copertina è dell’artista Primo Pantoli.

Lawrence e il Carnevale a Nuoro

 

 Pollicina, la minuscola cameriera, spalancò la porta del numero sette con pomposità, e tutti e due noi esclamammo: «Che bella!». Ci sembrava sontuosa. Due bei letti bianchi, robusti, un tavolo, un cassettone, due tappetini sul pavimento di piastrelle, splendide oleografie sul muro e due bei lavamano uno accanto all’altro, tutto perfettamente pulito e bello. Cosa ci aspettava! Sentimmo che ne dovevamo essere colpiti.
Aprimmo la porta finestra a graticcio e guardammo giù nella strada: l’unica strada. Ed era un fiume di vita rumorosa. Una banda suonava, in modo piuttosto terribile, dietro l’angolo all’estremità della strada, e su e giù saltellava un numero infinito di persone nel loro costume di carnevale, con ragazze e giovani donne che passeggiavano sotto braccio per partecipare anche loro. E com’erano tutti gai, effervescenti e affatto imbarazzati!

“Fonni”. Una delle tavole di Jan Juta che illustrano la prima edizione

Le maschere erano quasi tutte donne, la strada era piena di donne: così pensammo sulle prime. Poi, guardando più attentamente, vedemmo che la maggior parte delle donne erano giovanotti travestiti. Tutte le maschere erano giovanotti, e la maggior parte di questi giovanotti, naturalmente, era travestita da donna. Di regola non portavano maschere sul viso, solo piccoli domino di stoffa nera o verde o bianca che scendevano fino alla bocca. Il che è molto meglio, perché le vecchie mezze maschere modellate, con trine, l’orrenda proboscide che spunta fuori bianca e agghiacciante come il becco di uccelli morti (e così sono le vecchie maschere veneziane), queste io le trovo semplicemente spaventose. E le «facce» più moderne sono di solito solo repellenti. Mentre le semplici mascherine rosa col bordo di stoffa nera o verde o bianca, queste costituiscono proprio un travestimento umano.

“Nuoro”. Una delle tavole di Jan Juta che illustrano la prima edizione

Era un vero e proprio gioco, quello di distinguere le donne vere dalle false. Qualche volta era facile. Si erano imbottiti il petto e i fianchi, avevano indossato cappelli e molte vesti diverse, e si muovevano in modo affettato a piccoli passi saltellanti come bamboline che ciondolano da un elastico, e piegavano la testa da un lato e agitavano le mani, e saltellavano per spaventare le vere ragazze, e qualche volta ricevevano un bello scappellotto sulla testa, quando si lasciavano andare a gesti violenti e villani, al che le ragazze vere reagivano furiose.
Erano pieni di vita e semplici. Ma alcuni erano più difficili. C’era ogni tipo immaginabile di “donna”, dalle spalle larghe e piedi piuttosto lunghi. La più comune era la semi-contadina, il petto pieno, le gonne ampie, il comportamento onesto. Ma una era una vedova in lutto, tristemente appoggiata al braccio della figlia robusta. E una era una vecchia decrepita con un copriletto all’uncinetto.

“Pagine di Viaggio” nella traduzione di vittorini, pubblicate da Mondadori nel 1938

E poi ce n’era una con una vecchia gonna, una camicia e un grembiule, con una scopa in mano, che spazzava freneticamente la strada da un capo all’altro. Era un gran briccone. Spazzava con sarcastica assiduità davanti a due signorine di città impellicciate che camminavano con arie di grande importanza. Spazzava la strada davanti a loro molto umilmente, standogli di fronte e camminando all’indietro, spazzando e chinandosi mentre loro avanzavano altezzose. Lui fece il suo grande inchino e loro passarono oltre, figlie di un pescecane, senza dubbio. Poi si spostò dietro di loro, con una ventata selvaggia e saltellante, e con una frenesia assolutamente folle iniziò a spazzare dietro di loro, come se volesse spazzar via le loro impronte. Spazzava in un modo così furioso, alla cieca, con la sua granata, che spazzò sui loro tacchi e sulle caviglie.

Edizione francese del 1958

Quelle strillarono e si girarono a guardarlo torve, ma lo spazzatore cieco non le vedeva. Spazzava e spazzava e punzecchiava le loro caviglie di seta. E loro, paonazze per l’indignazione e la rabbia, saltavano qua e là come gatti sui carboni ardenti, e scapparono via sconfitte. Lui fece ancora un inchino verso di loro e riprese, tranquillamente e innocentemente, a spazzare la strada. Una coppia di innamorati di cinquant’anni fa, lei in semi-crinolina, cappello a larga tesa e velo, appesa al braccio di lui, si avvicinarono, molto schivi, oh, così leziosi, e mi ci volle un bel po’ per essere sicuro che la “ragazza” era un giovanotto. Una vecchia con una lunga camicia da notte si aggirava su e giù, con la candela in mano, e scrutava la strada come per cercare dei ladri. Si avvicinava alle ragazze vere, metteva la candela vicino alle loro facce e le scrutava così attentamente, come se le sospettasse di qualcosa. E quelle arrossivano e giravano la faccia da un’altra parte e protestavano disorientate.

Edizione “Penguin” in inglese del 1968

Questa vecchia scrutò con un atteggiamento così spaventoso il viso di una robusta ragazza in costume rosa e scarlatto, che sembrava veramente un mazzo di gerani rossi e rosa con un pizzico di bianco, una vera contadinella, che questa, presa dal panico, cominciò a picchiarlo col pugno, furiosamente, davvero scossa. E lui scappò via, correndo comicamente, con la sua lunga camicia da notte bianca.
C’erano degli abiti veramente belli, di ricco broccato antico, e dei vecchi scialli luccicanti, un bagliore di lavanda e argento, o di scuri, ricchi colori cangianti con larghi bordi di argento chiaro e oro come di primule gialle, molto bello. Credo che due fossero veramente delle donne, ma l’a-r dice di no. C’era un abito vittoriano di pesante seta verde, con un morbido scialle a macchioline, incrociato. Su questa eravamo incerti tutti e due.

