Lina Merlin, confinata a Orune

L’assegnazione al confino politico ed i relativi provvedimenti amministrativi furono ampiamente utilizzati durante il fascismo per stroncare l’opposizione politica o, più semplicemente, per controllare chiunque non era inquadrato nella logica del regime.
Così, al confino finirono intellettuali, antifascisti, oppositori del regime, tutti costretti a vivere forzatamente lontani dal mondo nelle isole minori (Pantelleria, Ustica, Ventotene, Tremiti) o in località sperdute del Meridione e della Sardegna.
Il soggiorno a Eboli raccontato da Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli” è una delle testimonianze più alte di quel periodo; e se “La catena”, scritto in clandestinità da Emilio Lussu, racconta la vita dei confinati a Lipari,  le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci fanno rivivere la situazione di oppressione a cui erano sottoposti i confinati.
Tra le diverse centinai di confinati per motivi politici figura anche la futura senatrice Lina Merlin, passata alla storia per aver dato il nome a quella “Legge Merlin” che, nel dopoguerra, pose fine all’esistenza di bordelli e case chiuse.
Lina Merlin, nata nel 1887, inizia subito dopo la prima guerra mondiale la sua militanza nel Partito socialista e collabora a diversi giornali, tra cui “La Difesa delle Lavoratrici”, periodico fondato da Anna Kuliscioff.
Con l’avvento del fascismo, diventa una decisa oppositrice del regime. Nel 1924 le viene affidato il compito di segretaria del Comitato Elettorale del partito socialista veneto e, nel 1926, essendosi rifiutata di prestare giuramento di fedeltà al regime, viene licenziata dal posto di lavoro, arrestata per ben cinque volte, “perché irriducibile”, questa la motivazione della sentenza, viene condannata a scontare quattro anni di confino in Sardegna.
In una testimonianza pubblicata nel volume “Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista”, edito nel 1958 a cura dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti, Lina Merlin racconta il suo trasferimento in Sardegna, unica donna, incatenata ad altri 50 detenuti comuni.
La prima destinazione fu Nuoro, ma siccome la città era “un covo di Sardisti avversi al regime”, fu trasferita a Dorgali dove rimase solo tre mesi in quanto “essendo divenuta, senza mio merito o colpa, troppo popolare, mi si mandò a Orune”. Di quel breve soggiorno dorgalese rimane una bella foto che ritrae Lina Merlin con il costume tradizionale. Del soggiorno a Orune, “quel cucuzzolo di montagna sempre battuto da un vento infernale”, Lina Merlin conserverà un ricordo indelebile: “gente arretrata, ma di cuore, quei pastori sardi, e dei miei rapporti con loro serberò grata memoria”.
Dopo gli anni di confino, “lunghi e dolorosi, perché il confino non è che una prigione all’aperto, dove si è costretti a subire la tortura morale di innumerevoli aguzzini e la doccia scozzese delle minacce e delle lusinghe”, Lina Merlin si trasferisce a Milano, si sposa, rimane vedova, entra in clandestinità, contribuisce a quella lotta di liberazione che assesta il colpo definitivo al regime fascista.
L’impegno della Merlin per la libertà continua nelle istituzioni, nel Senato, in Parlamento, sempre in prima fila per i diritti delle donne, dei lavoratori, dei più deboli.
Un impegno portato avanti sino alla sua morte avvenuta nel 1979.
Lo scritto di Lina Merlin nel citato libro del 1958 si conclude con una frase di Turati: “Bisogna saper soffrire per vincere”.
“Abbiamo noi vinto?”, si chiedeva allora la Merlin.
E in questo 25 aprile del 2010, 65° anniversario della Liberazione, ancora ci chiediamo: “Abbiamo noi vinto ?”

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Una risposta a “Lina Merlin, confinata a Orune

  1. avevamo vinto…ma nessuna vittoria è per sempre…e ora dobbiamo trovare un nuovo modo di combattere per vincere di nuovo e ritrovare i nuovi valori del nostro tempo che non sono molto diversi da quelli della liberazione

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