La Sardegna di Massimo Bontempelli

Nel 1930 Massimo Bontempelli (1878-1960) pubblicò il volume “Stato di grazia”, edito dalla casa editrice Stock di Roma in una edizione quasi limitata, con diffusione riservata a pochi amici.
Qualche anno dopo, per le edizioni “Panorama” di Milano, pubblica “Pezzi di mondo”, una raccolta di pagine di viaggio dove compare un capitolo, datato 1931, dedicato alla Barbagia. Il volume è del dicembre 1935, ha la copertina in carta paglia e, come si legge nella copertina posteriore, risulta “stampato in Italia nel tempo dell’assedio economico”.
Nel 1942 l’Editore Sansoni di Firenze, sotto il titolo “Stato di grazia” ristampa i due testi in un unico volume.

Nelle sette pagine dedicate alla Barbagia, Bontempelli racconta del suo viaggio a cavallo per i paesi dell’interno: “Sopra uno di questi lenti cavalli, avvolto dall’odore della volpe e dall’odore della capra, ho girato tutta la Barbagia di Ollolai, facendo centro a Orgosolo, spingendomi per strade e viottoli fino a Mamoiada fino a Fonni fino a Oliena fino a Gavoi; e per le calde vigne di Locoe, e nel vallone di Sorasi; su per l’altipiano di Sant’Antioco; verso le falde prime del Gennargentu”.

Da sinistra Vincenzo Cardarelli, Massimo Bontempelli, e Alberto Savinio in una foto del 1920

Nel suo vagare lo scrittore è attratto da un aspetto “geologico” che tutto riconduce, anche gli esseri umani, alle pietre e all’arido terreno.
Di tratto in tratto m’assale il dubbio che tutta questa terra sia intimamente cosciente del suo aspetto di vasta desolazione, che vi sia in tutto questo una affettazione di sterilità. Certo qui domina uno spirito geologico, geologici documenti appaiono anche i rari uomini, che colorati dai riflessi dello stinco bruciato, lenti movono su lontani pendii. Ma ogni tanto un ontano inchioda alla roccia il filo curioso d’una sorgente; in fondo alle valli strisce argentee o tremule di pioppi segnalano e disegnano il tenue corso di un’acqua.
Sotto i macchioni segreti s’agita e silenziosa corre una fauna rigogliosissima di quadrupedi rapidi e di pomposi uccelli. Li ho visti muoversi e vivere e di mala morte morire. Ma nell’occhio l’anima si manteneva in una sorda immobilità. Ho capito allora che tutti son nati di pietra. Gli uccelli volano bassi schiacciati al suolo dalle nuvole dure e dal peso del loro corpo. I falchi spingono avanti inutilmente il petto di peperino lucido, le abbaiole par che debbano perdere nel vento le ali di malachite: voli innumerevoli di storni tratti chi sa come dal basalto intagliabile; e perfino le gazze e i passeri, tutto è nato di pietra, colorata pietra e ben tornita e morbida ma greve. Pietra è il loro cuore e l’occhio. Non si spaventano, nell’agonia non gemono; colpiti muovono sempre più lento le ali e le restringono, e tutto il corpo cosi rattrappiscono piano piano, fino a perdere la forma animale, diventare un ciottolo. A tenerli in mano morti non danno angoscia; ma fa ribrezzo toccarli vivi, come farebbe un animale meccanico”.
In questo suo vagare per una terra dove “Tutti gli animali, uomini e donne compresi, e la terra e l’aria e tutte le cose e i loro movimenti, mandano un ardente odore di capra”, Bontempelli continua la sua disamina che mette sullo stesso piano bestie e uomini: “Poi ci sono i cavalli, gli asini, le capre, i maiali, le pecore, i cani. Sono impastati di terra e sassi, in modo grossolano e primitivo, pieni di poesia e bellezza. Sono magri, sudici, annosi e sterili. L’aspetto della sterilità avvolge la Barbagia fino nelle sue donne. Le quali sono tenuissime e pallide e difese dalle sette gonnelle sovrapposte, come vuole il costume”.
La descrizione si sofferma sul costume e le donne che lo indossano, “nero con la camicia bianca chiusa sul petto”, assumono l’eleganza delle rondini.

Costumi della Barbagia in una cartolina degli anni '20

Bontempelli confessa poi che “Qui in Sardegna, o almeno qui in Barbagia, mi accade per la prima volta che il costume regionale e tradizionale non mi dia l’intenso fastidio che tali costumi m’han dato sempre e dappertutto, da Capri alle isole dello Zuidersee. Perché qui esso non è diventato folclore, lo portano in piena sincerità, non sanno che è costume”.
Lo scrittore racconta di aver avuto “l’allucinante certezza” di trovarsi in una scena da Odissea entrando in uno “stazzu” del Supramonte: “un gran fuoco di legna è in terra nel mezzo, sulle prime ti par d’essere piuttosto in una rudimentale fucina che in una cucina. Da quel centro di vulcano il fumo con una nobile spirale girando va a uscire per varii buchi del tetto. Presso il fuoco un vecchio di ottant’anni in costume seduto in terra sta facendo cuocere un quarto di porco. Lo regge infilato in un lungo stecco di durissimo legno, e cosi lo gira pianamente entro il caldo del fuoco; ora lo avvicina ora lo discosta, tiene più a lungo presso la brace le parti più muscolose e solide, allontana invece le parti grasse onde loro non giungano del gran calore se non attenuate carezze: alterna in tal modo e varia di continuo il viaggio della carne tra le zone del calore con una serie di accortezze secolari. Mangiando poi di quel porco ho capito per la prima volta il peccato della gola; anche ho capito che l’arte cucinaria, esattamente come la poesia, nasce perfetta all’origine e non può nulla imparare dalla esperienza dei secoli”.
Prima di rimontare a cavallo Bontempelli domanda a uno di questi vecchi: “Hai mai visto il mare?”. La risposta è lapidaria: “Neppure Mamoiada vidi. Ma il mare un fiume terribile è. Dalle cime di sasso onde stiamo per allontanarci, tutt’intorno dilaga la terra arida. Lui la guarda e senza sorridere dice: “Terra sicura”.
E lo scrittore si avvia su quella “terra sicura”, verso valle dove dominano gli aromi del serpillo e del timo, lasciando alle cime del Supramonte e ai suoi abitanti di pietra, “l’universale odore della capra”.

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