Edizione del 1989 pubblicata dalla “Nuova Immagine Editrice” di Siena

C’erano due sorelle malinconiche, come gigli appassiti, tutte vestite di bianco, con grandi piedi. E c’era una signorina alta che aveva molto successo, con una gonna strettissima di raso nero e un cappellino con le piume. Il modo in cui camminava a piccoli passi e dimenava il posteriore e stava sulle punte e lanciava occhiate da sopra la spalla e teneva i gomiti, era tutto una caricatura eccellente. Specialmente quel curioso movimento della regione dell’ “andirivieni”, quell’abbassarsi e poi alzarsi e abbassarsi, un movimento molto caratteristico del femminismo moderno, veniva imitato perfettamente con un po’ di esagerazione maschile che mi metteva una grande allegria. In un primo momento aveva ingannato anche me.
Stavamo affacciati alla finestra, appoggiati alla ringhiera del balconcino, a guardare questo flusso di vita. Proprio di fronte c’era la casa del farmacista: di fronte alla nostra finestra c’era la camera da letto del farmacista, con un enorme letto matrimoniale bianco e tende di mussola. Al balcone erano sedute le figlie del farmacista, molto eleganti con i tacchi alti e i capelli neri pettinati alla moda, vaporosi, con una grande onda a lato. Oh, molto eleganti! Ci osservarono per un po’ e noi osservammo loro. Ma senza interesse. Il fiume della vita era sotto di noi.

Tratto da “Mare e Sardegna” di David Herbert Lawrence, a cura di Luciano Marroccu. Traduzione di Tiziana Serra. Nuoro, Ilisso, 2000. Volume n° 60 della Collana Bibliotheca Sarda.

Edizione ILISSO del 2000

Lawrence effettuò un viaggio di nove giorni in Sardegna nel gennaio del 1921. Proveniente dalla Sicilia, approdò a Cagliari e visitò l’interno dell’isola, lasciando alcune pagine memorabili sui sardi e sul loro stile di vita.
Sea and Sardinia”, questo il titolo originale del libro, venne pubblicato per la prima volta a New York nel 1921 dall’ editore Thomas Seltzer, con tavole a colori del pittore Jan Juta che illustravano aspetti di vita sarda.
Nel 1923 appare la prima edizione inglese dell’editore Martin Secker e, nel 1933, per la collana “I Quaderni della Medusa”, Mondadori pubblica “Pagine di viaggio”, una raccolta di scritti di Lawrence tradotti da Elio Vittorini, che raccoglie anche alcuni brani del viaggio in Sardegna.
Da allora le edizioni e le traduzioni di “Sea and Sardinia” sono innumerevoli, sino alla edizione della Ilisso che risulta essere la prima traduzione integrale italiana, redatta direttamente sui testi originali di Lawrence e reintegrata di quei brani che erano stati epurati in quanto ritenuti “scabrosi” o non graditi al regime.

 

I soldati della palude

E lo chiamano “lavoro produttivo”.  Noi lo diciamo “lavoro da schiavi, lavoro servile ». I soprastanti affermano che quel terreno sarà buono solo dopo dieci o quindici anni Ma già l’anno prossimo verrà dato come terra da colonizzare. Il contadino, che lo chieda in affitto, riceverà dallo stato un credito di tremila marchi.
“Non lo vorrei neanche in regalo – dice uno dei sopraintendenti – : E’ meglio scavare la torba a giornata”.
Sgobbiamo per mesi: al sole ardente, che ci brucia il torso e ne strappa la pelle a brandelli; alla pioggia, che ci ammolla fino alle ossa; più tardi col gelo, sotto la grandine e la neve mentre la sferza del vento, che viene dal mare e non trova alcun ostacolo sulla landa piatta, taglia attraverso gli abiti come con dei coltelli, e il suolo della palude gela e diventa duro come pietra. Le sentinelle ci fanno accendere grandi fuochi. Questi splendono attorno al campo, sulla terra brinata, come i fuochi di bivacco alla Beresina.
Mesi e mesi passiamo nella palude, affondando sovente nel pantano fino ai ginocchi, mentre le nostre vanghe penetrano difficilmente tra le gigantesche radici e i tronchi delle foreste sepolte. Sovente urtiamo contro le vipere che fischiano tra le eriche ardenti. E quando uno di noi cade, due compagni e una sentinella lo portano all’infermeria. E sempre le vessazioni, le ingiurie che ci scoraggiano, il sentimento penoso di non esser più uomini, ma specie di bestie, che riunite in schiere, portate in dieci lunghe stalle, provviste di numero, rincorse in caccia e bastonate, secondo il bisogno, sono abbandonate al capriccio del mandriano. Ci sembra di essere sporchi, infangati nell’anima, come lo sono le nostre mani e i nostri abiti dal terreno paludoso. Se non ci fossimo creati un. compenso nel cameratismo, nella solidarietà, e nel tentativo di costruirci una nostra vita segreta, a dispetto di tutte le vessazioni, più d’uno non avrebbe resistito.
La giornata nella palude non finisce mai. Sempre le stesse domande bisbigliate nella fossa: “Che ora è? Sarà presto mezzogiorno? Quanto c’è ancora fino a sera?”

Brano tratto dal libro di Memorie di Wolfgang Langhoff “I soldati della palude. Tredici mesi di campo di concentramento”, pubblicato in Italia dalla Libreria Editrice Eclettica di Torino nel 1945.

Il volume raccoglie le memorie di Langhoff, attore tedesco, imprigionato nel campo di concentramento Borgemoor per le sue idee e per questo costretto a subire ogni tipo di violenza.
Tra le altre vicende, Langhoff racconta l’origine del “Canto dei deportati” (Die moorsoldaten) da lui composto con Johann Esser per il testo e musicato da Rudi Goguel.
Il canto venne eseguito nell’agosto del ’33 dai deportati di Borgemoor durante uno spettacolo di una compagnia di detenuti davanti agli altri deportati e alle guardie del campo. Per il contenuto il canto venne subito proibito ma, tramite i deportati che cambiavano lager o che scappavano o che venivano liberati, divenne popolare in tutti i campi di concentramento in Europa e venne tradotto in tutte le lingue. La versione italiana fu tradotta dalla versione francese da anonimi e comunicata in Italia da Maria Montuoro, detta Mara, sopravvissuta del campo di Ravensbruck.
Il canto, si trova inciso nel disco Canti della Resistenza italiana 5 (Dischi del Sole  DS 34 1964).
Su youtube è possibile ascoltare la versione in tedesco del cantante Hannes Wader (http://www.youtube.com/watch?v=nTKBJgkVe8o) e la versione in italiano dei Rosso Maltese, interessante gruppo del circuito alternativo milanese (http://www.youtube.com/watch?v=Ur–aNOL170)

Canto dei deportati

Fosco il cielo sul lividore
di paludi senza fin
tutto intorno è già morto o muore
per dar vita agli aguzzin (o dar ‘gloria’)

Sul suolo desolato
con ritmo disperato
zappiam

Una rete spinosa serra
il deserto in cui viviam (o moriam)
non un fiore su questa terra
non un trillo in cielo udiam

Sul suolo desolato
con ritmo disperato
zappiam

Suon di passi di spari e schianti
sentinelle notte e dì
colpi grida lamenti e pianti
e la morte a chi fuggì (o la forca )

Sul suolo desolato
con ritmo disperato
zappiam

Pure un giorno la sospirata
primavera tornerà
libertà libertà dorata
nessun più ci toglierà

Sul suolo desolato
con ritmo disperato
zappiam

I cercatori di bestiame

Il pastore Galìa, sebbene avesse premura di tornare all’ovile, aveva perso quasi tutto il pomeriggio di casa in casa, assieme a certi suoi ospiti di Bortigali che pretendevano di ritrovare a Orani cinque mucche e una vitella portate via qualche giorno prima da ignoti ladri mentre pascolavano nel salto montano di Bonorva.
Di casa in casa cercavano pastori autorevoli, o per censo o perché di mano lesta, e dopo il consueto scambio di parole quasi rituali, esponevano la cosa.
Intanto bevevano, vino, acquavite e persino un rosolio casalingo accompagnato dai famosi biscotti di Orani se capitavano da uno sposo no vello.
Le donne si agitavano, alzavano la voce e facevano onesti commenti rimproverando, in generale, gli scellerati che rovinano il mondo.
Dio solo può sapere con quanta sincerità e con quanta effettiva partecipazione al dolore del mondo.
Gli uomini invece, senza badare alle donne, in toni gravi e pacati, domandavano quando era accaduto il fatto e volevano la descrizione del bestiame, minutamente, e dove portavano le tracce.
A Orani? Hum, però chissà, può anche darsi, non mancheremo di interessarci, s’intende.
Galìa non si stancava di ripetere che si trattava di veri amici, non amici da prendere in giro con vane promesse; perché Bacchis, questo qui, era stato alla guerra con lui, non compagno ma fratello.
Io avevo un amico di Bortigali ora che mi ricordo, disse un vecchio, Taldeitali si chiamava, non so se viva ancora.
E Bacchis che reggeva male il vino, si lasciò andare a divagazioni, ricordi di guerra, vecchie storie lontane, altri amici e altri conoscenti.
Male, caro Bacchis, malissimo.
Un avveduto cercatore di bestiame non chiacchiera e non dimentica mai il motivo della sua missione; deve mostrare compostezza e tristezza, e opprimere gli amici con gli occhi per cogliere ogni loro reazione, per valutarne l’impegno e la sincerità delle parole.
Altro che rosolio e storie di guerra!
Maledetto chi ha inventato il furto, disse gentilmente una donna.
Parole inutili, io non dico di non rubare, ma un po’ di considerazione, via.
Lo so, ma ora i tempi sono mutati e rubano a casaccio e non ti rendono neppure la pelle delle bestie, secondo l’uso.
Noi non vogliamo la pelle, vogliamo le vacche vive.
Non le pretendiamo tutte, si tengano la vitella, al diavolo, non siamo tanto ignoranti, perdio! Va bene, però le tracce non le avete seguite proprio fin qui.
Non proprio, ma hanno passato il Tirso e si dirigono al vostro territorio.
E che significa? Il ladro è furbo, si dirige a Orani e in realtà volge a Mamojada o a Sarule.
Potete escludere Sarule? C’è tanta canaglia ora! Escludere no, e andremo anche a Sarule stasera.
Ahi, ecco un altro errore! I cercatori di bestiame non fanno di queste stupidaggini, non aprono la porta al dubbio, altrimenti i vostri amici sgusciano via de quella porta.
Andate a Mamojada, vi dicono, qui non sembra che ci sia nulla da cercare.
Indagheremo ancora, naturalmente, ma non fatevi illusioni.
No, questo è un sbaglio.
Dovunque tu vada, se cerchi bestiame rubato, devi dire: Cari amici, le nostre vacche si trovano nel vostro amato territorio, ne siamo certissimi.
Se siete amici fate che ci vengano restituite; se non siete amici, basta così, però non presentatevi mai più a Bortigali, né in consimili circostanze né per altre ragioni.
Parlate con questa fermezza e vedrete il risultato: o gli amici convinceranno i ladri a restituire le vacche — meglio ancora se i ladri per fortuna sono i vostri stessi amici, i quali vi hanno derubato per sbadataggine — o dimostreranno che veramente non sono nel territorio di Orani.
E allora, sia pure, recatevi a Sarule e fate il medesimo discorso.
Con fermezza, mi raccomando, anche se travestita di blande parole, e assicurate che avete buona memoria, che non dimenticate mai né la diligenza né la negligenza degli amici, che terrete il conto più rigoroso tanto di una grazia ottenuta quanto di una grazia negata.
Così deve parlare un cercatore di bestiame.

 Il brano è tratto dal volume di racconti sardi “L’aurora è lontana”, scritto da Michele Columbu e pubblicato dalla Editrice Leader di Milano nel 1968.
Il volume, 221 pagine, ha la sopracoperta illustrata da Costantino Nivola.
L’autore Michele Columbu (che a febbraio compirà 97 anni) nel 1965, quando ricopriva la carica di sindaco di Ollolai, si rese protagonista di una singolare forma di protesta che lo portò a percorrere a piedi oltre 500 chilometri in giro per la Sardegna.
Successivamente Columbu venne eletto al Parlamento Italiano e al Parlamento Europeo e ricoprì numerosi incarichi politici all’interno del Partito Sardo d’Azione

Nella dolce sera ridente

Nella dolce sera ridente
allora ti vidi, o amore:
nella dolce sera d’aprile
quando lenti i fiori si riposavano.

Allora ti vidi, e allora
il mio cuore stanco fu felice;
per una breve sera d’aprile
fu felice il mio cuore stanco.

E da quel giorno io non penso mai
al triste domani che s’avanza:
per me è sempre, soltanto,
quella dolce sera ridente.

Poesia di Jacopo Dentici, tratta dal volumetto “Le ali del nord”, pubblicato dalle edizioni Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro” di Milano, nel 1958, con prefazione di Sergio Solmi.
Il piccolo volume (9 cm x 12) che consta di 47 pagine, venne stampato in sole 400 copie numerate (la mia è la n° 150) con allegata una foto ritratto del giovane autore.

Jacopo Dentici, nato a Rio Grande, in Brasile, l’11 Settembre 1926, morto a Gusen Il (Mauthausen) nel Marzo 1945.
Studente del 2° anno di Fisica pura nella Università di Milano, dall’8 Settembre 1943 lavorò agli ordini del Comando Piazza di Voghera come G.A.P.; svolgendo vari compiti, in particolar modo trasporto di prigionieri inglesi in montagna, raccolta e distribuzione di armi, in collegamento coi partigiani. Fu uno dei fondatori del Fronte della Gioventù, e uno dei primi distributori di stampa clandestina nella zona dell’Oltrepò Pavese.
Segnalato dall’Ufficio Polizia Investigativa come elemento pericoloso, nell’estate del 1944 si trasferì a Milano agli ordini del Corpo Volontari della Libertà. Entrato a far parte della segreteria di Ferruccio Parri, fu addetto all’Ufficio di Viale Bianca Maria 45, sede del Comando Generale del C.V.L., formazioni «Giustizia e Libertà », dove lavorò sistematicamente fino al Novembre del ’44.
Il 7 Novembre 1944 tornando per sua richiesta volontaria nell’Ufficio che sapeva sorvegliato dalla polizia, per mettere in salvo i documenti ancora rimasti, venne arrestato dai poliziotti repubblichini della Squadra d’Azione Ettore Muti.
Eluse le indagini degli inquisitori col suo fermo contegno, rifiutandosi di parlare, e venne quindi consegnato alle S.S. tedesche.
Dopo circa due mesi di prigionia a S. Vittore, venne trasferito a Bolzano il 16 Gennaio 1945, e di lì il 31 Gennaio 1945 a Mauthausen, e poi a Gusen II.
In quest’ultimo campo di eliminazione si spegneva nel Marzo 1945, per la fame e i maltrattamenti subiti, a soli 18 anni.
L’Università di Milano gli conferì il 1° Novembre 1946 la laurea « ad honorem » in Fisica pura.

… si trattava, non di migliorare, ma di punire.

“Così l’arbitrio e l’avidità ridussero sempre in nulla le migliori riforme, i più utili provvedimenti. Due savie leggi escirono per la Sardegna dal Ministro Balbo: quella colla quale si dichiarava libera la piantagione della nicoziana, e l’altra che dava potere ai proprietari di chiudere i loro terreni, quando non contenessero piante ghiandifere, pubbliche vie e pubblici abbeveratoi. Ma la prima non fu eseguita e il monopolio dei tabacchi si fece anzi più rigoroso. La seconda diventò, per l’inettezza e pel mal volere degli agenti governativi, sorgente di gravissimi mali.
I ricchi prepotenti dell’isola, dando mano ai recinti, usurparono con audacia scandalosa il terreno confinante colle loro proprietà e appartenente a povera gente o al Comune; più che altrove nella provincia di Nuoro, dove l’accentramento di molto bestiame vagante accresceva i pericoli e l’ire. Bisognava rintuzzare, e rapidamente, l’abuso. Ma gli offesi esaurirono per cinque lunghi anni ogni via legittima di lagnanza, senza che il vice-re si decidesse a un provvedimento. L’intendente, che autorizzava le chiusure, aveva speculato sulle concessioni.
Quando il popolo, irritato, stanco della negligenza governativa, sciolse il problema colle proprie mani, diroccando, incendiando, i recinti usurpatori, il Governo si fece a un tratto energico e attivo; si trattava, non di migliorare, ma di punire. Dopo aver mandato con pieni poteri a Nuoro un giudice della Reale Udienza, uomo d’intendimenti severamente giusti, e che per questo appunto fu richiamato e trattato in modo ch’ei ne mori di dolore, una commissione militare mista, composta d’uomini ligi ad ogni tendenza tirannica, trattò Nuoro siccome terra conquistata sul nemico. Dura tuttavia fremente nella provincia la memoria delle carcerazioni arbitrarie, delle sentenze capitali pronunziate ed eseguite a uso di guerra, dei sequestri operati senza ragione, dei feroci trattamenti nelle carceri, delle torture inflitte a testimoni che non secondavano i disegni dei giudici. La provincia rimase siffattamente abbattuta e spogliata, che non era più possibile trovarvi una moneta d’oro. Queste cose accadevano nel 1833. Più dopo le vittime fecero conoscere al Re Carlo Alberto le inique opere della Commissione; e il ministero diede ordini di restituzioni che naufragarono nella Segreteria di Stato e nella grande Cancelleria di Cagliari.”

Oggi, 28 dicembre 2010, dopo che i pastori sardi, che da mesi protestano senza essere ascoltati, hanno ricevuto l’ennesima “razione” di manganellate e denunce sul molo di Civitavecchia, mi piace pubblicare questo brano tratto dallo scritto “La Sardegna” di Giuseppe Mazzini. L’opuscolo, di complessive 32 pagine, ha una prefazione di Francesco Mormina e venne stampato nel 1896 dalla Tip. Economica A.Debatte di Livorno per conto dell’Associazione Repubblicana di Cagliari.
Lo scritto apparve per la prima volta nel 1861 e fu ispirato da Giorgio Asproni che fornì a Mazzini dettagliate informazioni sulla situazione della Sardegna. Una situazione che, a giudicare dai fatti e dalle reazioni attuali, non appare molto cambiata.

Una notte in su cuile

Fit d’ennalzu una notte tempestosa,
Si mai nd’azis bidu notte mala;
Sos lampos segaiana a donz’ala,
S’aera anneulada e minettosa.
Pariat ch’essen bettadu s’aba a brocas
E unu entu d’inferru furibundu
Sos elighes moviat dae fundu
E muilaiat subra de sas rocas.
E deo m’istringhia intro su saccu,
Chi m’aiat prestadu su pastore,
Cando intendia cun pius furore
Su entu mover tottu su barraccu.
E bramaia cuddu risplendore
De sas nottes d’eranu e de istiu
Cando sas serenadas ponen briu
E sos giovanos faghen’ a s’amore.
 
 
 
 
 
 

 

Ma tiu Bachis, tottu inchisinadu,
Ratendesi che cane puligosu,
Intendinde su tempus tempestosu,
Tott’induna a mi narrer s’est pesadu:

«Ah! si podia giovanu torrare
Che cando giughia trainas a pala
No mi peldia custa notte mala
Si m’essen dadu unu saccu ’e inare

In custas nottes pagu cristianas,
Cand’eo fia giovanu, movia
Cun d’una armada e forte cumpagnia
E faghiamus chimbe e ses bardanas!».

Poesia di Antioco Casula “Montanaru” (Desulo 1878 – 1957) tratta dalla raccolta “Cantigos d’Ennargentu” Pubblicata dalla Tipografia C.Ledda di Cagliari nel 1922. La copertina e le illustrazioni interne sono xilografie dell’artista cagliaritano Filippo Figari

I frati e i “pirati” pisani

Secondo il racconto di Leone Ostiense, i legati del re Barisone, si recarono a Montecassino per chiedere alcuni monaci ad monasterium constituendum. Essi offrivano al beato Benedetto duo magna et optima pallia e promettevano grandi donazioni ed onori a quei buoni religiosi -che dovevano essere destinati a divulgare in Sardegna la disciplina monastica ancora ignota partibus illis. Desiderio abate accondiscese e scelse duodecim de melioribus coenobii fratribus. Guidati dall’abate Aldemario, i dodici monaci, recando seco codici, bibbia, arredi sacri e reliquie di corpi santi, s’imbarcarono su una nave di Gaeta per la Sardegna. Ma la spedizione non ebbe fortuna. Satana impediente ex Dei permissione, mentre aspettavano, ancorati nelle coste dell’isola del Giglio, tempo favorevole per rimettersi in viaggio, si videro d’ogni parte assaliti da navi pisane, che malmenarono i monaci e gli altri, e avrebbero ucciso il capo dell’ambasciata sarda, se non si fosse vestito da monaco per salvarsi. Incendiarono la nave, e restituite ai monaci solo le vesti, carichi del resto, hilares ad propria remearunt. I poveri religiosi, dispersi per le coste tirrene, ritrovati malconci dai confratelli di San Giorgio di Lucca, poterono, come Dio volle, licet diversis temporibus, ritornare a Montecassino per raccontare le loro sventure. Quattro perdettero la vita. Qui i1 racconto del buon cronista medioevale s’interrompe per dirci il sogno di un certo monaco di Montecassino che, tre giorni prima di tanta sciagura, vide una piccola nave pericolante, guidata da un giovane nocchiere bellissimo e da un vecchio venerando splendente più che un raggio di sole e con lo scettro in mano. Il vecchio ad un punto chiama il giovane pilota e gli annunzia solennemente che in Sardegna non s’arriverà. Disse, e la nave sprofondò nell’abisso! Al racconto del sogno i monaci si turbarono; alcuni temevano, altri cercavano d’indovinare, parecchi, pare i più saggi, facevano gli increduli.

Brano tratto dal volume “Montecassino e la Sardegna Medioevale. Note storiche e codice diplomatico sardo cassinese”, pubblicato nella collana “Miscellanea cassinese” nel 1927.

Il volume, curato da Monsignor Agostino Saba (Nato a Serdiana (Cagliari) nel 1888 e morto a Sassari nel 1962), ha nell’antiporta una dedica dello stesso Saba allo scrittore spezzino Ettore Cozzani. La copertina, le testatine, i capilettera e le tavole interne son tratte da xilografie dell’artista sassarese Remo Branca.
Il volume è stato acquistato nel 2009 dalla Libreria Antiquaria Gonnelli di Firenze.

La festa di Orgosolo

Ho ancora nella testa un barbaglio di colori, uno stordimento di suoni. Vorrei descrivere… ma si descrive l’iperbole di queste feste? Il sapore classico e selvaggio, agreste e poetico di questa magnifica vecchia Sardegna.
Sognate piuttosto: sognate uno di quei paesaggi, mai visti, fantasticati nell’adolescenza, lembi di vecchi arazzi e di esotici paraventi, di novelle moresche e di fiabe orientali, adunati in una visione di stupenda armonia. Sognate, e sarete vicina al vero.

Stamani mi pareva d’esser trasportato lontano, in uno dei pellegrinaggi favolosi della Mecca, anziché al miserabile paesello, lanciato solitario sulle rocce, perduto fra le selve. Rivedo i carri e le cavalcate variopinte su per il nastro tortuoso della montagna, quello sfarfallio di colori venuti da tanti paesi diversi, dai fantastici cappucci rossi dì Fonni, alle cuffie claustrali di Gavoi, petali viventi, scherzanti fra i lentischi e i graniti; e il tintinnio dei cavalli bardati a festa e il mugolar delle cornamuse e delle zampogne, e le grida e gli spari di gioia e i gonfaloni al vento e le processioni a frotte pigiate, incalzate dalla fede, le teste nude sotto la canicola, dietro le immagini tentennanti di legno dipinto; le corse vertiginose a dorso nudo, col busto rovesciato a pelo o avvinghiato sotto la pancia del cavallo, e le capriole e i mille giochi equestri; e poi il gran banchetto pantagruelico nella piazza, dove si scanna, dove si mangia, dove si cuoce: i maiali, i montoni arrostiti interi, squartati a colpi d’accetta, sbranati a tocchi: e poi la gazzarra dei canti e dei balli e le catene ebbre, ondeggianti, saltellanti in circolo in una magica ridda di colori.

Tratto da “Caccia Grossa. Scene e figure del banditismo sardo”, di “Miles”, pseudonimo del fiorentino Giulio Bechi, pubblicato da”La Poligrafica Editrice” di Milano nel 1900. Nel 1997 il libro è stato ristampato dalla Casa Editrice Ilisso di Nuoro, nella collana Bibliotheca Sarda, a cura di Manlio Brigaglia e con un acquerello di Costantino Nivola in copertina

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

Il primo giorno di lavoro

(dedicato a Luigi che il 9 dicembre ha compiuto gli anni)

“Giuseppe Febbregialla, uno della corporazione, piccolo, itterico, dalle mascelle quadrate, chiamò Paolino. “Neh, Filippo, viene cc’à, vieni a fini’ stu pavimento”.
Paolino capì che si rivolgeva a lui ma esitò ad ubbidire perché aveva detto Filippo.
“Ohé, Filippo, chiammo a te!”
Paolino accorse e l’altro gli mostrò come doveva riempire di calce e mattoni gli interstizi tra le stecche parallele che poggiavano sui piano di cemento. Quando Paolino gli disse che il suo nome era Paolo, Febbre- gialla fece: “Va buo’, Filippo, tira avanti”.
E Paolino lavorò per ore, solo, in ginocchio, chino sulle stecche. Ogni volta che piegava la schiena sentiva una fitta acuta ai lombi. Il manico della cazzuola cominciò a sembrargli di pietra, la polvere di mattone gli escoriava le dita, la calce viva gli scottava le mani. S’alzava di quando in quando in piedi per distendere i muscoli della schiena, e una volta alzandosi posò il piede su stecche malferme, scivolò e cadde battendo l’inguine su una pietra aguzza. Il dolore gli mozzò il fiato e gli riempì di lagrime gli occhi. Dio che male, ma non voglio che nessuno se ne accorga, devo lavorare. Si morse la lingua e si rimise in piedi e si sentiva gonfiar l’inguine che gli dava fitte insopportabili. Appoggiò una mano in terra e lavorò con l’altra sola. Per posare un mattone deponeva la cazzuola, e se doveva rompere un mattone in due col martello per riempire un mezzo vuoto doveva ogni volta sedersi sui talloni. Tra le lagrime cocenti vedeva male, e una volta rompendo un mattone si picchiò sul pollice, e il dolore fu tale che si portò il pollice alla bocca per non gridare, per non piangere. Non voglio farmi vedere a piangere, Dio mio, non è niente, niente, devo finire questo lavoro. Il pollice pulsava forte, gonfiava, diventava livido, ma lui non voleva mollare; il dolore lo eccitava. Quando fischiò l’ora del rancio i ginocchi raggranchiti non furono in grado, lì per lì, di sollevarlo in piedi”.

Tratto da “Cristo fra i muratori” di Pietro Di Donato, edito nel 1941 da Bompiani nella traduzione dall’inglese curata da Eva Kuhn Amendola e Bruno Maffi

 “La storia di Pietro Di Donato è per se stessa un romanzo. Aveva appena dodici anni che suo padre, mattonaio, fu sepolto vivo ed ucciso in un crollo dell’edificio dove lavorava. Era il giorno di Venerdì Santo, 1923. La madre rimase con Otto figli, dei quali uno nacque una settimana dopo la morte del padre. La famiglia ebbe per qualche tempo soltanto un dollaro la settimana dall’impiegato postale di West Hobocken per comperare del pane, e nient’altro. Pietro, il maggiore dei maschi, comprese che era diventato adulto e padre di famiglia a dodici anni. Si impiegò come facchino in una casa di trasporti e più tardi si fece anche lui mattonaio. Guadagnava cinque dollari la settimana. Non bastavano. La famiglia si trasferì a Brooklyn, dove fu possibile al giovane Pietro di guadagnare di più e di frequentare i corsi serali al City College; voleva diventare ingegnere edile. Nel 1932 gli moriva la madre. Ora bisognava da solo provvedere ai fratelli e alle sorelle. Fu allora che pensò a scrivere. Di notte col lapis buttò giù un capitolo riassuntivo dell’ opera letteraria che spontaneamente aveva visto sorgere nella sua mente, capitolo che fu mandato a una rivista e compensato con cento dollari. Così è nato “Cristo fra i muratori” (Christ in concrete) un libro che ha avuto un successo improvviso, immediato, come un lampo”.

 

Una dolorosa partita (ancora) aperta

“No, non sono altre inchieste che occorrono alla Sardegna. Le occorre soltanto nei governanti d’Italia un po’ di memoria, e un po’ di volontà sincera e risoluta, e un po’ di fiamma d’amore che la scaldi.
Epperò son contento di essere oggi venuto fra voi in questa vostra Orosei, abbellita dal sorriso del cielo e resa così sconsolata dagli uomini. Qui ho veduto coi miei occhi miserie e dolori che possono rendere l’anima triste, ma che parlano eloquenti alla mente. Anche prima di qui giungere conoscevo 1’ospitalità sarda, e sapevo che voi ne conservate con gentilezza di animo le tradizioni. Ma permettetemi di credere che le, accoglienze vostre così affettuose non siano rivolte all’ ospite soltanto, bensì anche a un italiano il quale è convinto che tra la Sardegna e 1’Italia da troppi anni esiste una dolorosa partita aperta la quale è ormai tempo di chiudere. Le vostre accoglienze attestano che la Sardegna ama sempre 1’Italia, che è il vincolo del cuore con la madre patria quello che le rende così calde e affettuose; ma amore d’amore si paga, e la Sardegna il suo debito d’amore all’Italia lo ho già troppo prodigamente pagato perché ormai l’Italia si ricordi del suo (Vivi applausi)”.

Brano tratto dalla prima edizione di “In Sardegna – 1891 e 1896. Dieci discorsi di Felice Cavallotti”, pubblicato a Sassari nel 1896 da La Nuova Sardegna.
Il volume, 80 pagine, raccoglie dieci discorsi che Felice Cavallotti, scrittore e politico dell’ala radicale, pronunciò in diverse occasioni in Sardegna.
Il brano sopra riportato è tratto dal discorso che Cavallotti pronunciò a Orosei il 19 novembre 1896.

 

“… corruppe l’elezioni, la stampa, allucinò la pubblica opinione …”

Giorgio Asproni

“Sarà difficilissimo, direi quasi impossibile, che il partito moderato abbia una persona che gli succeda con tanto cumulo di opportune qualità. Era di famiglia aristocratica, doviziosissimo, d’ingegno versatile, pieno di spirito, scaltro e impratichito del mondo, senza scrupoli, senza freno morale, disinvolto e cortese nei modi suoi, avido e insaziabile di potere e di pecunia. Vasto nei concetti secondo la sua politica, inarrivabile e singolare negli espedienti, facile al frizzo, cieco nelle ire, e ardito a fare qualunque passo pericoloso per vincere gli avversarii e conservarsi in potere. Dando pranzi, strette di mano, amabili parole, e pagando largamente dai fondi segreti, non che prodigando impieghi e ciondoli, corruppe l’elezioni, la stampa, allucinò la pubblica opinione e per dieci anni visse arbitro del paese.

Funerale di Cavour in una stampa d’epoca

È morto ora che la stella sua minacciava di restare oscurata, e senza fallo in meno d’un anno sarebbe caduto: ma Dio sa quali mali nuovi avrebbe accumulato ai vecchi in questo intervallo di sua onnipotenza. Era di bassa statura, di viso tondo e direi napoleonico, bianco/rosso di carnagione; capelli biondi e quasi rossi, ed ora mezzo bianchi; testa voluminosissima, fronte spaziosa, occhi cerulei e vivi, naso regolare e ben fatto; i peli del cranio si diradavano e andava ad essere mezzo calvo. Finché sperò di potermi attrarre a sé, mi avvicinò, usò gentilezze e prometteva far bene alla Sardegna. Trovatomi di tenaci propositi, inflessibile nei miei principii, senza bisogni, senza timore, contento del poco, mi avversò ostinatamente. Alla Sardegna fece tutto il male che poté, e aveva già contratto segreto impegno con Luigi Bonaparte di cederla alla Francia. Egli ora non è più; ma durano le conseguenze della sua ostinata guerra alla rivoluzione che sola può dare indipendenza, grandezza e libertà all’Italia. I preti diranno che fu colpito dalla mano di Dio: forse l’avranno anche avvelenato. Io dirò che la fortuna gli fu amica in vita e in morte, perché la subitanea cessazione di vita è bene invidiabile, e Giacomo Leopardi la preferiva alle glorie di Cesare e di Alessandro. Cicerone nelle sue Tusculane asseriva essere il più squisito dono degli Dei”.

Brano tratto dallo scritto di Giorgio Asproni “Diario politico 1854-1876”, opera in 7 volumi pubblicata, a cura di Carlino Sole e Tito Orrù, dall’Editore Giuffrè di Milano tra il 1974 e il 1991.
Lo scritto, riportato a pagina 589 del secondo volume, risale al 5 dicembre 1860. Asproni riceve la notizia della morte di Cavour e si abbandona ad una accurata descrizione dello statista che, a quanto pare, non gli era simpatico.
Giorgio Asproni, nato a Bitti nel 1808 e morto a Roma nel 1876, importante figura della storia moderna sarda, grande autonomista, caratterizzato in tutto il suo operato per l’incrollabile fede repubblicana. Fu deputato del parlamento subalpino e della camera del Regno d’Italia per un totale di nove legislature.

Casanova sui pattini

“Orsù – disse l’affascinante fanciulla per far tornare l’allegria -, mettiamo i pattini e andiamo subito a divertirci sull’Amstel: temo che il ghiaccio cominci a sciogliersi. – Mi vergognai di pregarla di dispensarmi, mentre l’avrei fatto volentieri; ma che mai non può l’amore? Il signor D. O. ci lasciò. Il fidanzato della signorina Casanova mi legò i pattini, ed ecco le damigelle pronte, in gonnellino corto e con forti calzoncini di velluto nero, per premunirsi contro certi accidenti. Scendemmo sul fiume, e il lettore può immaginare la figura che facevo, novellino com’ero in quell’esercizio. Volli ostinarmi a vincere la mia inesperienza e caddi una ventina di volte sul dorso, rischiando di fracassarmi le reni. Avrei dovuto abbandonare la partita, ma la vergogna mi trattenne, e smisi solo quando, con mia grande soddisfazione, vennero a chiamarci per il pranzo. Però la pagai cara: quando si trattò di alzarci da tavola, mi sentii rattrappito in tutte le membra. Esther mi compianse, e disse che m’avrebbe guarito. Si rise molto, ed io lasciai fare, perché m’accorsi che quella partita era stata pensata soltanto per ridere alle mie spalle, e, volendo farmi amare da Esther, mi mostravo compiacente, sicuro che la mia compiacenza mi avrebbe condotto certamente allo scopo.

La mattina seguente, quando mi svegliai, mi credetti perduto. Soffrivo un vero martirio. Mi sembrava di avere l’ultima vertebra, quella detta osso sacro, ridotta in pezzi. Eppure avevo fatto consumare in frizioni quasi tutto un vaso di pomata datomi da Esther. Malgrado le mie sofferenze, non avevo dimenticato i suoi desideri.Mi feci portare da un libraio, dal quale presi tutti i libri che credetti potessero divertirla, e glieli mandai, pregandola di rimandarmi via via quelli che avrebbe letti. Ella fece così, e ringraziandomi molto, mi mandò a dire di andare a baciarla prima di partire, se volevo avere un bel regalo”.

Brano tratto da pagina 347 del secondo volume (libro quinto, capitolo sesto) dell’opera autobiografica “La storia della mia vita” di Giacomo Casanova (1725 – 1798), pubblicata dalle Edizioni Casini di Roma tra il 1961 e il 1963.
L’opera, quattro volumi di oltre 800 pagine l’uno, curata da Carlo Cordiè, ha la sovraccoperta e tantissime illustrazioni interne realizzate dal pittore nuorese (ma la mamma era di Orani!) Bernardino Palazzi (Nuoro 1907 – Roma 1986)

Il cinghiale del diavolo

 « Ho sparato un colpo solo perché m’è mancato il tempo di sparare il secondo. Veramente, più che il tempo, m’è mancato l’animo. lo non avrei mai creduto di poter
sbagliare un cinghiale, a così piccola distanza. Quando ho sparato, il cinghiale era a sei passi
« Come, a sei passi? E non sei rimasto nel punto che ti ‘avevo assegnato? »
« Si, vi son rimasto. Ma il cinghiale non m’è venuto di fronte, come mi aspettavo, ma di fianco. Dopo il tiro di Giuseppe Testa-Rasa, il cinghiale non ha proseguito dritto, verso gli olivastri, ma ha scartato a destra ed è rientrato nella foresta, lo ne avevo sentito i passi ed ero pronto. Non mi sembra vero ».
Si alzò da terra e ricostruì la scena.
« lo ero dritto, sicuro di me. Dicevo: se sbaglio questo cinghiale, mi faccio frate, Il cinghiale ha interrotto la corsa e si è fermato, sulla salita, ascoltando. E’ allora che ho sparato. Ho puntato al centro della spalla, da fermo. E l’ho sbagliato. Il cinghiale ha ripreso la corsa ed io non ho neppure pensato a sparare il secondo colpo. Mi son fatto il segno della croce e ho detto: Tu sei l’anima dannata».

Brano tratto da pagina 43 del volume “Il cinghiale del diavolo. Caccia e magia” di Emilio Lussu, stampato a Roma nel 1968 da Lerici editore.
Il volume riporta l’immagine di un cinghiale, più volte ripetuta nelle pagine interne, in nero e una volta in rosso. Come scrive Lussu, “Il disegno che lo illustra è dello scultore Titino Nivola. Inspirato da un lungo rotolo di illustrazioni varie della vita rurale sarda, del pittore e ceramista Salvatore Fancello, di Dorgali, morto a 25 anni, sul fronte greco, ai primi di febbraio del 1941”.

Il Purgatorio a Tavolara

«E’ pure da considerare, che il viaggio dall’Italia alla Sardegna ai tempi di Dante, non era né lungo né difficile. Le galee di Pisa arrivavano per l’Elba alle coste della Gallura in due giorni: press’a poco come fanno adesso i comuni velieri. Anche per questa ragione non è da escludere la possibilità, anzi la probabilità di un viaggio dantesco in Sardegna. E se non si trattasse di un volo di fantasia, si potrebbe dire, per avvalorare l’ipotesi di questo viaggio, che l’idea di creare il monte del Purgatorio sorgente dalle acque di un mare solitario, venisse al Poeta dopo le vive impressioni ricevute alla vista dell’isola Tavolara, che sale a picco dal mar Tirreno, coronata sulla cima di una folta boscaglia».

Brano tratto da pagina 37 del volume “Dante e la Sardegna” di Pantaleo Ledda, stampato a Roma nel 1921 dalla Tipografia Editrice “La Speranza”, per conto della “Rivista Sarda” Editrice.
Il volume riporta in copertina una illustrazione di Edina Altara e nell’interno alcune foto e numerose illustrazioni di Melkiorre Melis.

La tomba del gigante

“Il viaggio, circa due ore di salita per un sentiero appena tracciato fra i dirupi, gli avvallamenti, il bosco, fu attraversato a piedi dalle ragazze pazzamente felici ed ebbre di quella meravigliosa mattina di agosto, mentre un carro tirato da buoi e carico di masserizie e provviste, le seguiva traballando sui sassi e gli sterpi. La prima sosta, breve, fatta non per stanchezza ma per divertimento, fu al cominciare del bosco fitto, sotto una strana pietra poggiata su altre e detta la tomba del gigante. Sembrava una grande bara, di granito, coperta da un drappo di musco, solenne nella vasta solitudine del luogo. Un tempo, diceva la leggenda, i giganti abitavano la montagna, e uno di essi, a turno, vigilava l’ingresso della foresta: l’ultimo, si stese per morire sulla pietra di confine, che si richiuse su di lui e ancora custodisce il suo corpo.
Era davvero, quello, l’ingresso al mondo degli eroi, dei forti, di quelli che non possono concepire pensieri meschini; e Cosima toccò il masso, come in altri luoghi abbelliti di leggende sacre, si tocca la pietra dove si sia riposato qualche santo”.

Brano tratto da pagina 93 del libro “Cosima” di Grazia Deledda nella bella edizione Mondadori del 1947 con sopracoperta e illustrazioni di Aligi Sassu.

La madre di Mario

 «L’altro giorno », cominciò quasi con cipiglio, « mi hanno raccontato che lei, e me l’ha detto anche Mario », e lo additò, ora che seduto su uno sgabello di ferula fatto a posta per i bambini, si godeva il bel calduccio mettendo le manine avanti, belle rosse come il suo visetto in cui brillavano due occhietti scintillanti, «l’ha levato dalla punizione che gli aveva dato la maestra. Io non me ne intendo molto, sa, mi scusi, di cose di scuola, sono solo una madre di famiglia che educo i figli cosi come i miei mi hanno “imparato”, ma a me pare che il suo fare non abbia fatto troppo bene al bambino, perché sa, se questi non si “domano” da piccoli, poi siamo noi a combatterli quando sono più grandicelli, e qui le cose non sono come in altre parti, come ho sentito ».
Io la guardavo esterrefatto e non riuscivo a credere alle mie orecchie. Mi sembrava impossibile che si potesse pensarla a quel modo; che cioè una madre, non dico chiedesse, ma accettasse certe punizioni che da decenni erano scomparse anche dalle più terribili galere dell’isola di cui si sentiva parlare. Fu per me un vero choc, anche perché quando la vidi (e non nascondo che l’attendevo), per quanto fosse accigliata, pensai subito: «Meno male, sta venendo per ringraziarmi! finalmente una non la pensa come le altre!». Mi ero perciò disposto a quest’attesa; senonché le cose si capovolsero, come del resto mi aveva accennato, anche se vagamente, il padrone di casa (a cui però non avevo molto creduto), che ora mi guardava da un angolo del camino tutto soddisfatto, come per dire: « Hai visto che avevo ragione io? tu invece non mi hai neppure ascoltato! ».
« Il bambino da quei giorni », continuò imperterrita, senza neppure avvedersi del mio viso, « ha già cambiato e comincia a fare il prepotente dicendo: “ Se mi lega la maestra c’è quel maestro che mi slega!”, ha capito? ». E di li tutta la storia che ormai continuamente sentivo ripetere, e che ora, sempre più impressionato, ascoltavo dalla voce di questa, per me, strana donna. « Ma poi », proseguì senza neppure darmi tempo di rendermi conto, « non si tratta solo del bambino, ma del paese, e soprattutto della maestra che la sera stessa è venuta a casa a dirmi che se voglio che mi tenga il bambino a scuola, deve essere solo lei la maestra, e perciò non accetta che nessuno si immischi nei suoi affari; e mi ha pregato di venire a dirvi di non permettervi più di toccare i suoi alunni. E anche nel paese si dice e si chiacchiera; e sa, non voglio che si parli: già basta quanto si è detto per mio marito… » e abbassò gli occhi.
« malato? che cosa gli è capitato? » chiesi ingenuo.
« in prigione! » aggiunse quasi sottovoce il padrone che non perdeva una parola della nostra conversazione.
« E perché? cosa ha fatto? » insistei ancora come uno sciocco.
« Per una cosa grave… ci sono fucilate… bestiame,.. e poi ti dirò », concluse in fretta ancora il padrone.

Brano tratto da pagina 21 del volume “Le bacchette di Lula” di Albino Bernardini, La nuova Italia Editrice, Firenze 1969.
Il volume racconta l’esperienza di Bernardini, maestro elementare a Lula (NU) negli anni ’60. La prefazione del libro è di Gianni Rodari.

 

L’ANIMA DELLA SARDEGNA

“Il muttettu, <<mottetto>>, piccolo motto, che è più largamento usato nella parte meridionale della Sardegna, ove in quel di Cagliari predomina in modo assoluto, ha però il suo corrispondente nella battorina, <<quartina>> fiorita specialmente nel Nuorese.
Come specifica bene il nuorese battorina, è poesia che si esaurisce in quattro versi, settenari, a rime alternate.
Un esempio per tutti.

In sa matt’è su spiccu
Canta s’arrossignolu.
Su coro miu è pitticcu,
Ci capis tui solu.

Non è vero, come molti studiosi di cose sarde hanno finora affermato, che il muttettu sia canto maschile. Esso è canto maschile quanto femminile e dovendo scegliere, starei più per quest’ultimo perchè, almeno ora, fiorisce più su le vermiglie labbra delle fanciulle che non squilli in bocca agli uomini”.
Citazione tratta da pag. 126 del volume “L’Anima della Sardegna – La Musica Tradizionale”, di Giulio Fara, pubblicato dall’Istituto delle Edizioni Accademiche di Udine, nel 1940, nella collana “Le Arti e le Tradizioni popolari d’Italia”

Frontespizio della prima edizione del 1921

4 risposte a “A caso

  1. Carmelo Caria

    Complimenti vivissimi per il sito,notevole ;auspico che lo incrementi con la stessa qualità.
    Carmelo Caria

  2. ..veramente eccezionale, non pensavo di trovare tante incredibili notizie, argomenti , personaggi e immagini della mia Sardegna. Non posso che farti i miei complimenti e credo che farò presto ulteriori visite e magari (spero di si) scaricare qualche immagine. Consiglierò le mie amicizie di visitare questo splendido blog.. continua cosi ..sarà un successo.

    • Grazie per l’apprezzamento e continua a seguirmi. Se utilizzi le immagini ricordati sempre di citare il mio blog come fonte. Saluti e a presto

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